Preparare la guerra, raccontare la pace

Dal blog https://www.lafionda.org

24 Giu , 2026|Giovanni Tonlorenzi

1. Due fronti, una stessa logica.

La cronaca di queste ore registra quelli che sembrano essere significativi progressi almeno per quanto riguarda le trattative in corso tra Iran e Stati Uniti iniziate la settimana scorsa in Svizzera e quindi si deve sperare nella capacità americana di tenere al guinzaglio il proprio alleato israeliano.

Invece, sul fronte orientale la situazione sta peggiorando e a fronte di risultati negativi sul campo, Kiev si sta dedicando attivamente ad azioni di vero e proprio terrorismo, colpendo linee ferroviarie civili, autobus, dormitori di studenti, come ormai ampiamente noto. La logica è esasperare Mosca, spingendola a reazioni amplificabili dalla narrativa occidentale e per giustificare l’ulteriore escalation euro-atlantica.

In Russia il dibattito interno sulla risposta strategica si sta facendo serrato.

Andrej Bezrukov, consigliere strategico di Rosneft, ex agente sotto copertura negli USA, attualmente docente al MGIMO, ha sostenuto al Forum Economico di San Pietroburgo che la Russia deve prepararsi a sostenere una situazione di conflitto permanente, di guerra strisciante basata sulla logica dell’attrito, diretta alla distruzione delle infrastrutture critiche in territorio nemico, come impianti energetici, centrali elettriche o reti di comunicazione.

Secondo Bezrukov questo tipo di conflitto potrebbe durare per decenni ma anche degenerare da un momento all’altro. Quindi, almeno due generazioni di russi saranno chiamate ad adattarsi, così come la società e l’economia nazionale – ad un clima di belligeranza permanente[1].

Secondo Bezrukov l’Occidente ha scelto di logorare la Russia evitando lo scontro nucleare diretto, facendo bollire la rana fino agli obiettivi prefissati.

L’approccio descritto da Bezrukov ricorda quello articolato dai due rapporti della RAND Corporation del 2019, che hanno fornito alle cancellerie atlantiche la cornice teorica del cost-imposing options contro Mosca[2].

Tuttavia, a “bollire” non c’è solo la Russia ma anche i popoli europei, sottoposti da oltre quattro anni – oltre agli effetti del suicidio delle loro economie nazionali – a un canovaccio settimanale di operazioni comunicative coordinate il cui effetto cumulativo è la preparazione ad una guerra che oggi appare sempre più probabile.

La lettera aperta di Zelensky a Putin del 4 giugno è stata un episodio recente di questo canovaccio; essa è stata appositamente pubblicata in coda all’attacco ucraino con droni su San Pietroburgo, costruita per essere rifiutata ma calibrata per fornire alle cancellerie europee il materiale narrativo al sostegno militare crescente.

Esaurita la sua funzione, ovvero fissare nella bolla informativa il fatto che Zelensky vuole la pace e Putin la rifiuta, è scomparsa dal radar mediatico.

Eppure è proprio la lettura diretta di documenti come quello a rivelare lo scopo, i motivi delle scelte, le opzioni sul tavolo, le reazioni che si vogliono provocare.

Tutto ciò è scritto in chiaro nei testi.

I media mainstream non se ne occupano, e non mostrano interesse a riflettere su quanto, una lettera così, con le minacce esplicite che contiene, sia incompatibile con qualsiasi autentico negoziato[3].

Ma il punto è che quella lettera è solo una tessera di un mosaico più ampio, che merita di essere osservato nel suo insieme.

Il primo passo necessario è l’analisi dei documenti, esercizio che né il sistema mediatico né il ceto politico mostrano interesse a compiere.

Il 18 giugno, mentre il Consiglio europeo si apriva a Bruxelles per rendere operativa la donazione da novanta miliardi a Kiev e l’ennesimo pacchetto di sanzioni, droni ucraini hanno colpito raffinerie a Mosca. Alte colonne di fumo nero si sono alzate sopra la capitale russa creando immagini di indubbio impatto, tuttavia danni materiali modesti, come ha notato Simplicius[4].

Ai margini del Consiglio europeo Zelensky ha lanciato un ultimatum di una settimana a Lukashenko, che scadrà fra poco, intimandogli di smantellare le presunte torri di ripetizione bielorusse al servizio dei droni russi, o l’Ucraina interverrà direttamente[5].

La logica è intuibile e, considerando che la campagna contro le raffinerie russe è probabilmente fallita e l’Ucraina resta sull’orlo del collasso, si cerca di acuire la tensione per estendere il conflitto alla Bielorussia, possibilmente attraverso operazioni di falsa bandiera capaci di rilanciare la mobilitazione occidentale[6].

Le ultime due settimane mostrano questo meccanismo, per cui ogni atto sposta in avanti il limite di ciò che il pubblico europeo è chiamato ad accettare come normale.

Ancora una volta il punto non è la singola scena, ma cosa il copione stia preparando.

2. Quello che dicono i documenti

Ma se il canovaccio settimanale è la cornice operativa, la cornice politica è scritta nero su bianco in due documenti che meritano attenzione.

Il comunicato finale del G7 di Evian del 17 giugno e le conclusioni del Consiglio europeo del 18-19 giugno.

Sono due testi il cui contenuto è molto più esplicito di quanto la cronaca mediatica abbia lasciato intendere. Il comunicato del G7 dichiara, con il consueto lessico, l’incrollabile sostegno a Kiev e il nuovo slancio da sfruttare per aumentare la pressione sull’economia russa, annunciando l’incremento della fornitura di sistemi di difesa aerea e di capacità a lungo raggio. Tradotto: più armi, più sanzioni, più escalation.

Nonostante Trump abbia dichiarato pochi giorni prima di voler lasciare che le parti si occupino da sole della guerra, il comunicato del G7 firmato dallo stesso presidente statunitense dice l’opposto, come dice l’opposto l’incremento degli attacchi ucraini sul territorio russo, impensabili senza il sostegno statunitense.

Sul Medio Oriente il documento è ancora più rivelatore della sua cifra politico-ideologica. Si pronuncia su Iran, Hezbollah, Gaza, Cisgiordania, Libano, sugli aggrediti di tutti i fronti, ma Israele, aggressore, non viene neppure nominato, nemmeno una volta[7].

Il documento più impegnativo però è quello delle conclusioni del Consiglio europeo del 18-19 giugno 2026, che è, senza eufemismi, una vera e propria piattaforma di preparazione alla guerra, che non lascia margini di ambiguità[8].

Sul fronte ucraino il Consiglio europeo si impegna a fornire a Kiev sostegno politico, finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico globale. Tradotto in misure operative, i novanta miliardi di euro per il 2026-2027, definiti prestiti ma di fatto donazione, con prima erogazione entro fine giugno, varo rapido del ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, accelerazione della produzione di sistemi di difesa aerea, munizioni, droni e missili, rafforzamento della cooperazione industriale di difesa fra Unione Europea e Ucraina, e sostegno alle garanzie di sicurezza per Kiev attraverso la coalizione dei volenterosi.

Ogni voce, presa singolarmente, rientra nella gestione ordinaria del sostegno; lette insieme, però, configurano una piattaforma operativa di guerra strutturata.

Al paragrafo 41 il Consiglio europeo consolida il concetto che la guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina continua a costituire una “sfida esistenziale per l’Unione europea”.

La codificazione del lessico diventa atto politico esplicito, perché ribadire per l’ennesima volta in poco più di un anno che la guerra russa rappresenta per l’Europa una sfida esistenziale significa che le cancellerie europee hanno standardizzato la cornice giuridica, politica e militare che apre lo spazio per qualsiasi misura.

Ancora una volta la data per raggiungere “la prontezza dell’Europa alla difesa” viene indicata nel 2030, tra quattro anni da adesso, come tra l’altro aveva già indicato capo di stato maggiore belga, in un’intervista al quotidiano Le Soir del 17 aprile 2026.

Viene ribadita l’attuazione degli strumenti SAFE ed EDIP per l’industria europea della difesa, e viene invitata la BEI a sostenere la prontezza alla difesa attirando investimenti privati.

Il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov, nella sua lettera del 19 giugno scorso che Politico ha rifiutato di pubblicare, ha letto la cornice delle conclusioni del Consiglio europeo nei termini più diretti: sotto la bandiera dell’autonomia strategica, l’Europa sta significativamente aumentando le proprie capacità militari, anche in campo nucleare[9].

Il riferimento di Lavrov è con tutta probabilità all’estensione dell’ombrello nucleare francese a diversi Stati membri dell’Unione Europea e della NATO, che è in discussione fra le cancellerie da mesi e che il documento europeo prepara senza nominarla e il suo avvertimento è netto: uno scontro diretto fra NATO e Russia può degenerare rapidamente in uno scambio di colpi nucleari, con conseguenze catastrofiche.

È difficile in questo caso liquidare la lettera come propaganda russa, perché il documento del Consiglio europeo, scritto dalle stesse cancellerie occidentali, è pubblicato sul sito ufficiale del Consiglio, è firmato da Meloni come dagli altri capi di governo europei. Il documento dice esattamente ciò che Lavrov denuncia.

Quindi, sfida esistenziale, prontezza alla difesa entro il 2030, coalizione dei volenterosi, aumento della spesa per la difesa, cooperazione industriale per la difesa con l’Ucraina, sono tutti termini che letti tutti insieme, dentro un unico documento ufficiale, configurano una preparazione esplicita al conflitto.

Sull’altro piano, invece, quello del sistema di sicurezza condiviso che avrebbe l’ambizione di risolvere strutturalmente i problemi, il documento si esprime così: pace globale, giusta e duratura in Ucraina, supportata da solide e credibili garanzie di sicurezza per l’Ucraina.

Per la Russia, nessuna garanzia di sicurezza.

A questo si aggiunge un fatto operativo che i media e la politica, per ragioni evidenti, hanno preferito non raccontare. Nei giorni scorsi, al poligono di addestramento di Marnehuizen nella provincia olandese di Groningen, l’esercito dei Paesi Bassi ha condotto la prima esercitazione, in oltre trent’anni, per il dispiegamento di un campo di prigionia per 2000 soldati russi.

Il modello è progettato per duemila prigionieri, operativo in una settimana, dotato di sorveglianza video, audio e tramite droni.

La generale Nicole de Wolf, comandante del Land Forces Operational Support Command olandese, ha dichiarato pubblicamente che le condizioni di detenzione non saranno peggiori di quelle dei militari olandesi[10].

Il fatto che si predispongano già le carceri, e che la notizia attraversi la cronaca italiana di sfuggita, dice molto sul livello di guardia delle nostre opinioni pubbliche.

A questo punto è necessario togliere di mezzo un equivoco che attraversa il dibattito pubblico italiano ed europeo.

3. La nullità europea è una scelta

È diventato un luogo comune che l’Europa sia politicamente impotente, non sapendo imporsi sugli Stati Uniti, oppure con Israele, o impotente in Medio Oriente, e ancora nell’applicare sanzioni a un osceno individuo come il ministro Ben Gvir.

Ma l’impotenza è categoria diversa. È impotente chi vorrebbe fare e non può.

La nullità europea è invece una scelta. L’Europa non sanziona Israele perché non vuole farlo così come non vuole opporsi alle scelte mediorientali americane e israeliane.

Basta contare i verbi del documento del Consiglio europeo del 19 giugno. Israele vi è nominato quindici volte e quattordici come oggetto di invito o di esortazione, una sola volta come oggetto di condanna, riferita alla legge sulla pena di morte, non certo riferita agli insediamenti, ai bombardamenti o alle operazioni militari in Libano. Invita ed esorta fanno la politica in questo caso.

Ma quell’impotenza viene meno quando si tratta di portare il continente verso una guerra contro la Russia.  Allora diventa capace di mobilitare novanta miliardi di euro in pochi mesi, di accelerare la produzione industriale per la difesa, di contrastare sfide esistenziali, di fissare scadenze al 2030, di costruire infrastrutture politiche e materiali per la guerra.

Non è impotenza, è netta scelta politica.

Siamo arrivati al punto in cui una sola questione conta davvero, e cioè che i popoli europei comincino a interrogarsi sul proprio destino e a porsi domande forse anche banali ma fondamentali.

Domande che in pochissimi stanno facendo, e che pure decidono tutto.

Che guerra contro la Russia stiamo preparando? Convenzionale o nucleare?

Le società europee sono pronte alla mobilitazione che comporterebbe?

I governi e la Commissione europea sono legittimati dagli elettori a portarci in guerra?

Quando, il parlamento italiano ha deliberato la prontezza al combattimento entro il 2030?

Quando, lo hanno fatto i parlamenti francese, tedesco, polacco, spagnolo?

E perché i Paesi Bassi stanno già costruendo campi per prigionieri di guerra russi? Pensiamo davvero che la guerra arriverà fino a questo punto? E se sì, chi ce lo ha chiesto?

Sono queste le domande che dovremmo sentire porre non solo a sinistra, ma da chiunque appartenga al ceto politico e intellettuale. E dovremmo sentirle anche da un sistema informativo italiano ed europeo degno di questo nome, se avesse conservato la consapevolezza di ciò che è realmente in gioco.

4. Foto opportunity

Al loro posto domina uno stucchevole blaterare sulla sovranità nazionale; stucchevole quando lo praticano le destre di governo, che la evocano in pubblico mentre la consegnano integra a Bruxelles e a Washington nei documenti che firmano; e altrettanto stucchevole quando il centrosinistra, o la destra di opposizione, parla di interesse nazionale, dopo oltre trent’anni di militante euro-atlantismo.

Il 19 giugno, in pendenza del Consiglio europeo, La7 rilanciava una dichiarazione di Trump: Meloni lo avrebbe implorato per una foto al G7 di Evian.

Sono seguite le sonore smentite della premier, la cancellazione virile del viaggio di Tajani negli USA, ed ulteriori attacchi di Trump.

Di fronte a quella nota vicenda, si è levato dal mondo politico italiano un coro pressoché unanime di solidarietà nei confronti della Presidente del Consiglio.

Le singole dichiarazioni contano relativamente. Ciò che merita attenzione è piuttosto il riflesso quasi automatico che ha attraversato l’intero sistema politico-istituzionale, un coro pressoché unanime di solidarietà alla Presidente del Consiglio. Dalla maggioranza all’opposizione, fino al Quirinale, le differenze di accento sono state marginali rispetto alla sostanziale convergenza del messaggio.

Ma da cosa deriva questa convergenza?

Perché tutti, da Mattarella a Schlein a Conte, a Renzi hanno sentito il bisogno di solidarizzare con Meloni?

La risposta sta proprio nelle parole con cui Conte ha solidarizzato: «La firma di tutto quel che ci viene richiesto, la rincorsa a foto, a prefazioni di libri non può prevalere mai sul nostro interesse nazionale»[11].

Conte, in sostanza, ha nominato un modo di praticare la politica estera che ha attraversato i governi italiani di ogni colore negli ultimi trent’anni.

La foto opportunity con il presidente americano, da spendere nel dibattito politico interno come marchio di credibilità internazionale, è la cifra costante della diplomazia italiana repubblicana più recente.

Quando Trump dice che Meloni gli ha implorato la foto, e l’intero spettro politico italiano insorge difendendola, quello che insorge non è il senso della dignità nazionale.

È il riconoscimento implicito del proprio modo di fare politica estera.

Tutti probabilmente hanno implorato una foto, nei loro turni. Tutti l’avrebbero fatto al posto di Meloni. La solidarietà bipartisan rivela esattamente quello che Trump, brutalmente, ha messo in luce, ovvero che la politica estera italiana ed europea in generale non è politica estera, è gestione della propria immagine attraverso ciò che gli interlocutori americani concedono. Ed è l’opposto della sovranità nazionale.

Forse si capisce meglio perché l’attuale sinistra italiana non osa porre le domande appena formulate. Non lo fa perché il proprio ceto dirigente è incardinato in una cornice di politica estera che è esattamente quella che ha generato il documento del Consiglio europeo del 18-19 giugno.

Le decisioni che pesano davvero sulla vita dei popoli europei — politica estera, economia, difesa, moneta — da un bel pezzo non si formano più nei parlamenti nazionali.

Si formano in sedi sovranazionali che nessun corpo elettorale controlla, e i parlamenti si limitano a ratificare.

E la stessa Commissione, in queste ore, ha fatto un passo che merita di essere registrato. In una lettera ai capi di Stato e di governo dei Ventisette inviata alla vigilia del Consiglio europeo, Ursula von der Leyen ha proposto di ridefinire la protezione temporanea dei rifugiati ucraini in modo da non indebolire la capacità dell’Ucraina di difendersi[12]. Tradotto significa che gli uomini ucraini in età di leva non devono trovare rifugio nell’Unione Europea, devono essere disponibili per il fronte.

Se questo è il contesto, deve essere compreso con franchezza ciò che la principale forza di opposizione italiana sta facendo.

Vale la pena ricordare che l’11 giugno, alla Camera e al Senato, Giorgia Meloni ha riferito al Parlamento in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno. In quella sede furono presentate e votate le mozioni che hanno definito il mandato politico con cui la Presidente del Consiglio si è poi recata a Bruxelles. Ne consegue che le conclusioni del Consiglio europeo sul dossier ucraino non sono esclusiva posizione del governo italiano.

Nei passaggi essenziali, esse risultano coerenti anche con la mozione presentata e votata dal Partito Democratico, mozione che ha così fatto da base parlamentare alla firma di Meloni in calce alle conclusioni di Bruxelles.

La mozione dem ha rivendicato pieno sostegno sul piano militare a Kiev, ha dichiarato essenziale e non più rinviabile la creazione di una Unione di difesa europea, ed ha sostenuto l’adesione ucraina all’Unione come scelta di fondo strategica, che non può essere rallentata o rinviata[13].

Sui passaggi delle mozioni concorrenti di M5S e AVS che chiedevano di sospendere le forniture militari, i parlamentari dem hanno votato contro. Ciò significa che il PD ha votato in Parlamento la cornice che ha generato il documento europeo del 19 giugno, compresa la sfida esistenziale, la prontezza alla difesa entro il 2030, il sostegno politico-militare strutturale che il documento europeo trasforma in piattaforma di preparazione alla guerra contro la Russia.

Di quale alleanza di campo largo stiamo dunque parlando?

Sul tema della guerra, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra esprimono posizioni significativamente diverse da quelle del Partito Democratico. Entrambi hanno votato contro il piano SAFE, si oppongono ai pacchetti di sostegno militare e contestano la logica del riarmo europeo. Eppure entrambe le forze stanno costruendo con il PD un’alternativa di governo in vista delle prossime elezioni politiche, accettando che la questione della guerra e della politica estera rientri fra i temi sui quali le differenze possono essere semplicemente registrate e rinviate.

In termini politici è chiaro che qualora quella coalizione dovesse vincere le elezioni, la linea di politica estera sarebbe inevitabilmente dettata dal Partito Democratico. E il Partito Democratico ha già chiarito, tanto nelle aule parlamentari quanto nelle sedi europee, quale direzione intenda seguire.

C’è poi un altro elemento da considerare. Conte appare oggi più concentrato sulla prospettiva di una futura sfida a Schlein per la leadership della coalizione, convinto di poter prevalere grazie a un maggiore consenso popolare, che sulle questioni esistenziali di cui stiamo parlando.

Il PD, naturalmente, alimenta questa aspettativa quel tanto che basta per mantenerlo dentro il perimetro del campo largo. Al momento opportuno potrà sempre convergere su una figura terza, magari sul modello della sindaca di Genova Silvia Salis.

Nel frattempo, la questione decisiva, ovvero chi decide una possibile guerra contro la Russia, con quale legittimità e a quali condizioni, resta completamente fuori dal confronto politico della coalizione.

5. La sovranità nazionale

Da questa situazione si esce soltanto recuperando una riflessione sulla categoria politica che negli ultimi tre decenni è stata abbandonata quasi del tutto: la sovranità nazionale democratica. È riflessione non semplice, perché la categoria può essere scambiata per feticcio identitario di destra. È invece l’architrave costituzionale di una politica che torni a fondarsi sull’articolo 1 della Costituzione della Repubblica, in cui la sovranità appartiene al popolo.

La questione è stata riproposta con lucidità da Andrea Zhok nel dibattito di queste settimane[14]. Il nodo politico è netto: chi rinuncia alla sovranità popolare costituzionale non sta scegliendo una posizione più avanzata, sta consegnando la propria esistenza, non solo politica, a questo punto, a sedi che non rispondono a nessuna forma autentica di consenso popolare. In quel sistema le decisioni viaggiano sui binari di una governance tecnocratica che funziona con il famoso pilota automatico, e che rappresenta interessi del tutto confliggenti con gli interessi popolari.

In questo contesto va guardata con attenzione l’iniziativa di Angelo D’Orsi, che il 2 giugno 2026, ottantesimo anniversario della proclamazione della Repubblica, ha lanciato il manifesto programmatico di Agorà. Dalla Piazza al Parlamento.

La piattaforma fondativa di Agorà richiama esplicitamente la piena sovranità democratica del nostro Paese, e propone, come primo obiettivo, di tirare l’Italia fuori dalla terza guerra mondiale a pezzi[15].

Le attuali categorie politiche di destra e sinistra non sono utili a descrivere la realtà che ci circonda. Qualunque aggregato politico, anche embrionale, che ambisca a una visione intellettualmente libera del mondo deve oggi affrontare i temi più pressanti, ovviamente difficili ma essenziali: la messa in discussione dell’UE e dell’euro, unitamente alla necessità di liberarci da un assunto che la sinistra italiana ha interiorizzato da decenni: non ci sentiamo per niente più sicuri sotto l’ombrello della NATO.

L’obiettivo da perseguire è ricostruire un luogo di dibattito che riapra il tema della sovranità democratica come categoria popolare, di equità sociale, di tensione all’eguaglianza sostanziale, cosa che il quadro politico attuale non offre, e non può offrire.

I popoli europei non sono rane. Ci sono segnali di profondo disagio, di diffidenza, di frattura con la rappresentanza politica. Forse si sta avvertendo che qualcosa di decisivo sta accadendo. Ciò che manca non è il dissenso. Il disagio e la contrarietà esistono già. Ciò che manca è un linguaggio politico chiaro e il recupero di una categoria, quella della sovranità popolare costituzionale, capace di dare nome a quel disagio. Manca uno spazio in cui questo sentimento diffuso possa trasformarsi prima in consapevolezza, poi in rappresentanza politica.

Vale allora la pena chiudere tornando a una frase pronunciata il 17 aprile scorso dal generale Frederik Vansina, capo di stato maggiore dell’esercito belga, in un’intervista al quotidiano Le Soir, frase poi ripresa da Lavrov nel suo articolo del 19 giugno: Abbiamo ancora qualche anno. Grazie al coraggio e al sangue degli ucraini, che ci stanno comprando questo tempo[16].

Vansina ha precisato, nella stessa intervista, che la Russia non attaccherà l’Europa, né domani, né tra un mese, né tra un anno. Riconosceva insomma, senza giri di parole, che la minaccia russa non esiste, e che la guerra che si sta preparando per il 2030 è una guerra che l’Europa sta costruendo dal nulla, sul sangue di un altro popolo.

Quando i militari delle potenze europee parlano in questi termini in conferenza pubblica, e nessuno si scandalizza, vuol dire che la rana è già molto bollita.


[1] https://www.analisidifesa.it/2026/06/bezrukov-la-russia-deve-prepararsi-a-ventanni-di-conflitto-con-loccidente/

[2] https://www.rand.org/pubs/research_briefs/RB10014.html

[3] https://www.president.gov.ua/en/news/vidkritij-list-prezidentu-rosijskoyi-federaciyi-vid-preziden-104769

[4] https://simplicius76.substack.com/p/zelensky-gives-belarus-7-day-ultimatum?utm_source=post-email-title&publication_id=1351274&post_id=202752010&utm_campaign=email-post-title&isFreemail=false&r=62hb0w&triedRedirect=true&utm_medium=email

[5] https://www.politico.eu/article/volodymyr-zelenskyy-ukraine-belarus-one-week-remove-relays-russia-war/

[6] https://www.nakedcapitalism.com/2026/06/zelenskys-ultimatum-to-lukashenko-gives-putin-the-chance-to-finally-restore-deterrence.html

[7] https://www.elysee.fr/en/G7evian/2026/06/17/g7-leaders-statement-on-geopolitical-issues

[8] Consiglio europeo, Conclusioni della riunione del 18 e 19 giugno 2026, https://www.consilium.europa.eu/media/2qgg0dai/it-20260619-european-council-conclusions.pdf

[9] Sergey Lavrov, Ukraine, Europe and Global Security, 19 giugno 2026, https://mid.ru/ru/foreign_policy/news/2120138/

[10] https://united24media.com/war-in-ukraine/dutch-army-prepares-to-hold-2000-russian-pows-as-europe-drills-for-war-19826; https://militarnyi.com/en/news/netherlands-hold-russian-prisoners-of-war/

[11] Il Fatto Quotidiano, Trump su Meloni, Fazzolari: «Deliri, sta rovinando rapporti Usa-Europa», 19 giugno 2026

[12] https://english.nv.ua/nation/eu-may-limit-entry-for-draft-age-men-from-ukraine-50617267.html?

[13] https://www.deputatipd.it/interventi/comunicazioni-del-presidente-del-consiglio-dei-ministri-vista-della-riunione-del-58?

[14] https://www.facebook.com/andrea.zhok.5

[15] https://www.agoraitalia.org/home

[16] https://militarywatchmagazine.com/article/belgian-defence-chief-urgently-militarise Di: Giovanni Tonlorenzi

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