Agricoltura, lavoro e clima: oltre la crisi sistemica

Dal blog https://sbilanciamoci.info/

Monica Di Sisto e Duccio Zola 30 Giugno 2026

Inquinamento e degradazione dei suoli, spopolamento delle aree rurali, sfruttamento del lavoro e compressione dei redditi agricoli sono manifestazioni di un’unica crisi del sistema agroalimentare. Il nuovo Rapporto dell’Alleanza Clima Lavoro ne analizza le cause e indica alcune possibili vie d’uscita.

La siccità e la degradazione dei terreni, il caporalato e la compressione dei salari, l’inquinamento e l’eccessivo utilizzo di fitofarmaci nei campi, la sofferenza delle piccole aziende agricole, lo spopolamento delle aree rurali non sono problemi distinti del nostro sistema agroalimentare, ma manifestazioni di una crisi sistemica causata da scelte – e omissioni – industriali e politiche che travolgono l’intero settore. 

È questa la chiave di lettura proposta nel nuovo Rapporto dell’Alleanza Clima Lavoro, dal titolo “Agricoltura, lavoro e clima. Verso una giusta transizione del sistema agroalimentare. Per l’Alleanza Clima Lavoro, la “questione agricola” non può essere affrontata come materia settoriale: riguarda, nel loro intreccio, il lavoro, il clima, la salute, l’organizzazione dei territori, la qualità del cibo e, più in generale, il modello di sviluppo che intendiamo perseguire. In questa prospettiva, lo sfruttamento del lavoro nei campi, il degrado ambientale, la riduzione del reddito agricolo e la crescente concentrazione del valore lungo le filiere non sono anomalie marginali, ma il risultato di un modello di sviluppo che produce insieme disuguaglianze sociali e squilibri ecologici.

Negli ultimi decenni, con la globalizzazione e la liberalizzazione dei mercati, la produzione agricola è stata progressivamente inserita in catene del valore sempre più lunghe, concentrate e dipendenti da attori esterni alla produzione primaria. La grande distribuzione organizzata, l’industria di trasformazione e le multinazionali dell’agroindustria hanno acquisito un crescente potere economico e contrattuale, mentre la quota di valore nelle mani degli agricoltori si è progressivamente ridotta. 

I dati raccolti nel Rapporto restituiscono con chiarezza questa dinamica. Nell’Unione europea si contano circa 9,1 milioni di aziende agricole, che gestiscono una superficie agricola utilizzata di circa 157 milioni di ettari, ma meno del 10% delle aziende controlla oltre la metà della superficie. In Italia le aziende agricole sono circa 1,13 milioni, dopo una riduzione superiore al 30% negli ultimi vent’anni, mentre la superficie agricola utilizzata si attesta intorno ai 12,5 milioni di ettari. Il valore della produzione agricola italiana supera i 70 miliardi di euro, ma agli agricoltori resta mediamente meno del 27% del valore finale del cibo, a fronte di una filiera agroalimentare complessiva che supera i 600 miliardi di euro.

Il risultato è un sistema nel quale una parte consistente delle aziende, in particolare quelle medio-piccole, opera in condizioni di redditività insufficiente. Molte produzioni non riescono a coprire i costi di produzione e la sopravvivenza economica si trova sempre più a dipendere dai sostegni pubblici, in particolare dalla Politica Agricola Comune. Eppure, anche gli aiuti finiscono spesso per riflettere e acuire le disuguaglianze: circa il 20% delle aziende riceve oltre l’80% dei pagamenti diretti della PAC. In questo modo, le imprese più grandi e capitalizzate consolidano la propria posizione, mentre le altre si trovano a operare con margini sempre più ridotti. 

L’iniqua distribuzione del valore lungo la filiera contribuisce inoltre a determinare il modo in cui si produce, si organizza il lavoro e si utilizzano le risorse naturali. Quando agli agricoltori va una quota sempre minore del valore generato, la pressione competitiva si scarica sui costi e sulle condizioni della produzione agricola: sul lavoro, sull’ambiente, sull’uso dell’acqua, dell’energia e degli input chimici. È in questo contesto che si diffondono il lavoro sottopagato e senza diritti nei campi, il ricorso all’intermediazione illecita della manodopera, così come l’intensificazione dell’uso di fertilizzanti, pesticidi e risorse idriche.

Il lavoro irregolare in agricoltura si colloca stabilmente tra il 20% e il 30% del totale, con concentrazioni territoriali e settoriali molto elevate. Il caporalato coinvolge circa 180mila lavoratori, di cui oltre 50mila in condizioni di grave sfruttamento. A ciò si aggiungono salari compressi, alloggi inadeguati, mancanza di trasporti organizzati, esposizione a rischi per la salute e difficoltà di accesso ai servizi. La qualità del lavoro agricolo non riguarda quindi soltanto la dimensione contrattuale, ma l’intera infrastruttura sociale e territoriale che rende possibile una vita dignitosa per chi lavora nelle filiere del cibo. 

La dimensione ambientale conferma la natura sistemica della crisi. L’Italia si colloca stabilmente tra i paesi europei con il maggiore utilizzo di prodotti fitosanitari, con un consumo superiore alla media dell’Unione europea. L’agricoltura utilizza tra il 50% e il 55% dei prelievi idrici complessivi, con valori che superano il 60% nelle regioni meridionali. Oltre il 30% dei suoli agricoli italiani presenta livelli bassi di sostanza organica e circa il 21% del territorio è esposto a rischio elevato di erosione. Allo stesso tempo, il settore agricolo contribuisce a circa il 7% delle emissioni nazionali di gas serra, pur avendo un rilevante potenziale di mitigazione attraverso la gestione sostenibile del suolo, la riduzione degli input esterni, le pratiche agroecologiche e il rafforzamento del presidio territoriale.

In questo contesto, l’alternativa non è tra ambiente e lavoro, ma tra modelli produttivi differenti. Non esiste una sola agricoltura: il Rapporto descrive due modelli in conflitto. Da un lato vi è il paradigma agroindustriale dominante, caratterizzato da alta intensità di capitale, forte dipendenza da sementi certificate, fertilizzanti, pesticidi, energia fossile, tecnologie proprietarie, filiere lunghe e mercati globali. È un modello che tende a sostituire lavoro umano con capitale, conoscenze locali con pacchetti tecnologici, autonomia territoriale con dipendenza da grandi attori economici. La logica è quella dell’aumento della produttività per unità di superficie, della standardizzazione dei prodotti e dell’integrazione nelle catene globali del valore, ma questa apparente efficienza produce spesso vulnerabilità sociale, ecologica e territoriale. 

Dall’altro lato esistono modelli territoriali, agroecologici e contadini, a maggiore intensità di lavoro, più radicati nei territori, meno dipendenti da input esterni. Non sono nostalgie rurali né cartoline del passato. Sono esperienze che indicano un’altra direzione: produrre cibo valorizzando il lavoro, le conoscenze situate, la biodiversità, la manutenzione del territorio, le economie locali. In questa prospettiva, il lavoro non è un costo da tagliare, ma una risorsa ecologica e cognitiva. 

Il mancato riconoscimento di questi importanti modelli di produzione e riproduzione ha contribuito ad alimentare e consolidare una governance frammentata, nella quale le diverse dimensioni della transizione procedono su binari paralleli, non convergenti. Le politiche agricole continuano a concentrarsi sulla competitività e sul sostegno al reddito; quelle ambientali sulla riduzione degli impatti ecologici; le politiche del lavoro sulle condizioni occupazionali e sulla lotta allo sfruttamento; le politiche territoriali sullo spopolamento e sul declino delle aree interne. Questa separazione è sempre più problematica in un contesto in cui le criticità del settore sono profondamente intrecciate. 

Di fronte a queste dinamiche, il Rapporto invita a siglare un patto ambiente-lavoro che affermi un principio essenziale: non può esistere una giusta transizione ecologica fondata sullo sfruttamento del lavoro e non può esistere lavoro di qualità in un sistema produttivo che consuma le risorse naturali da cui dipende la sua stessa sopravvivenza.

Contestualmente, si propone di introdurre un sistema integrato di indicatori socio-ambientali per valutare simultaneamente condizioni del lavoro, sostenibilità ecologica, distribuzione del valore, governo delle filiere e sviluppo territoriale. Indicatori come la coerenza tra coltura e fabbisogno di manodopera, l’incidenza del lavoro regolare, l’intensità degli input chimici, il consumo idrico, la qualità del suolo, la biodiversità aziendale, il rapporto tra prezzi e costi di produzione, la trasparenza contrattuale e la distribuzione del valore lungo la filiera permetterebbero di rendere visibili le interdipendenze che oggi restano spesso escluse dalle decisioni pubbliche. 

L’obiettivo non è introdurre un ulteriore livello burocratico, ma riorientare le politiche pubbliche a partire da ciò che effettivamente determina la sostenibilità di un sistema agroalimentare: la qualità del lavoro, la capacità di rigenerare le risorse naturali, l’equità nella distribuzione del valore, il radicamento territoriale delle produzioni e la democrazia economica delle filiere. Il Rapporto offre così una chiave di lettura che guarda a lavoro, ambiente, economia e territorio come a dimensioni inseparabili di uno stesso processo.

È da questa consapevolezza che deve muovere l’impegno per promuovere politiche e strumenti efficaci, capaci di accompagnare il settore fuori dalla crisi sistemica che lo affligge. La transizione agroalimentare non può limitarsi a rendere più efficiente il modello che ha prodotto la crisi. Deve modificarne le cause strutturali, rafforzando le agricolture territoriali e agroecologiche, redistribuendo valore lungo le filiere, riconoscendo il lavoro come risorsa ecologica e garantendo un governo pubblico della trasformazione, a fondamento di una transizione realmente giusta.

SCARICA IL RAPPORTO DELL’ALLEANZA CLIMA LAVORO

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