La fine del cibo a basso costo

Da una email di krisisinfo@substack.com

Krisis.info 29 giugno 2026

Russia, Cina e la nuova dottrina della sovranità alimentare dei Brics.

«I mietitori», dipinto da Pieter Bruegel il Vecchio nel 1565. Wikimedia Commons. Licenza: CC0 1.0.

La fine dell’era neoliberale ha trasformato l’agricoltura in infrastruttura strategica e linea di faglia geopolitica. Per approfondire questo cambio di passo, Krisis propone una sintesi dell’intervista al professor Fabiano Escher, realizzata da @ThinkBRICS in collaborazione con Andrea Pincin. In questa prima parte, il docente brasiliano di politica ed economia agraria spiega come i Paesi Brics, che controllano il 44% della produzione cerealicola mondiale, il 25% dell’export e il 42% delle terre coltivabili, stiano rimodellando il capitalismo globale. Pur non avendo una politica agricola comune, utilizzano i sistemi alimentari per rafforzare le singole sovranità nazionali. Il cibo smette quindi di essere una semplice merce e diventa uno strumento essenziale per navigare nel nuovo disordine mondiale.


IN BREVE

La borsa dei Brics Il blocco lancia la Brics Grain Exchange, una borsa merci indipendente nata per commerciare in valute locali e ridurre la dipendenza dai mercati occidentali.

Accordo interrotto Il mercato low cost non era un dato economico, ma un patto basato su energia, logistica e manodopera a basso prezzo unito a rotte aperte ormai diventate fragili.

Effetto domino Gli choc dei trasporti nel Mar Rosso e i conflitti geopolitici influenzano i costi dei fertilizzanti, i prezzi del pane e i futuri raccolti mondiali.

Autoconservazione La Cina punta sulle riserve, l’India sui sussidi e il Brasile coniuga l’agrobusiness con ampi programmi di welfare e di contrasto alla povertà.

Modello russo Mosca ha superato il trauma degli anni Novanta centralizzando le agro-holding e legando l’export di grano alla propria sicurezza nazionale.


Mentre i prezzi alimentari continuano a salire e le rotte commerciali sono sotto pressione, i ministri dell’Agricoltura dei Brics si sono riuniti il 12 e 13 giugno a Indore, India, per trasformare la sicurezza alimentare in strumento di sovranità nazionale. Il 16° summit ha rilanciato la piattaforma di ricerca agricola comune e la BRICS Grain Exchange, la borsa agricola del blocco destinata a ridurre la dipendenza dalle piazze occidentali (Chicago in primis) e commerciare in valute nazionali.

Obiettivo dichiarato: «rafforzare la sicurezza alimentare globale, migliorare le condizioni di vita nelle aree rurali e plasmare il futuro del settore primario e dei sistemi alimentari verso un approccio che metta al centro le aziende agricole». I Brics, che controllano il 44% della produzione cerealicola mondiale, il 25% dell’export e il 42% delle terre coltivabili, stanno trasformando l’agricoltura da semplice merce a infrastruttura strategica del nuovo ordine multipolare. Un chiaro segnale che l’era neoliberale del cibo a basso costo è finita.

Per comprendere la profondità di questo cambio di paradigma, Krisis ripropone l’intervista al professor Fabiano Escher, realizzata da @ThinkBRICS in collaborazione con Andrea Pincin. Docente nel Dipartimento di Sviluppo, Agricoltura e Società dell’Università federare rurale di Rio De Janeiro, Escher si occupa in particolare di politiche rurali, capitalismo agrario e sistemi alimentari nel Sud globale.

Sta per pubblicare il libro The BRICs and the global agrifood system. Varieties of capitalism and food regime transformation (I Brics e il sistema agroalimentare. Tipologie di capitalismo e trasformazione dei regimi di governo del cibo).

Professor Escher, il suo libro si apre con un’affermazione sorprendente: «La civiltà costruita sulla globalizzazione neoliberale è crollata e la fine del cibo a basso costo dal 2008 in poi rappresenta una delle principali linee di faglia».

«Il cibo è diventato la prima linea del conflitto geopolitico perché l’era del cibo a basso costo non è mai stata semplicemente un fatto economico. Era un vero e proprio accordo politico. Dipendeva da energia a basso costo, credito a basso costo, trasporti a basso costo, manodopera a basso costo, frontiere ecologiche intatte, rotte commerciali aperte e, soprattutto, dalla convinzione che i mercati globali potessero approvvigionare le società meglio di quanto potessero fare gli Stati.

Ciò che è venuto a mancare non è stato solo la stabilità dei prezzi alimentari, ma la fiducia che un ordine alimentare mondiale liberalizzato potesse garantire stabilità sociale, sicurezza nazionale e legittimità politica. Gli choc dei prezzi alimentari del 2008 e del 2011 sono stati il primo grande avvertimento. Hanno dimostrato che, quando i prezzi del cibo aumentano drasticamente, i governi non trattano il cibo come una semplice merce.

Rilasciano scorte, tagliano i dazi, impongono controlli sui prezzi, limitano le esportazioni, espandono i sussidi e difendono i consumatori interni. In altre parole, il cibo viene immediatamente ri-politicizzato. Ecco perché sostengo che la fine del cibo a basso costo rappresenti una rottura molto profonda con l’ordine precedente. Il cibo è una delle fondamenta materiali della civiltà. Quando diventa instabile, il rapporto tra economia, società e natura viene messo sotto pressione.

Il Covid ha intensificato tutto questo: la pandemia non ha creato la fragilità del sistema alimentare globale, ma l’ha esposta brutalmente. Poi, la guerra in Ucraina ha reso impossibile ignorarne la dimensione geopolitica. Russia e Ucraina sono fondamentali a livello globale per il grano, il mais, l’olio di girasole, i fertilizzanti, l’energia e i corridoi del Mar Nero. In Medio Oriente, per esempio a Gaza, il cibo, l’acqua, la terra, l’accesso umanitario e le infrastrutture sono diventati parte integrante del conflitto stesso, subendo distruzioni terribili.

Nel Mar Rosso, la questione della sicurezza legata all’Iran si ripercuote sulle perdite di carico, sui prezzi dell’energia, sulle rotte di navigazione e sui punti di snodo strategici. Seguiamo quindi la catena delle cause: uno choc nel Mar Nero influenza i prezzi del pane in Nord Africa; un conflitto nel Mar Rosso colpisce il commercio globale tra Asia, Europa e Africa; prezzi dell’energia più alti incidono sui costi dei fertilizzanti, i quali a loro volta influenzano le decisioni di semina, che determinano i futuri raccolti.

I sistemi alimentari sono globalizzati, ma l’autorità politica rimane frammentata. In questo contesto, i Brics assumono un’importanza centrale perché non sono semplici vittime passive di questo ordine mondiale frammentato, ma ne sono organizzatori, mediatori e, a volte, beneficiari. La Cina gestisce la sicurezza alimentare come una questione di sovranità nazionale, tramite riserve, obiettivi di produzione e importazioni strategiche.

L’India fa affidamento sulla distribuzione pubblica e sui cereali sovvenzionati.

Il Brasile ha combinato il potere di esportazione dell’agrobusiness con politiche contro la fame e la povertà, mense scolastiche e appalti pubblici.

La Russia è forse il caso più interessante. Dopo i traumi degli anni Novanta, ha ricostruito le proprie capacità agricole ed è diventata, come sappiamo, un leader nell’esportazione di grano, ottenendo così una forte leva geopolitica.

Per concludere la mia risposta, direi che il cibo non viene semplicemente usato come arma, sebbene in parte sia vero. Il punto più profondo è che il cibo è diventato strategico perché la promessa neoliberale di un approvvigionamento automatico del mercato non ispira più fiducia. L’ordine emergente tratta il cibo come un’infrastruttura: di sovranità, di riproduzione sociale e persino di influenza geopolitica.

Questo è il motivo per cui l’agricoltura e il cibo rappresentano oggi un terreno decisivo su cui si combatterà il futuro del capitalismo globale e del multipolarismo».

Nel suo libro sostiene che per comprendere il capitalismo odierno bisogna guardare alle loro storie agricole, ai regimi fondiari, alle strutture contadine e alle relazioni di classe rurali. Puoi farci un esempio concreto di come il passato agrario di un Paese stia ancora plasmando il suo modello economico oggi?

«Parlerò della Russia, poiché è un esempio interessante. Se vogliamo capire il capitalismo russo di oggi, non possiamo partire dal 1991, come se il capitalismo fosse semplicemente apparso dal nulla con le riforme di mercato e il crollo dell’Unione Sovietica. Dobbiamo guardare alla sua storia agraria. Partiamo dal tardo periodo zarista: la Russia era già una grande potenza cerealicola: è famosa la frase di Anton Siluanov, ministro delle Finanze dal 1887 al 1892 “mangeremo di meno, ma esporteremo”.

L’Impero esportò grano su larga scala per sostenere la bilancia dei pagamenti e l’industrializzazione. Ma questo non portò a una trasformazione capitalistica reale nelle campagne; fu una transizione dall’alto, dominata da famiglie povere, bassa produttività e uno Stato che mobilitava l’agricoltura per il potere nazionale e l’espansione militare. Questo schema continuò durante l’era sovietica.

Attraverso la collettivizzazione forzata, l’agricoltura divenne un meccanismo per trasferire il surplus verso l’industrializzazione. I kolchoz e i sovchoz non erano solo fattorie; erano istituzioni di controllo sociale e territoriale. Aiutarono a costruire l’Urss come potenza industriale, ma con enormi costi umani e inefficienze. Il paradosso fu che, pur essendo una superpotenza, dagli anni Settanta e Ottanta l’Unione Sovietica iniziò a dipendere massicciamente dalle importazioni di grano, specialmente dagli Usa.

La dipendenza alimentare fu vissuta come una vulnerabilità strategica. Questo si aggravò con la catastrofe degli anni Novanta: la terapia d’urto post-sovietica smantellò le fattorie collettive disorganizzando la produzione e il welfare. Le importazioni aumentarono e molti sopravvissero solo coltivando piccoli appezzamenti di terra in proprio. La memoria degli anni Novanta è essenziale per capire la Russia di oggi.

Le politiche di Vladimir Putin sono una risposta diretta a quel trauma. Ha centralizzato le capacità dello Stato, ha rafforzato le grandi aziende agricole corporative, ha supportato la sostituzione delle importazioni e ha collegato l’agricoltura alla più ampia sicurezza nazionale e alla sovranità. Ora l’attore principale nell’agrobusiness russo sono le agro-holding. Non sono un ritorno all’agricoltura collettiva sovietica per soddisfare una delle principali aspettative di quel passato, ovvero che un’agricoltura su larga scala sostenuta dallo Stato sarebbe stata la spina dorsale della sicurezza alimentare nazionale.

Questo è il motivo per cui la trasformazione della Russia da una dipendenza dalle importazioni a una potenza di esportazione non è solo una storia di successo del mercato. È una riorganizzazione del capitalismo attorno a una capacità agricola sostenuta dallo Stato.

Dal 2014, le sanzioni e le contro-sanzioni hanno accelerato questo modello. L’embargo alimentare, la sostituzione delle importazioni, il supporto alle aziende nazionali e l’orientamento verso le esportazioni verso la Cina, la Turchia, il Medio Oriente e il Nord Africa, hanno trasformato l’agricoltura della Russia in un asset geopolitico. L’agricoltura è il dominio in cui si intersecano lo Stato, la produzione su larga scala, il controllo territoriale e il potere internazionale.

Per finire, direi che oggi il capitalismo russo non si basa solo sulle piattaforme petrolifere e del gas e sul complesso militare-industriale. Ha anche una dimensione agroalimentare, un potere agroalimentare, con corridoi, fertilizzanti, logistica del Mar Nero, agro-holding, politica di sicurezza alimentare e perfino nella diplomazia. Tutto questo fa ora parte dell’inserimento della Russia nell’economia e nella politica mondiale.

Il concetto più ampio è che le storie agrarie non scompaiono. Si sedimentano nelle istituzioni, nei rapporti di proprietà, nella capacità dello Stato e persino nel buon senso politico».

(traduzione dall’inglese a cura di Krisis).

Think Brics Think tank e media indipendente dedicato all’analisi geopolitica ed economica dei Paesi BRICS e del Sud Globale. Offre chiavi di lettura alternative alle narrazioni occidentali per comprendere i nuovi equilibri di potere. Il progetto opera tramite un Media Hub divulgativo su Substack e YouTube, un’Academy formativa e un Institute di consulenza strategica. Le sue principali aree di ricerca includono la de-dollarizzazione, la Bricsonomics, i nuovi corridoi logistici e la sovranità tecnologica.

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