Vietnam, dove l’economia cresce grazie alla diplomazia del bambù

Dal blog https://www.lindipendente.online/

13 Luglio 2026 Armando Negro

Negli ultimi anni una nuova potenza economica ha sconvolto gli equilibri geopolitici dell’area dell’Asia-Pacifico. Con un tasso di crescita del PIL dell’8,2% registrato nel 2025, il Vietnam ha ridefinito la propria egemonia politica nelle relazioni internazionali con i Paesi vicini ed è divenuto un punto cardine nei rapporti bilaterali tra Repubblica Popolare cinese e Stati Uniti d’America all’interno del continente. 

Da un punto di vista interno, il Paese conta su una struttura monopartitica che, parimenti al vicino cinese, instaura la propria strategia politica ed economica attraverso la definizione di piani quinquennali, sotto la supervisione delle quattro figure politiche principali, i cosiddetti “pilastri”. In questo momento, i poteri delle figure del segretario del Partito Comunista e del presidente del Paese sono stati accentrati nelle mani di To Lam, elemento che permette un ulteriore controllo sull’attuazione delle decisioni prese in seno al Partito Comunista. 

Sebbene i piani quinquennali aprano a esperimenti politici a lungo termine, elemento che ridefinisce i margini d’errore e punta al conseguimento della fiducia della popolazione, la crescita economica vietnamita non può spiegarsi esclusivamente tramite l’analisi dei processi interni. La strategia di questo Stato si esprime attraverso una sapiente collocazione sul piano internazionale, mediante la quale Hanoi riesce a garantire sicurezza nazionale e dialogo con le realtà vicine. 

Affacciato interamente sul Mar Cinese meridionale, la posizione geografica renderebbe il Vietnam una pedina essenziale nei piani geopolitici della potenza cinese e al tempo stesso una roccaforte imprescindibile per le strategie di contenimento applicate dall’intelligence statunitense. Dinanzi a un ipotetico schieramento e alla rispettiva esposizione al rischio di ripercussioni, Hanoi ha dato vita a un paradigma che riesce a ottenere il migliore dei risultati da una situazione geopolitica estremamente delicata. «Con le radici ben salde al terreno, con il tronco solido e i rami flessibili». Queste sono le parole che definiscono l’immagine che rappresenta a pieno la strategia che ha portato il Vietnam a solidificare la propria posizione in ambito internazionale e l’esplosione economica che sta conducendo il Paese verso il tavolo dei più grandi: la diplomazia del bambù

Cartelloni propagandistici, Saigon. Foto di Armando Negro

Menzionata per la prima volta durante la Conferenza Nazionale del Partito sugli Affari Esteri nel 2016, questa teoria diplomatica è stata presentata ufficialmente e formalizzata nel 2021 dall’ex presidente Nguyen Phu Trong, in occasione del XIII Congresso del Partito Comunista vietnamita. Facendo riferimento alla pianta endemica dell’Asia meridionale e orientale, l’immagine del bambù spiega in maniera lampante la politica da attuare in un contesto geopolitico complesso come quello del Sud-est asiatico e del Vietnam.

La flessibilità è la chiave che permette di muoversi tra una forza e l’altra rimanendo però solidi nel terreno e non rischiando di farsi spazzare via dagli agenti atmosferici. 

Utilizzato già per descrivere la strategia attuata dal regno del Siam (attuale Thailandia) per destreggiarsi tra i progetti di espansionismo coloniale britannico e francese senza perdere la propria indipendenza, questo protocollo incarna la difesa dei confini del Paese vietnamita e ha permesso ad Hanoi di solidificare il processo che, come augurato dallo stesso partito, lo sta trasformando in una nuova “tigre asiatica”. 

Cina e Stati Uniti: relazioni con Paesi nemici-amici 

Per quanto possa scaturire stupore, è bene ricordare che le relazioni sino-vietnamite, sebbene riguardino due Paesi che condividono la medesima ideologia politica e un simile modello di governo, per vari decenni non hanno goduto di buona salute. Nonostante il fondatore della patria Ho Chi Minh abbia partecipato alla fondazione dello stesso Partito Comunista cinese e abbia stretto relazioni con esponenti del calibro di Mao Zedong e Zhou Enlai, durante gli anni della guerra di riunificazione e specialmente con l’estensione del conflitto in Cambogia, le relazioni hanno iniziato un processo che portò a una reale incrinatura. 

Il contrasto dicotomico generato dall’asse Unione Sovietica-Vietnam e Repubblica Popolare cinese-Cambogia ha raggiunto il suo massimo livello con l’invasione della Kampuchea Democratica dei khmer rossi da parte del Vietnam nel dicembre del 1978 e la conseguente conquista di Phnom Penh nei primi giorni del 1979. Questo evento ha portato all’invasione da parte dell’esercito di liberazione cinese dei confini settentrionali del Vietnam e a una guerra lampo che si è conclusa con la ritirata cinese, dopo poco meno di un mese di conflitto. 

La situazione si è risolta con un’ambiguità riguardante gli stessi risultati dell’operazione militare: da un lato la Repubblica Popolare aveva dimostrato l’inaffidabilità del rivale sovietico nei confronti del Paese invaso, dall’altro il Vietnam aveva mantenuto l’occupazione in Cambogia senza vedere necessario il trasferimento delle truppe da un confine all’altro. 

Treno sfila tre la abitazioni di Saigon. Foto di Armando Negro

Nonostante il fronte fosse tornato a una condizione di pace ancora precaria, le riforme aperturiste iniziate da Deng Xiaoping, poi proseguite da Jiang Zemin nel corso degli anni ’90 e simultaneamente le politiche di mercato in chiave socialista attuate in Vietnam dal 1986, hanno attivato un canale commerciale tra i due Paesi, fattore che in questo momento appare più florido che mai. Dal 2000 al 2022 il volume degli scambi bilaterali tra Cina e Vietnam è passato dai 2,4 miliardi di dollari, ai 234,9 miliardi, elemento che rende Hanoi il principale partner commerciale della Repubblica Popolare tra i Paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN).

La relazione economica, inoltre, si esprime attraverso un flusso in grande crescita di investimenti cinesi in Vietnam nell’ambito tecnologico, logistico, informativo e dello sviluppo sostenibile. 

Sebbene le relazioni commerciali siano fiorenti e in costante aumento, la situazione in ambito territoriale, specialmente per quanto riguarda l’espansionismo di Pechino nel Mar Cinese meridionale, preoccupa il Paese confinante. Con il fine di limitare le possibilità militari cinesi nell’area, gli Stati Uniti hanno trovato nel Vietnam un alleato strategico di prim’ordine. 

I due rivali per eccellenza nel racconto mediatico dei conflitti del secondo dopoguerra in Indocina hanno riaperto definitivamente le rispettive relazioni commerciali bilaterali nel 1995 sotto la presidenza Clinton, e in poco meno di trent’anni il valore economico degli scambi tra i due Paesi ha raggiunto i 124 miliardi di dollari nel 2023. Nello stesso anno Vietnam e USA hanno siglato un partenariato strategico globale che si dirama in vari settori, dalla tecnologia (in particolar modo con i semiconduttori), al tessile e ai minerali critici. 

I princìpi inscalfibili del bambù 

Se da un certo punto di vista la strategia vietnamita può essere associata a una tendenza cerchiobottista, in realtà la diplomazia del bambù demarca diverse “linee rosse” che le varie alleanze strette negli ultimi decenni non possono valicare. 

Pescatore sulla battigia, Doc Let. Foto di Armando Negro

Come detto in precedenza, l’associazione con le radici del bambù non è casuale. Questo paradigma politico assume come precetto fondante la teoria dei “Quattro no”, l’elemento che permette al Vietnam di non protendere mai maggiormente verso uno schieramento o l’altro.

Teorizzata nel 1998 (con il nome di “Tre no”) e successivamente rivista e integrata nel 2019 all’interno del Libro Bianco della Difesa, questa teoria prevede quattro linee pacifiche di autodifesa: non partecipare ad alleanze militari; nessuno schieramento con un Paese o l’altro; nessuna base militare straniera o cessione del territorio vietnamita per condurre operazioni militari verso altre nazioni; divieto di minacciare o utilizzare la forza nelle relazioni internazionali.

Come affermato dallo stesso ex segretario generale Nguyen Phu Trong, durante il suo discorso alla Conferenza nazionale sugli Affari Esteri del 2021, le radici del bambù, spesso intrecciate tra loro, simboleggiano l’unità del popolo, del partito e dell’esercito vietnamita e «quando le radici sono forti, allora il tronco e i rami saranno rigogliosi, abbondanti e flessibili». 

Attraverso la solidità della teoria dei “Quattro no”, la flessibilità commerciale diviene così credibile e prepara le alleanze agli sviluppi relazionali futuri.

Nel corso degli anni, il Vietnam ha stretto relazioni diplomatiche con 194 Paesi, ha aperto canali di investimento con più di duecento partner e dato il via a cooperazioni con almeno cinquecento organizzazioni internazionali. L’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), l’ASEAN, il forum di Cooperazione Asia-Pacifico (APEC), il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale sono solo alcune delle associazioni all’interno delle quali il Vietnam ha trovato un ruolo chiave e la diplomazia del bambù ha permesso la cooperazione tanto con Stati impegnati in una lotta egemonica contro la Cina, come il Giappone, l’India e l’Unione Europea, quanto con contesti un tempo nemici, come la Cambogia e la stessa Repubblica Popolare. 

Giovani sotto la statua di Ho Chi Minh, Can Tho. Foto di Armando Negro

La diplomazia del bambù, però, non si limita ai soli scambi commerciali. La criticità derivata dalle dispute territoriali nel Mare Orientale (adottando la nomenclatura vietnamita), renderebbero il Vietnam, oltre alle Filippine, il territorio più esposto all’espansionismo cinese, come evidenziato dalle questioni che coinvolgono i tre contendenti riguardo l’amministrazione delle isole Spratly e Paracelso.

In questo contesto specifico, ad esempio, il Vietnam ha dato vita a una doppia strategia d’azione: la prima è caratterizzata dagli sforzi diplomatici all’interno dell’ASEAN per garantire il raggiungimento di una linea di condotta estesa all’intero gruppo; la seconda riguarda la costruzione di flotte e di una guardia costiera congiunta a tutti i Paesi interessati dalle dispute, con il fine di contrastare un’ipotetica esplosione del conflitto. Sullo stesso piano, sono proprio gli Stati Uniti a offrire una mutua cooperazione in ambito marittimo e le relazioni proseguono nonostante le profonde differenze ideologiche e politiche che intercorrono tra i due governi. 

La flessibilità diplomatica punta alla creazione di un multilateralismo che non vuole solo anticipare eventuali crisi militari, ma che permette la crescita economica e l’assunzione del ruolo di garante tra Paesi dichiaratamente rivali. A queste realtà, infatti, si aggiungono la Federazione Russa e l’Unione Europea; la prima ha firmato un partenariato strategico inclusivo con l’alleato storico nel 2012 e ha siglato memorandum per scambi in ambito nucleare, educativo e sanitario.

Conforme alla dottrina dei “Quattro no”, il Vietnam non ha mai preso una posizione formale nel conflitto russo-ucraino e si è astenuta per sei volte nelle risoluzioni proposte dall’Assemblea Generale dell’ONU. Però, se da un lato Hanoi ha votato contro la sospensione della Russia dal Consiglio per i Diritti Umani, proprio con Kiev ha firmato nel 2011 un partenariato strategico di cooperazione e a oggi auspica una risoluzione pacifica della guerra. Attraverso l’Accordo di libero scambio UE-Vietnam e la Just Energy Transition Partnership, invece, il Vietnam ha garantito finanziamenti europei nel settore della sostenibilità e della transizione energetica, con il fine di diversificare gli approvvigionamenti e ridurre la dipendenza eccessiva dal mercato cinese. 

Traffico tra le vie del mercato di Can Tho. Foto di Armando Negro

Piegarsi alle intemperie geopolitiche non appare dunque un mero meccanismo di risposta, ma una strategia ben oleata che colloca il Vietnam in una posizione di favore, reso forte dalla propria economia interna e dai floridi scambi commerciali.

Con l’intenzione ferma di non attaccare e non schierarsi, Hanoi si muove nello scacchiere internazionale tra le debolezze e i punti forti di alleati che non condividono gli stessi princìpi ideologici. In occasione del Dialogo di Shangri-La di Singapore del giugno del 2026 (noto anche come summit per la Sicurezza dell’Asia), il presidente e segretario del partito To Lam ha ribadito la necessità del dialogo contro la crisi del diritto internazionale, che, attraverso dazi commerciali e interventismo militare, mina la fiducia degli Stati alleati e compromette la sicurezza nazionale.

Difendere questi elementi, secondo To Lam, è essenziale per garantire lo sviluppo economico e la cooperazione nell’area dell’Asia-Pacifico. Le incertezze della politica internazionale sono quindi la bufera che scuote vorticosamente i rami del bambù: la forza del Vietnam risiede nella solidità dei suoi princìpi, nell’autonomia commerciale e nella consapevolezza di un Paese che ha vissuto più di trent’anni di guerra ininterrotta, ma che adesso viaggia a passo spedito verso un futuro di ricchezza e benessere.

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Armando Negro

Laureato in Lingue e Letterature straniere, specializzato in didattiche innovative e contesti indipendentisti. Corrispondente da Barcellona, per L’Indipendente si occupa di politica spagnola, lotte sociali e questioni indipendentiste.

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