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3 Luglio 2026 di Redazione Economia

Fillea Cgil: “Dopo oltre un miliardo di risorse pubbliche tra interventi, sostegni e ammortizzatori sociali in 23 anni, non è accettabile che l’azienda provi a chiudere questa fase nascondendosi dietro procedure di risanamento volontario”
Puglia
Una corona di fiori con la scritta “Qui giace il Made in Italy” davanti alla sede centrale di Natuzzi, a Santeramo in Colle (Bari), e due operai insieme a un sindacalista che si sono legati con delle corde ai cancelli dello stabilimento. È la protesta andata in scena oggi contro il piano di riorganizzazione annunciato dall’azienda dei divani, che prevede la chiusura definitiva della fabbrica Jesce 2 di Santeramo, la sospensione temporanea dei siti Graviscella e Centrale Ps di Altamura e il trasferimento di quasi 700 lavoratori negli impianti che resteranno operativi, con un ampio ricorso alla cassa integrazione.
“Protestiamo contro la delocalizzazione in Romania del Made in Italy”, spiegano gli operai e il rappresentante dei Cobas-Lavoro Privato che hanno inscenato il presidio davanti ai cancelli della sede di via Iazzitiello. Intanto a Laterza, in provincia di Taranto, davanti allo stabilimento che stando al piano aziendale dovrebbe accogliere la gran parte dei 668 lavoratori dei tre siti chiusi, gli operai hanno bloccato gli accessi, impedendo ai camion di entrare e, di fatto, fermando la produzione.
Nei giorni scorsi, durante un incontro con i sindacati di Puglia e Basilicata, Natuzzi ha confermato il piano industriale già anticipato: oltre alla chiusura di Jesce 2 e alla sospensione di due stabilimenti ad Altamura, sono previsti il trasferimento del personale negli impianti di Laterza (Taranto), Jesce 1 e Matera, una nuova organizzazione del lavoro, la cassa integrazione e un piano di incentivi all’esodo. I trasferimenti, inizialmente previsti per oggi, sono stati rinviati al 13 luglio dopo la richiesta delle organizzazioni sindacali.
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La mobilitazione è stata accompagnata dalle assemblee convocate da Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil. Per Ignazio Savino, segretario generale della Fillea Cgil Puglia, il piano “impoverisce il territorio, riduce la presenza produttiva in Italia e scarica ancora una volta il peso della crisi su chi lavora”. Il sindacato chiede alle istituzioni di premere perché Natuzzi ritiri il piano e riapra il confronto.
La Fillea ricorda anche il massiccio sostegno pubblico ricevuto dall’azienda negli ultimi decenni. “Dopo oltre un miliardo di risorse pubbliche, dirette e indirette, tra interventi, sostegni e ammortizzatori sociali in 23 anni, non è accettabile che l’azienda provi a chiudere questa fase nascondendosi dietro procedure di risanamento volontario”, afferma il sindacato. Per Savino la soluzione dovrebbe passare dall’ingresso di Invitalia e del settore pubblico nella gestione della crisi: “Se Natuzzi continuerà a rifiutare ogni ipotesi di intervento pubblico e ogni vincolo reale sul futuro industriale, sarà inevitabile leggere questa scelta come la volontà di abbandonare progressivamente l’Italia dopo aver beneficiato per anni del sostegno pubblico e del lavoro di questo territorio”.
Il confronto resta in salita. Dopo il tavolo saltato al ministero delle Imprese e del Made in Italy, anche l’incontro convocato tre giorni fa nella sede di Confindustria Bari si è concluso senza alcuna intesa tra azienda e organizzazioni sindacali, mentre proseguono le mobilitazioni dei lavoratori.