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31/agosto/ 2026 A cura di Lorenzo Buonarosa
L’estate 2026 costerà all’Unione europea circa 180 miliardi di euro, l’1% del Pil. È quasi esattamente la crescita che la Commissione europea aveva previsto per quest’anno, l’1,1%. La stima arriva da Hot Summer Economics, il report pubblicato l’8 agosto dagli economisti di Triodos Bank Hans Stegeman, Joeri de Wilde ed Ernst Hobma, che hanno misurato l’impatto del caldo su quattro fronti: agricoltura, energia, trasporti e produttività del lavoro. Una precisazione serve subito: la stima considera soltanto gli effetti diretti di primo giro, con l’estate ancora in corso. Per ammissione degli stessi autori è probabilmente prudente.
Quest’anno il nostro Paese ha accumulato 47 giorni sopra i 30 gradi in più rispetto alla propria media storica: il valore più alto tra le sette economie analizzate, quasi il doppio della media europea, ferma a 24.
È questo scarto, e non la temperatura assoluta, a determinare il danno economico. Ed è il motivo per cui l’Italia risulta il secondo Paese più colpito dell’Unione, subito dietro la Francia e davanti a Spagna e Belgio. Con un paradosso a cui arriveremo: succede nonostante sia, sulla carta, il Paese meglio attrezzato del gruppo.
Quanto è stata calda davvero l’estate 2026
Il punto di partenza sono i dati fisici, e sono senza ambiguità. Secondo il Copernicus Climate Change Service, giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai registrato in Europa occidentale, oltre tre gradi sopra la media 1991-2020: un record che apparteneva all’anno prima. Da allora sono arrivate altre due ondate di calore. Tre in sei settimane.
Sull’origine di quel caldo esiste una misura precisa. Il gruppo di ricerca World Weather Attribution ha calcolato che l’ondata di giugno è stata resa circa cento volte più probabile dal riscaldamento globale rispetto a vent’anni fa, e che il 45% di oltre 800 città europee esaminate ha battuto il proprio record di stress da calore. I singoli servizi meteorologici nazionali hanno registrato primati mai visti: la Francia cinque giorni consecutivi oltre i 40 gradi e 72 dipartimenti in allerta rossa contemporaneamente, la Germania undici giorni sopra i 35.
Per l’Italia, invece, un numero nazionale non esiste. Il nostro Paese non ha un ente che tenga questa contabilità come fanno il DWD tedesco o il KNMI olandese, e il dato disponibile resta locale: a Firenze sei giorni consecutivi sopra i 36 gradi, record da settant’anni. È una lacuna a cui torneremo.
Come il caldo estremo si trasforma in Pil perso: i 4 canali

Il report analizza le componenti del Pil perso distinguendoli per settore. Tre di questi pesano insieme poco meno di mezzo punto. Il quarto vale da solo più degli altri tre messi insieme.
Perché l’Italia è tra i Paesi più colpiti pur essendo il più attrezzato
È qui che l’analisi produce il risultato meno scontato. Per distribuire le perdite fra i Paesi, gli autori costruiscono un indice di sensibilità al caldo basato su quattro elementi: quanto pesano le professioni esposte, quanti impianti di aria condizionata sono installati, quanto una popolazione è storicamente abituata alle alte temperature e quanto tempo passa negli spostamenti casa-lavoro.
Su questa scala l’Italia risulta il Paese meno sensibile del campione. Ha molta aria condizionata, molti giorni caldi alle spalle e quindi un buon grado di acclimatazione dei cittadini e i tragitti casa-lavoro più brevi. All’estremo opposto c’è la Polonia, che per ogni singolo giorno caldo subisce un danno stimato 3,4 volte superiore.
Eppure l’Italia finisce comunque tra le economie più danneggiate, perché la capacità di adattamento non ha retto all’intensità: essere attrezzati serve fino a quando la soglia non si sposta, e quest’anno si è spostata. La Francia, meno acclimatata e con poca aria condizionata, perde circa 1,4 punti di crescita. L’Italia la segue con circa 1,2 punti, e poiché partiva da una previsione di crescita di appena mezzo punto, il risultato è lo stesso: due delle maggiori economie europee chiudono il 2026 in contrazione, entrambe intorno al -0,7%. Vanno sotto zero anche Belgio e Germania, mentre i Paesi Bassi si fermano sulla linea dello zero. La Polonia, che di giorni caldi in più ne ha avuti pochissimi, cresce comunque quasi del 3%.
Cosa dice la BCE: il caldo entra nella politica monetaria
Che l’estate sia diventata una variabile macroeconomica non è più solo una tesi di parte. Nel Bollettino economico di agosto, la Banca centrale europea inserisce gli eventi meteorologici estremi — “come illustrato dalle ondate di calore in corso” — tra i rischi al rialzo sui prezzi alimentari. È il linguaggio più esplicito che una banca centrale usi su un fenomeno non ancora concluso.
La misura di quel rischio arriva dalla ricerca della stessa BCE. Uno studio del 2024 firmato da Maximilian Kotz, Friderike Kuik, Eliza Lis e Christiane Nickel, pubblicato su Communications Earth & Environment, ha calcolato che il caldo europeo del 2022 ha spinto l’inflazione alimentare fino a 0,93 punti percentuali nei dodici mesi successivi. È proprio questo il parametro che Triodos usa per proiettare l’effetto del 2026. Un secondo working paper della BCE, Beat the heat, uscito quest’anno, stima che in uno scenario di caldo e siccità simile a quello del 2022 il valore aggiunto pro capite scenda di 4,5 punti in agricoltura e di 0,75 nell’industria.
La conseguenza pratica è che il conto per le famiglie non arriva quest’estate, ma nel 2027, quando i raccolti mancati si trasferiranno sui prezzi al supermercato.
Cosa resta fuori dai 180 miliardi
Un’ultima avvertenza sul numero, ed è la più importante. Il Pil misura la produzione, non il benessere: incendi e vittime non ci entrano. Anzi, la spesa per spegnere un rogo o curare un malato tecnicamente lo aumenta, pur essendo una perdita netta per il Paese. Gli autori lo scrivono apertamente e rinunciano a monetizzare questi effetti.
Sugli incendi i dati europei di EFFIS, il sistema di monitoraggio del Centro comune di ricerca, raccontano una delle peggiori stagioni mai registrate: a metà agosto la superficie bruciata nell’Unione superava i 490mila ettari, contro una media ventennale di circa 197mila, con la Francia a un massimo storico. Nessuna di queste cifre è stata finora tradotta in euro.
Sulle vittime un conteggio esiste solo dove le agenzie sanitarie nazionali lo pubblicano, e quest’anno i Paesi che hanno già un dato sono pochi.
La Francia ha certificato 5.764 decessi in eccesso tra il 17 giugno e il 2 luglio, un episodio più intenso dell’agosto 2003, con oltre metà dei morti concentrata in tre soli giorni su sedici.
In Germania il Robert Koch Institut ne conta finora circa 5.120.
Il Belgio si ferma a 1.747 tra il 18 giugno e il 1° luglio, il 48% sopra la media stagionale: la sua ondata più letale da quando esistono le rilevazioni, cioè dal 2000.
I Paesi Bassi contano circa 1.323 morti in tre settimane, con una coda che è proseguita dopo il calo delle temperature.
In Inghilterra e Galles, Met Office, UKHSA e Imperial College hanno stimato insieme oltre 2.700 vittime per le ondate di maggio e giugno.
Anche qui l’Italia manca all’appello. Non ha un conteggio nazionale tempestivo paragonabile a quello francese o tedesco, come non ha una statistica ufficiale tempestiva sui giorni di caldo estremo. Il Paese che quest’anno ha registrato lo scarto termico più ampio d’Europa è anche quello che lo misura peggio e potrebbe essere un problema.
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Il mare in Italia è più caldo di 1° rispetto a 25 anni fa: dati sulle temperature del Mediterraneo
Fonti
Triodos Bank, Hot Summer Economics — Economic effects
Banca centrale europea, Bollettino economico 5/2026, Working Paper 3248 “Beat the heat” (2026)
Commissione europea, JRC
Santé publique France
Robert Koch-Institut
Met Office
RIVM
Sciensano
Copernicus Climate Change Service
EFFIS — Current wildfire situation in Europe
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