ENI, PER MAXI-TANGENTE NIGERIANA A PROCESSO DESCALZI, SCARONI E ALTRI 13

di paolopolitiblog

VIDEO PUNTATE REPORT

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-8c562995-f279-4f0e-87a3-87d44caed338.html  ( LA TRATTATIVA)

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-44fe491e-62d1-4e16-ac92-eb3001f7b051.html    (UN AEREO PER IL PRESIDENTE)

Una presunta maxi-tangente da 1,3 miliardi di dollari pagata dal colosso petrolifero italiano e dall’olandese Royal Dutch Shell a politici nigeriani per accaparrarsi il giacimento Opl-245 al largo delle coste del paese africano. Questa la circostanza, raccontata da Report nelle inchieste di Luca Chianca “La trattativa” del 13/12/2015 e “Un aereo per il presidente” del 10/04/2017, al centro del rinvio a giudizio per corruzione internazionale deciso oggi dal gup di Milano per quindici indagati tra cui l’attuale amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, i tre ex manager Eni Roberto Casula, Vincenzo Armanna e Ciro Antonio Pagano, i presunti intermediari della tangente Luigi Bisignani, Gianfranco Falcioni e Ednan Agaev, l’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete, quattro dirigenti Shell, e le due società indagate in base alle legge sulla responsabilità amministrativa degli enti. Altre due persone individuate come intermediari, Emeka Obi e Gianluca Di Nardo, hanno scelto di farsi giudicare con rito abbreviato.
Il capo di imputazione ricostruisce gli spostamenti dell’ingente somma di denaro, che sarebbe stata bonificata su un conto londinese intestato al governo nigeriano per poi essere interamente girata, nel giro di pochi giorni, alla Malabu, società privata riconducibile all’ex ministro del petrolio Etete che ne avrebbe incassato parte “a profitto proprio e di numerosissimi altri beneficiari per l’acquisto di immobili, aerei, auto blindate e altro”. Il resto della presunta mazzetta, si legge, sarebbe finita nelle disponibilità del presidente Goodluck e di “altri membri del governo nigeriano all’epoca dei fatti”. Altri soldi, infine, sarebbero stati “in parte trattenuti da intermediari e in parte retrocessi a favore di amministratori di Eni e Shell”.
Le indagini dell’ufficio del pubblico ministero milanese furono innescate da una denuncia presentata nell’autunno del 2013 dall’associzione Re:Common e della organizzazioni britanniche Global Witness e The Corner House. “Se quanto sembra sia accaduto con l’affare Opl245 – scrive oggi Re:Common – rappresenta la linea di condotta standard della più grande multinazionale italiana controllata dal governo, i magistrati hanno tutto il diritto di svelare la verità e di assicurare alla giustizia i responsabili”. Per Global Witness “sarà il più grande processo nella storia delle multinazionali e un monito chiaro a chi vede la corruzione come una scorciatoia per guadagni facili”. Il consiglio di amministrazione di Eni, il cui principale azionista è il ministero dell’Economia e delle finanze, ha confermato da parte sua “la fiducia circa la estraneità” dell’azienda “alle condotte corruttive contestate” e il sostegno all’ad Descalzi.

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