Le 20 sigarette

dal blog https://raccontiondivaghi.wordpress.com/

Da quando lui ha finito il suo pacchetto di sigarette, a me è venuta fame.
Sembra strano come le due cose possano essere collegate; eppure quella sera, dopo aver terminato la nostra ennesima cena a base di silenzio e un comune soprappensiero, dopo esserci stesi sul divano, aver acceso, lui, la tv ed io aver aperto il libro, non lo avevo mica capito che le due cose erano collegate.
É andata più o meno così: lui con fare annoiato che aveva finito l’ultima sigaretta del pacchetto da 20 -comprato proprio quel giorno- ed io che, di colpo, avevo voglia di dolci.
Allora ha bofonchiato qualcosa, si sei alzato, è andato a cercare le chiavi, ha preso e messo il giubbotto tanto per non soffrire il freschetto delle sere di maggio e, dimenticando felicemente il telefono in carica, ecco che è partito alla ricerca delle sue 20 sigarette.
Intanto io avevo chiuso il libro ed, entrando in cucina, aprii quella scatola di biscotti che nascondevo a me stessa da almeno un mese.
Un biscotto, piccolo e leggero senso di colpa.
Lui ancora non era tornato e allora io misi l’acqua sul fuoco per prepararmi una tisana. Un biscotto e una tisana, magari questa strana sensazione passerà.
Decisi di cambiare postazione e dare al mio libro un nuovo sfondo. Ero appoggiata sul tavolo della cucina, con una gamba a penzoloni sull’angolo e l’altra rannicchiata sotto di me, che stavo scomposta sulla sedia. “Un maschiaccio” avrebbe detto mia nonna. Eppure lei, vissuta in un’epoca di galanteria e merletti, non sapeva o forse sperava che fossi io a non scoprirlo mai, che a volte l’essere “maschiaccio” può servire: che può agevolarti in determinate situazioni, chissà trovare anche lavoro, altre volte -purtroppo- ti conferisce psicologicamente una maggiore forza (perché così ti hanno inculcato) e sopratutto può far credere al tuo uomo che puoi tenergli testa.
Così, mentre sfogliavo le pagine del mio libro blu e andavo avanti con la sua storia, tra me e me sorridevo, ripensando a quante cose avrà imparato dalla vita mia nonna, sperando che nel futuro -che nel mio presente- sarebbero cambiate.
Un altro biscotto, un’altra pagina, l’acqua che bolliva. Mi alzai per scappare dalla scatola tentatrice e portatrice di cioccolato misto a tanto zucchero. Versai l’acqua nella tazza con su scritto “No olvides sonreir”, e questa cominciò a fumare e a profumare l’aria di cannella.
Ritornai in postazione, aspettai che il calore diminuisse, lessi due righe, mi fermai: un altro biscotto. Allora mi rialzai, raggiunsi il piano cottura su cui avevo strategicamente lasciato i biscotti prima di risedermi, puntando sulla mia pigrizia – ma ecco che in questi casi è l’istinto a batterla-. Dunque un altro biscotto, anzi due, anzi tre. Dovevo sentire a pieno il sapore, dovevo godere a fondo di quella “felicità”. Che nome poteva avere quella sensazione di piacere dopo giorni, mesi o forse anni di pioggia, puzza di sigarette e vuoto? Come potevo ripudiare quella carezza rivolta alle mie papille gustative in mezzo a un deserto di carezze da molto non pervenute su qualche altra zona del mio corpo?
“A che numero sarò arrivata?”, pensai. Forse era il decimo o il quindicesimo biscotto, fatto sta che quel conto mi fece ricordare che era già passato un bel poco di tempo, ma ancora di un nuovo pacchetto da 20 sigarette a varcare la porta, non vi era traccia.
Decisi di tornare in salotto, con in mano la tazza e il libro. I biscotti in cucina, le sigarette chissà dove. Entrando nella stanza, vidi che la tv trasmetteva ancora il film d’azione che il quasi-ormai-famoso-cercatore di 20 sigarette stava guardando.
-“Rambo, piacere di sentirti vivo. Dacci la tua posizione che veniamo a prenderti.”
-“Murdok sarò io che verrò a prenderti.”
Ironia della sorte, era quello che stavo pensando anche io.
Che si sia perso? Che stia andando a cercare, una per una, le 20 sigarette in giro per il mondo? Che stia contrattando con spacciatori e narcotrafficanti per averne ognuna di una tipologia diversa? Che il distributore automatico situato alla destra del mio portone sia entrato in una dimensione parallela e che per arrivarci servano riti di sangue e raccomandazioni speciali?
“Murdok sarò io che verrò a prenderti”, mi ripetei in testa, gli altri lo cercano, lo aspettano, ma sarà lui ad andare o a tornare da loro. Perché agitarsi quando tutto dipende dalla sua testa e non da quella degli altri? Che ruolo potevano avere gli altri, se non marginale in confronto all’eroe?
In quel momento stavo ancora soffiando sulla mia tisana, aspettando, ormai quasi impazientemente, che, gentilmente, mi permettesse di berla. Ed è così che succede con le relazioni, pensai: fai di tutto per andarci con tutte le precauzioni, per far sí di non rischiare di bruciarti. Ti metti in testa che devi aspettare, andarci piano, che le cose che si guadagnano con il tempo sono le migliori, le più stabili e le più durature e poi…
A quel punto me ne fregai e avvicinai le mie labbra alla tazza come si fa con il proprio ragazzo dopo un pesante litigio: incerta, stanca, vogliosa.
“Ahia!”… e poi ti bruci.
Dopo aver ricevuto quel morso dal duo tazza-tisana, ecco che decisi di spegnere la tv, alzarmi dal divano, lasciare il libro che per quella sera non avrebbe più trovato nessuno che ascoltasse quanto aveva da dire e andrai dritta fino al ripiano della cucina.
Presi due delle cose che avevo nascosto in quella stanza, proprio perché la mia casa era troppo piccola e senza validi nascondigli per farlo altrove. Dopo di ciò andai in bagno.
Passarono sì e no due ore, due ore eterne, ma, uscendo dal bagno, eccomi a sorridere tra me e me, mentre guardavo il suo telefono in carica sul suo comodino. Alla ricerca di 20 sigarette, senza nessun mezzo per ricercare lui. Poteva generarsi un loop incredibile, e dopotutto, tristemente – ma nello stesso tempo con ironia- sapevo che non era il caso di scomodare la polizia con la storia del ricercatore scomparso delle 20 sigarette, in quanto probabilmente le 20 sigarette si trovavano tutte a casa di una persona dal nome femminile e dal cognome a me ignoto.
“No olvides sonreir” neanche in quel caso; neanche quando, in compagnia del mio pacco di biscotti, mi infilai sotto le coperte con la lucina accesa.
Un biscotto e poi un altro, una piccola lacrima e poi un’altra; il cioccolato, la tisana ormai fredda e inutile. Avrò superato di certo i 20 biscotti mentre rintoccava la mezzanotte e al mondo erano finite le sigarette.
Ricordo che quella notte mi addormentai con la luce accesa, stanca di tutto: del cioccolato, degli zuccheri raffinati, della mia tazza con su scritto “non dimenticarti di sorridere” in spagnolo, dei film d’azione alla tv, della tv stessa lasciata accesa da qualcuno, dei distributori di sigarette finiti in un altro universo, delle tisane troppo calde, dei morsi dei ragazzi incazzati, delle labbra ferite, delle piccole lacrime in solitaria, dei telefoni dimenticati sotto carica, delle cose nascoste nei ripiani della cucina e delle 20 sigarette disperse tra i meandri di un amore inesistente.
Ma la notte, nonostante tutto, passò e con lei finirono i biscotti, mentre i distributori lasciavano la scena all’apertura dei tabaccai. A non finire, però, fu la mia voglia di dolci, quella voglia di dolci nata giusto nel momento in cui lui aveva fumato la sua ultima sigaretta, senza mai ripromettersi che fosse davvero l’ultima.
Eppure si ricominciava, la mia tazza suggeriva imperterrita di farlo con un sorriso ad ogni ora del giorno, in ogni istante dolce-amaro della vita. Entrai in bagno, il test di gravidanza ancora sul bordo della vasca dalla sera prima: due lineette.
Soltanto ad una cosa pensai: “ti prometto, tesoro mio, che non fumerò mai e poi mai nemmeno una sigaretta”.

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