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M.Alessandra Maf Filippi 8 agosto 26
Il patto fra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan ridisegna la scacchiera del Medio Oriente e introduce un nuovo centro di gravità negli equilibri mondiali.
Nati in India oltre quindici secoli fa, giunti in Europa attraverso la Persia e il mondo islamico, gli scacchi non sono mai stati soltanto un gioco. Hanno accompagnato per secoli re, condottieri, strateghi e diplomatici e la ragione è presto detta: sulla scacchiera non conta solo la forza dei pezzi ma la loro posizione, la capacità di prevedere le mosse dell’avversario. E soprattutto il tempo.
È per questo che, osservando l’Accordo della Mecca (Mecca Joint Defence Agreement), firmato il 7 agosto 2026 da Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, la prima immagine che mi viene alla mente è quella di una partita a scacchi. L’intesa introduce una clausola di mutua difesa vincolante, analoga nel principio all’articolo 5 della NATO: un attacco armato contro uno dei tre viene considerato un’aggressione contro tutti. Anche la scelta della Mecca, cuore spirituale dell’islam sunnita, aggiunge alla firma un evidente valore simbolico.
Sappiamo tutti che negli ultimi decenni il Medio Oriente è stato costruito attorno a due assi: il contenimento dell’Iran e il progressivo consolidamento del rapporto strategico Washington-Tel Aviv. È su questa griglia che hanno trovato terreno fertile i Patti di Abramo e il tentativo di costruire una nuova architettura regionale: Israele come perno tecnologico e militare, le monarchie del Golfo come pilastro economico e gli Stati Uniti come garanti del sistema.
L’accordo siglato alla Mecca introduce qualcosa di diverso: l’Iran resta una minaccia centrale e sarebbe sbagliato escluderlo dalla partita, ma non è più l’unico parametro attorno al quale si costruisce la sicurezza regionale. Il principio che emerge è più ampio: Turchia, Arabia Saudita e Pakistan sembrano voler costruire una capacità autonoma di deterrenza rispetto a qualunque attore intenzionato ad alterare con la forza l’assetto dell’area.
L’Accordo modifica gli equilibri introducendo un nuovo centro di gravità.
Ed è qui che il messaggio arriva inevitabilmente anche a Israele. Non perché il trattato lo indichi come nemico, ma perché dopo Gaza, l’espansione delle operazioni militari israeliane nella regione e la progressiva erosione del processo di normalizzazione, è diventato impossibile costruire una nuova architettura di sicurezza mediorientale senza fare i conti con la superiorità militare israeliana. Se i Patti di Abramo avevano cercato di integrare Israele nel nuovo ordine regionale, l’Accordo della Mecca rappresenta la prima vera contromossa regionale: non uno scacco matto, ma la risposta di chi rifiuta di continuare a giocare su una scacchiera disegnata da altri.
Principale artefice del nuovo scenario potrebbe essere, paradossalmente, proprio Benjamin Netanyahu e il suo governo di estremisti.
La cancellazione di Gaza compiuta da Israele dopo il 7 ottobre, e l’annientamento della sua popolazione, hanno cambiato il contesto, reso evidente la falla del processo di normalizzazione e, soprattutto, ha esposto molti governi arabi alla crescente pressione delle rispettive opinioni pubbliche, indignate davanti a un genocidio trasmesso in diretta mondiale.
Parallelamente, Israele ha consolidato una posizione di superiorità strategica senza precedenti – sostenuta dall’appoggio incondizionato degli Stati Uniti, che così facendo hanno perso ogni credibilità e autorevolezza nella Regione -, spingendo in questo modo attori che fino a pochi anni fa percorrevano strade parallele a cercare nuovi punti di convergenza. È in questo quadro che va letto il coordinamento fra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan.
L’intesa non crea un esercito comune ma un coordinamento strategico. Definirla “NATO islamica” significa fraintenderne la natura. La NATO è un’organizzazione permanente, dotata di una struttura di comando integrata, standard operativi comuni, interoperabilità militare e un sistema di difesa collettiva consolidato da oltre settant’anni. Nulla di tutto questo, almeno per ora, emerge dall’Accordo della Mecca.
È proprio per questo che è ancora più interessante. Le alleanze del XXI secolo non assomigliano più ai blocchi rigidi di un tempo. L’Accordo della Mecca sembra collocarsi proprio in questa logica: mette al centro non l’appartenenza ideologica, bensì la complementarità delle capacità. Ciascun Paese conserva la propria autonomia ma coordina gli strumenti di cui dispone per aumentare il proprio peso strategico.
C’è poi un elemento che sfugge a gran parte dei commentatori. In questo triangolo Erdoğan compie forse la mossa più sofisticata dei tre: non abbandona la NATO, le affianca un’altra geometria di sicurezza; non sceglie nemmeno un campo, ma aumenta il numero di quelli nei quali è indispensabile, senza uscire dalla scacchiera occidentale, ma costruendone un’altra, nella quale l’Occidente non è più il giocatore a stabilire le regole.
L’Accordo modifica gli equilibri introducendo un nuovo centro di gravità.
Per questo è sterile analizzare la partita con le categorie della Guerra Fredda. Quella della Mecca è una mossa da scacchisti. Un arrocco, ma non nel senso tradizionale del termine. Lo chiamerei un arrocco dinamico.
Negli scacchi veri non esiste. Ma nella scacchiera geopolitica ho deciso di sì.
L’arrocco nasce per mettere al sicuro il re ma, nel farlo, porta contemporaneamente la torre dentro la partita: protegge e mobilita, difende modificando la disposizione delle forze. È esattamente ciò che stanno facendo Turchia, Arabia Saudita e Pakistan: non hanno ancora mosso contro nessuno ma hanno cambiato la posizione dalla quale chiunque dovesse confrontarsi con loro sarà costretto a ricalcolare le proprie mosse.
Ognuno di loro porta ciò che agli altri manca. La Turchia dispone di uno degli eserciti più addestrati, tecnologicamente avanzati e con maggiore esperienza operativa dell’intero Mediterraneo orientale e Medio Oriente, oltre a una crescente industria della difesa e a una posizione geografica strategica che collega Europa, Balcani, Caucaso, Mar Nero e Mediterraneo. L’Arabia Saudita apporta una pressoché illimitata leva finanziaria, la centralità energetica e il peso politico e religioso del principale Paese sunnita. Il Pakistan completa il triangolo: è l’unico Stato a maggioranza musulmana dotato di armi nucleari.
Tre capacità strategiche complementari, tre potenze regionali che, unite, mettono insieme tre forme diverse di potenza: forza militare convenzionale, energia e capitale, deterrenza nucleare. Per questo la domanda non è se stia nascendo una NATO islamica, quanto piuttosto se questa nuova alleanza non segni l’inizio del tramonto del monopolio occidentale nella costruzione degli equilibri del Medio Oriente.
In geopolitica, come negli scacchi, i principianti osservano la mossa. I grandi strateghi osservano la posizione che quella mossa produce.
Forse il vero significato dell’Accordo della Mecca non è ciò che cambia oggi, ma il fatto che d’ora in avanti tutti gli altri saranno costretti a giocare su una scacchiera diversa, che per la prima volta non hanno disegnato loro.