Pax tibi, Marce, evangelista meus, hic requiescat corpus tuum. Venezia e il sogno di San Marco

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Di san Marco non si conoscono che pochi dati sicuri, per lo più desunti dai testi degli Atti degli Apostoli e delle Lettere apostoliche. Nato a Cipro, o in Palestina intorno al 20 d.C., Marco discendeva da una famiglia sacerdotale di Gerusalemme e si sa che era cugino del levita cipriota Barnaba (Lettera ai Colossesi 4,10). Il primo ricordo su Marco avviene con la liberazione di Pietro dalla prigione di Erode: “Dopo aver riflettuto, si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni detto anche Marco, dove si trovava un buon numero di persone raccolte in preghiera” (Atti 12, 12). Quindi Marco possedeva due nomi: uno gentile ed uno ebreo, Giovanni. Un episodio riportato dal suo Vangelo fa ritenere che egli abbia avuto modo di conoscere Gesù: “Un giovinetto però lo seguiva, rivestito soltanto da un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo” (Marco, 14, 1.51.52). Marco fu compagno di Barnaba e Paolo nella prima missione apostolica nell’isola di Cipro, ma si separa presto da Paolo, che non prende bene questo abbandono. Gli Atti degli Apostoli riferiscono che in seguito Paolo si dichiarò contrario a che Marco partecipasse ad un ulteriore viaggio (Atti, 13, 13). Barnaba che prese le difese del cugino, si separò da Paolo e partirono per Cipro (Atti 15,37.41). Marco, successivamente, figura nella cerchia di Pietro, a Roma.
Operò a Roma e finì coll’essere ripreso da Paolo: “Affrettati a venire da me al più presto…Solo Luca è con me. Prendi Marco e conducilo con te perché mi è utile per il ministero” (II a Timoteo 4,9 – 11).
La tradizione che gli attribuisce il secondo dei Vangeli sinottici è attendibile e risulta essere il più antico resoconto giunto sulla vita di Gesù, anche se non riporta genealogie; tanto meno i racconti sulla nascita e dell’infanzia di Gesù.
Esso comincia direttamente con il ministero di Giovanni Battista, il battesimo e le tentazioni di Gesù. Stando alla testimonianza del padre della Chiesa Clemente di Alessandria, vissuto nel III secolo, il Vangelo di Marco sarebbe stato redatto a Roma tra il 63 e il 64 d. C.. Il testo si compone di sedici capitoli, i primi otto dei quali s’imperniano sui miracoli di Gesù, mentre i rimanenti, indugiano sui discorsi del Maestro, sulla sua Passione e sulla sua Morte.
Il Vangelo fu redatto per lettori non ebrei. La lingua adoperata, greco ellenistico – secondo la parlata popolare – e lo stile vivace e spigliato, lo rendono immediato nelle espressioni e nelle immagini, quindi leggibile da un’ampia comunità; e, forse, rispecchiava la catechesi di Pietro. A Roma “i fedeli che ascoltavano la predicazione di Pietro pregarono Marco di metterla per iscritto per serbarne perpetua memoria: cosicché questi fedelmente scrisse quanto aveva ascoltato dalla bocca di Pietro. Pietro esaminò con cura lo scritto del suo discepolo e trovandolo in tutto conforme a verità lo approvò e permise che fosse diffuso tra i fedeli” (Jacopo da Varagine, Leggenda Aurea, cap. 59).
La tradizione ecclesiastica, sulla sorta della testimonianza di Eusebio, storico della chiesa, fa risalire la leggendaria fondazione della Chiesa alessandrina all’Evangelista, divenendone il primo vescovo. Dopo un periodo di assenza, vi sarebbe morto martire, legato e trascinato per le strade della città fino a morirne.
Il corpo di Marco fu deposto all’interno di un sepolcro nei pressi della località di Bucoli, un villaggio sulle rive del mare vicino ad Alessandria, che a partire dal III° secolo divenne un vero e proprio Martyrion – chiesa sulla tomba di un martire – tra i più venerati del mondo cristiano e una delle mete privilegiate dei pellegrinaggi.
Intorno all’VIII° secolo fiorì una leggenda, secondo la quale Marco, su incarico di Pietro, avrebbe creato anche il vescovado di Aquileia, investendo Ermagora (un cristiano della prima ora), quale primo vescovo, prima di rimettersi in viaggio per Alessandria.
Pietro…vedendolo costante nella fede lo mandò ad Aquileia dove Marco predicò la parola di Cristo ottenendo innumerevoli conversioni; si conserva ancora oggi nella chiesa di Aquileia con somma devozione un Vangelo che si dice scritto dalla mano stessa di Marco. Costui in seguito condusse a Roma un cittadino di Aquileia, Ermagora, da lui stesso convertito e Pietro lo consacrò vescovo della città. Ermagora fu ottimo vescovo; infine, imprigionato dagli infedeli, coronò la propria vita al martirio (Jacopo da Varagine, Leggenda Aurea, p. 272).
Andrea Dandolo, nella sua Chronica del 1350, racconta che, nel corso del viaggio verso Roma, Marco ed Ermagora furono sorpresi da una terribile tempesta. Rifugiati in quello che sarebbe divenuto il bacino di San Marco, i due aspettarono che il tempo desse tregua. Nel frattempo, un angelo apparve a Marco. Gli predisse che il suolo calpestato dai suoi piedi avrebbe dato vita ad una grande città con un grande tempio, nel quale si sarebbe conservato il suo corpo: Pax tibi Marce evangelista meus; Hic requiescet corpus tuum, affinché fosse venerato da tutto il mondo cristiano.
Nel Medioevo, come d’altra parte per tutti i resti sacri della cristianità, vere o presunte, le reliquie di Marco assunsero un ruolo politico di non trascurabile importanza, soprattutto nel grande contrasto, che vide fronteggiarsi il patriarcato di Aquileia con Grado e Venezia.
I Veneziani, minacciati dall’accerchiamento dei Franchi e dal patriarcato di Aquileia e dalla mal tollerata linea subordinata verso Costantinopoli, idearono un vero e proprio blitz, che avrebbe provocato l’indipendenza ecclesiastica dello stato lagunare, malgrado il sinodo provinciale dell’827, avvenuto a Mantova, dove i vescovi di Belluno, Brescia, Ceneda, Cittanova d’Istria, Concordia, Feltre, Padova, Pédena, Pola, Trento e Trieste espressero il proprio omaggio devoto alla chiesa madre di Aquileia, attestando la propria identità nelle radici e nella storia del Patriarcato di Aquileia, che si rifacevano a San Marco stesso. Pertanto, chi avesse avuto la possibilità di esibire le reliquie dell’Evangelista, avrebbe potuto avanzare più di una pretesa sulla successione ecclesiastica, la cui legittimità non avrebbe trovato alcun contrasto. Venezia lo capì bene e diede il via alla Translatio Sancti Marci, ovvero alla traslazione o al trafugamento dei resti di San Marco.
La Translatio ebbe luogo tra l’827 e l’828, durante il dogado di Giustiniano Partecipazio; e il suo resoconto, o meglio, la sua leggenda si fonda per lo più sulle opere di Giovanni Diacono (Chronica) e di Andrea Dandolo (Chronica per extensum descripta). Il testo presenta delle sequenze ben definite. La prima, è riassumibile nel pericolo dei Saraceni, che ormai sono un vero pericolo per tutte le terre affacciate sul Mediterraneo, compresa l’antica Alessandria, dove giace il corpo di San Marco. L’empietà del principe saraceno che voleva costruire la propria reggia, utilizzando i marmi e le colonne delle chiese d’Alessandria, costrinse i “Veneticis negotiatoribus” ad intervenire. Bono di Malamocco e Rustico di Torcello, tra l’altro devotissimi del santo, erano stati spinti, loro malgrado, ad Alessandria da venti impetuosi.
I Veneziani convincono i locali monaci ad aprire il sepolcro di Marco. Il corpo era “undique circumdatum clamide syrico et positum resupinum, habens e capite usque ad pedes sigilla imposita per ea loca quibus ora eiusdem clamidis desuper iungebatur (Mc Cleary, Note storiche ed archeologiche sul testo della “Translatio sancti Marci, pp. 255, nn. 14-19).
Dopo di che, scambiato il corpo di Marco con quello di una santa – santa Claudia –, lo pongono in una sacca, ricoprendolo di “carnes porcinas”, provocando lo sgomento delle guardie daziarie saracene, che scapparono all’istante, sputando e urlando “canzir canzir”, ovvero “porco porco”, senza che guardassero che cosa effettivamente vi fosse dentro. Aiutati da eventi miracolosi, i veneziani e i monaci, autori manuali del trafugamento e degni testimoni – per l’eventuale incredulo – dell’autenticità della reliquia, s’imbarcarono con rotta verso la città lagunare. Arrivati a Venezia, il corpo di Marco fu accolto dal vescovo di Olivolo, Orso, ma fu conservato dal duca “in cenaculi loco qui apud eius palatium usque ad presens tempus monstratur” (Mc Cl. P. 26,1 nn 6-7).
In Andrea Dandolo, infatti, si legge in sommi capi:
“Nel secondo anno del doge Giustiniano il corpo di San Marco Evangelista fu recato da Alessandria d’Egitto a Venezia. Le cose andarono come segue. Il califfo dei saraceni aveva disposto l’erezione d’un magnifico palazzo in Alessandria, e poiché mancava il materiale di costruzione necessario allo scopo, fu dato l’ordine di rimuovere dalle chiese cristiane d’Egitto le colonne di marmo e metterle a disposizione della nuova fabbrica. L’ordine suscitò orrore e disperazione fra il clero egiziano. Proprio in quell’epoca si trovavano in Alessandria due eminenti personalità dedite al grosso commercio, i tribuni Bono di Malamocco e Rustico di Torcello, che, nonostante il divieto emanato da qualche anno, avevano attraccato con tre navi cariche d’ogni bendiddio nel porto di Alessandria, dove li aveva spinti una forte burrasca. Durante il soggiorno egiziano gli equipaggi facevano abitualmente le loro devozioni nella chiesa di San Marco, in cui era custodito il corpo di quest’ultimo. Un giorno si recarono nella chiesa anche Bono e Rustico, e vi trovarono due uomini di chiesa, il monaco Stauracio e il presbitero Teodoro, entrambi greci, in grande ambascia; ne chiesero loro la causa e vennero a sapere dell’ordine del califfo.
Allora dissero i veneziani: “Il prezioso tesoro che avete nella vostra chiesa è in gran pericolo d’esser profanato e malamente adoperato dai Saraceni. Consegnatolo a noi, e noi sapremo fargli l’onore che esso merita. Né la riconoscenza del nostro Doge mancherà di recarvi gran frutto”.
Persuasi dalle argomentazioni dei veneziani, i due ecclesiastici finirono coll’acconsentire; ma per prima cosa era necessario eludere la sorveglianza tanto dei cristiani d’Alessandria quanto dei doganieri saraceni. I cristiani furono imbrogliati dall’astuzia dei veneziani e dei loro due compari greci, che nella tomba dell’evangelista deposero il corpo di un altro santo, mentre i doganieri furono ingannati ponendo al sommo della cassa contenenti le sacre reliquie prosciutti e altra carne suina, cioè, com’è noto, cose che facevano orrore ai Saraceni come pure agli Ebrei. Allorché, nella stazione di dogana, fu aperta la cassa, i funzionari si misero a urlare: “canzir, canzir!(maiale)”, parola che esprime certamente ripugnanza e orrore, e senz’altro autorizzarono il carico. Bono e Rustico recarono felicemente il loro tesoro a Venezia.
In altri racconti la storia della traslazione viene arricchita con motivi più meravigliosi e drammatici; con delle varianti notevoli, quali il costo del trafugamento fissato a cinquanta zecchini o la rimozione del corpo dal sarcofago.
Durante il viaggio di ritorno, grazie all’intervento di San Marco, le navi veneziane poterono arrivare a Venezia, sfuggendo alle numerose tempeste, che erano imperversate sul mare, o alla rabbia diabolica del demonio.
“Durante la navigazione i mercanti rivelarono all’equipaggio di un altro battello che stavano trasportando a Venezia il corpo di San Marco. Disse uno dei marinai: “Può darsi che gli egiziani vi abbiano dato un corpo qualsiasi invece che quello di San Marco”. Ma ecco che la nave che portava le sacre reliquie, con meravigliosa velocità si diresse contro la nave dove si trovava il predetto marinaio, la colpì nel fianco e certamente l’avrebbe fatta a pezzi se tutti i marinai non avessero unanimemente esclamato di credere che si trattava del vero corpo di San Marco. Poco dopo, durante una tempesta, mentre la nave correva nell’oscurità e i naviganti avevano perduta la giusta direzione San Marco apparve ad un monaco preposto alla sua custodia del suo corpo e gli disse: “Dì a questi naviganti che abbassino le vele perché la terra è vicina!”. I naviganti abbassarono le vele e, al far del giorno, si videro vicini ad un’isola…Un marinaio incredulo fu afferrato e tormentato da un demone fino a che, in presenza del santo corpo, non dichiarò la sua fede. Una volta liberato dallo spirito immondo il marinaio ringraziò Iddio ed ebbe grande venerazione per San Marco (Jacopo da Varagine, op. citata).
Nella facile fase di attracco a Olivolo, sede del vescovo di Rialto, i nocchieri non riuscivano a toccare terra. Sembrava che fosse lo stesso Evangelista a non volerlo, per cui si mossero alla volta della residenza del doge. Qui accolti dal giubilo del popolo, le reliquie furono consegnate a Giovanni Partecipazio. Il quale, dopo aver assolto i due rei di aver commerciato con i saraceni, fece riporre i resti di Marco all’interno della sua residenza. Il diacono Giovanni narra che il Doge “fece allestire in un angolo del suo palazzo una cappella in cui sistemò le spoglie di san Marco, in attesa che fosse costruita una chiesa apposita. Sennonchè la morte, sopravvenuta di lì a poco, gl’impedì di recare a termine la chiesa in questione”.
Il primo canonico, con prerogative episcopali, fu incaricato allo stesso monaco alessandrino Stauracio, che aveva aiutato i veneziani nel trafugare le reliquie e, dall’altro, rimaneva sempre un autorevole testimone dell’autenticità delle reliquie.
Ad esser certosini, nel resoconto offerto dalla “translatio” di storico vi è ben poco.
Di certo si può dire che durante il dogado di Partecipazio, dei veneziani trafugarono delle reliquie da Alessandria, che gli stessi vollero identificare in quelle dell’Evangelista. La cosa importante consisteva nel fatto che tutti credessero che a Venezia vi fossero i resti di Marco, che avrebbe sostituito il patrono San Teodoro, santo greco. Il fatto poi che la sacra reliquia sia stata custodita dal doge e non dal vescovo fa ipotizzare che il trafugamento altro non sia stato che ordinato dallo stesso doge; e tale lettura viene avvalorata dal testamento di Partecipazio, che affidava alla moglie Felicita il compito di edificare una basilica a san Marco, nell’area di San Zaccaria.
De corpus vero beati Marc(ci Felicita), uxori mee, (volo) ut hedificat basilicam ad suum honorem infra teritorio Sancti Zacharie (SS: Ilario e Benedetto e S. Gregorio, a cura di L. Lanfranchi – B. Strina, Venezia 1965, pp. 17-24). Ancora, si legge: De petra, que habemus in Equilo, compleatur hedifficia monasterii Sancti Illarii. Quicquid exinde remanserit de lapidus et quicquid circa hanc…iacet et de casa Theophilato de Torcello hedifficetur baxilicha beati Marci Evangeliste, sicut supra imperavimus.
Il testamento di Partecipazio appare, quindi, quale naturale epilogo della trama voluta dalla “translatio sancti Marci”, che, attraverso quadri ben definiti, associa l’Evangelista al ducato rivoaltino.
Giovanni Partecipazio I, successore e fratello di Giustiniano, intraprese nell’829 i lavori della basilica nell’area della basilica attuale e, forse, già nel 836 poteva dirsi completata in larga misura. Nello stesso anno, le reliquie furono poste al suo interno e, cosa determinante, la chiesa non servì da cattedrale per il vescovo, ma da cappella del doge, ovvero come tempio di Stato.
Il potere del doge, infatti, derivava da Dio tramite l’evangelista Marco, come dimostrano le insegne di cui si fregiava: la spada, la sella e il baculus (A. Pertusi, Quedam regalia insignia, Ricerche sulle insegne del potere ducale a Venezia durante il Medioevo, in “Studi Veneziani”, VII, 1965, pp. 3-123).
“Il corpo del santo fu collocato in una colonna di marmo ed il luogo della sepoltura fu rivelato a pochi; ora accadde che, morte queste poche persone, non si sapeva più dove fosse sì prezioso tesoro (Jacopo da Varagine, op. citata); e dopo l’incendio che aveva distrutto la basilica di San Marco nel 976, le reliquie dell’Evangelista si persero. Nel 1094, in coincidenza con l’inaugurazione del nuovo tempio sul modello dell’Apostolion di Costantinopoli, grande era “il pianto del clero e la desolazione fra il popolo: si temeva anche che il corpo dell’illustre patrono fosse stato furtivamente rapito. Fu indetto allora un solenne digiuno ed una processione ancor più solenne, ed ecco che, sotto gli occhi stupiti della folla, cominciarono a cadere le lastre marmoree della colonna ed apparve la cavità dove era stato racchiuso il corpo santo” (Jacopo da Varagine, op. citata). La miracolosa rivelatio dei resti dell’Evangelista, che furono rinvenuti nel pilastro che oggi si trova a sinistra dell’altare del sacramento, avvenne il 25 giugno; e quel giorno fu dichiarato “festa di palazzo”, a significare la gioia riconoscente dell’intero regime per ritrovato patrocinio (M: Muraro, Il pilastro del miracolo e il secondo programma dei mosaici marciani, in “Arte veneta” XXIX, 1975, pp. 60 e G. Cracco, Venezia nel Medioevo, 1986).
Da allora, San Marco l’Evangelista arrivò a identificarsi con lo spirito stesso del ducato.
Sebbene il tempo dei duchi era destinato a spegnersi a breve, tuttavia San Marco sarebbe rimasto a vegliare sulla città lagunare, fino a divenirne con il suo simbolo, il leone, l’insegna ufficiale della Repubblica.
La basilica di san Marco, eretta come una meravigliosa cappella del palazzo ducale, rimase fino al 1807 alle dipendenze del dogado.
Solo da allora assunse a ruolo di sede del Patriarcato veneziano, fino a quel momento appartenuto alla cattedrale di San Pietro di Castello.

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