Come si torna a vedere con i propri occhi?

Dal blog https://comune-info.net

Emilia De Rienzo 01 Settembre 2026

«Fabbrico fake news». È Eli Hazan a pronunciare queste parole, secondo quanto riportato da un video circolato in questi giorni. Hazan è un uomo che ha lavorato ai vertici della comunicazione politica israeliana. Una dichiarazione che spiazza, alla quale se ne aggiunge subito un’altra: «La verità non conta più. I fatti non contano più».

Hazan descrive i social media come un campo di battaglia, un luogo nel quale Israele deve combattere una guerra online contro i suoi oppositori e nel quale, apparentemente, l’accuratezza dei fatti può diventare secondaria. Israele sta riversando somme senza precedenti nella comunicazione e nella propaganda, nel tentativo di contrastare il crollo del sostegno internazionale seguito a ciò che è accaduto a Gaza.

Siamo di fronte a una guerra informativa nella quale è la verità stessa a diventare qualcosa da abbattere. Ma forse non è solo la verità l’obiettivo. È lo sguardo.

Fabbricare fake news non significa soltanto inventare fatti falsi, significa decidere cosa deve entrare nel campo visivo di milioni di persone e cosa deve restarne fuori. Quale immagine di Gaza arriva, e quale no. Quale corpo si vede, e quale viene tenuto ai margini dell’inquadratura.

Non basta più che le guerre si combattano sul terreno. Si combattono anche su X e TikTok, nei motori di ricerca, nelle immagini, negli hashtag, perfino nelle risposte che riceviamo dalle intelligenze artificiali. Si combattono, cioè, per il controllo di ciò che possiamo vedere.

E quando viene distrutta la fiducia nella possibilità stessa della verità, vince chi decide cosa mettere davanti ai nostri occhi.

Il vero obiettivo della propaganda contemporanea non è sempre convincerti di una menzogna. A volte è molto più semplice: convincerti che non esiste più alcuna verità possibile, e intanto continuare a scegliere, al posto tuo, che cosa guardare. Quando succede questo, la democrazia diventa fragilissima.
Una democrazia può sopravvivere al dissenso. Può sopravvivere a opinioni radicalmente opposte. Ma difficilmente può sopravvivere se i cittadini non condividono più nemmeno uno sguardo comune da cui partire per discutere.

Siamo entrati in un’epoca nella quale gli Stati non combattono soltanto per convincere l’opinione pubblica. Combattono per costruire l’ambiente visivo nel quale l’opinione pubblica formerà le proprie convinzioni. Ed è qui che torna in mente Günther Anders. Prima di molti altri, Anders aveva visto una frattura fondamentale del mondo contemporaneo: la distanza sempre più grande tra ciò che siamo capaci di produrre e ciò che siamo capaci di immaginare, la chiamava la sproporzione prometeica, e la pensava a proposito della bomba atomica: sapevamo costruirla, non sapevamo più sentirne per intero le conseguenze.

Prendendo in prestito la sua intuizione, dovremmo chiederci se oggi quella stessa sproporzione non riguardi anche le parole e le immagini. Abbiamo costruito sistemi capaci di produrne più di quante possiamo leggere, immagini più numerose di quante possiamo verificare, versioni dei fatti più rapide di quanto possiamo confrontarle.

È forse questa la nuova sproporzione: da una parte apparati capaci di produrre e moltiplicare incessantemente informazioni, immagini e narrazioni; dall’altra noi, con il nostro tempo limitato, la nostra attenzione fragile, la fatica di capire e di guardare davvero, non solo di ricevere ciò che ci viene messo davanti. A un certo punto ci stanchiamo. E diciamo: non credo più a niente. Ma è proprio allora che diventiamo più vulnerabili. Perché il punto non è soltanto la crisi della verità: è ciò che accade quando, smarrita la fiducia nella verità, ci consegniamo alla realtà costruita da qualcun altro, a uno sguardo che non è più il nostro.

E allora chiediamoci: come si torna a vedere con i propri occhi?

Non a una certezza facile, perché la realtà è complessa, contraddittoria, difficile da comprendere. Va cercata, ascoltata. A volte ci costringe a cambiare idea. Ma continua ad accadere. Anche quando nessuno la racconta, anche quando nessuno la inquadra per noi. È nelle vite delle persone, nelle cose piccole che spesso non fanno notizia e che per questo restano, di regola, fuori campo. Se il potere si gioca sempre di più su chi decide che cosa vediamo, allora vedere ciò che nessuno ha interesse a mostrarti diventa, forse, un piccolo atto politico.

Spesso incontro, davanti al suo portone, una signora molto anziana. È curva. Accanto a lei ci sono il suo deambulatore e una piccola spesa. Per entrare in casa deve superare una rampa di scale prima di raggiungere l’ascensore. E allora aspetta. Non chiede nulla. Non chiama nessuno. Aspetta semplicemente che qualcuno passi e si accorga di lei. Che qualcuno veda il deambulatore. La piccola borsa della spesa. Che veda lei. La fatica di quella rampa di scale. E capisca, senza che lei debba dirlo, che da sola non può farcela. Perché chiedere, a volte, è faticoso. È doloroso. Ogni volta penso che forse la realtà comincia proprio da qui: da qualcuno che nessun algoritmo ha interesse a mostrarci, e che aspetta comunque, davanti a noi. Dal nostro sguardo, quello vero, non quello che qualcun altro ha già deciso per noi.

Possiamo discutere per ore del mondo, indignarci, condividere notizie, litigare per affermare le nostre ragioni. E poi passare accanto a quella signora senza vederla. La realtà, forse, era lì. Davanti a noi. Ad aspettare che qualcuno, per una volta, decidesse di guardare con i propri occhi.

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