Gig economy, i disperati dei lavoretti sono sempre più “vecchi

di paolopolitiblog

CARLO TERZANO lettera43.it 20 aprile 2018

Altro che liceali e universitari: provano impieghi saltuari tipo rider di Foodora soprattutto 30enni (38%), over 40 (18%) e 50 (6%). Per racimolare 50 euro al mese. Tutele, diritti, paghe: come tentare di difendersi.

Non è una gig economy per giovani. A dispetto della narrazione comune, il gig worker è un lavoratore sempre più avanti con gli anni. Aumenta, infatti, la platea degli “anta” che prova a sbarcare il lunario con i lavoretti online saltuari e senza contratto. Lo ha fotografato l’ultimo rapporto Coop secondo cui l’economia italiana prova a ripartire affidandosi a forme di lavoro sempre più fragili, precarie e prive di tutele legali. La sentenza del tribunale di lavoro sul caso Foodora, poi, pone sul tavolo interrogativi e problemi che non possono più essere ignorati e rinviati come ha fatto finora il legislatore.

1. Età che si alza: il 62% dei gig worker è sopra i 30 anni

Quando si pensa al lavoretto part time (gig in inglese), la fantasia corre all’immagine del ragazzino statunitense che taglia l’erba del prato dei vicini o consegna in bici i giornali all’alba per mettere da parte qualche soldo. In Italia, invece, il gig worker medio ha almeno 30 anni, ma guadagna comunque cifre che non soddisfarebbero nemmeno le esigenze di un teenager: appena 50 euro al mese.

ALTRO CHE LICEALI O UNIVERSITARI. L’anagrafica contraddice la narrazione del liceale che si paga la vacanza con gli amici consegnando pizze a domicilio o dell’universitario che si mantiene facendo il tassista per Uber. Il 62% dei lavoratori della gig economy ha varcato la soglia psicologica degli “enta”. Per la precisione, il 38% dei gig worker oggi ha tra i 30 e i 39 anni, il 18% è nella decade dei 40 e il 6% supera i 50 anni.

2. Necessità di arrotondare: ma nel 65% dei casi si incassano 50 euro al mese

Il 32% dei gig worker si mette in sella per arrotondare. Più di uno su due, infatti, ha già un lavoro che non gli consente, evidentemente, di arrivare a fine mese. La paga però è piuttosto magra: una banconota da 50 euro nel 65% dei casi. Poco, pochissimo, meno degli 80 euro di Renzi, ma tanto basta per spingere sempre più italiani a inforcare, nel proprio tempo libero, la bici per consegnare cibo a domicilio o a caricare sconosciuti in auto improvvisandosi tassisti. Non è una gig economy per giovani, come si diceva, ma nemmeno per vecchi, visti i guadagni.

STIPENDI MICRO ANCHE ALL’ESTERO. L’istantanea scattata dal rapporto Coop rispecchia i dati internazionali del mondo del lavoro così come è stato ridisegnato dagli interventi legislativi sulla flessibilità posti in essere negli ultimi 20 anni e dalla crisi economica del 2008. Negli Stati Uniti, dove il fenomeno è nato, Earnest ha stimato che l’85% dei 12 milioni di gig worker ricava meno di 500 dollari mensili. In Inghilterra si attende un intervento legislativo che ponga fine alla gara a ribasso che si è instaurata tra datori sempre più ricchi e lavoratori sempre più disperati che accettano di guadagnare ormai anche 2,5 sterline l’ora.

3. Quanto vale il mercato: un business da 335 miliardi entro il 2025

Ma c’è chi ci guadagna. Non è dato sapere quanto valga, oggi, con esattezza la gig economy: le stime parlano di una cifra tra i 10 e i 18 miliardi e, stando a Pricewaterhouse Coopers, il mercato dei lavoretti arriverà a muovere qualcosa come 335 miliardi entro il 2025. Dunque è un modello di business in forte espansione, forse proprio perché le “buste paga” sono in continua contrazione.

LIBERI DALLE VERTENZE SINDACALI. Chi gestisce le piattaforme, invece, è sempre più ricco, anche perché, rispetto alle forme di lavoro tradizionale, generalmente non si scontra con le vertenze sindacali.

4. Primo contratto nazionale collettivo per gig worker: l’esempio della Danimarca

Eppur qualcosa si muove anche sul fronte della tutela dei lavoratori. In Danimarca, per esempio, è stato appena siglato l’equivalente di un contratto collettivo nazionale fra Hilfr, start up danese che mette in contatto proprietari di casa con addetti alle pulizie, e il sindacato 3F.

FERIE, CONTRIBUTI E PERMESSI. Il patto, primo caso continentale e – forse – mondiale, è effettivo a partire dal primo agosto 2018 e prevede tutele quali: ferie pagate, permessi e contributi previdenziali. Tre diritti che finora sono stati visti come fumo negli occhi dai colossi della gig economy, adducendo la motivazione che i loro lavoratori sono del tutto liberi e indipendenti, nemmeno lontanamente inquadrabili come subordinati.

5. Il caso Foodora: uno schiaffo ai fattorini da parte del tribunale di Torino

La stessa tesi, proprio in Italia, è stata peraltro riconosciuta dal tribunale del lavoro di Torino che ha respinto il ricorso presentato da sei “rider” di Foodora, un’azienda tedesca, contro l’interruzione del rapporto di lavoro a seguito di una mobilitazione di protesta nel 2016. Occorre attendere il deposito della sentenza per conoscere le motivazioni, ma la decisione del giudice è per molti un ulteriore ostacolo sulla strada del riconoscimento dei diritti dei gig worker, perennemente sospesi tra la figura del lavoratore autonomo e quello dipendente e appesi a rapporti di lavoro che rischiano di sommare gli svantaggi di entrambe le categorie.

IN ATTESA DI INTERVENTI LEGISLATIVI. La sentenza torinese, però, può essere l’input per un atteso intervento legislativo sulla materia, che faccia chiarezza una volta per tutte in un settore nel quale i lavoratori si trovano sguarniti da tutele.

6. Parola all’avvocato: «Il lavoro subordinato può essere riconosciuto»

L’avvocato Andrea Brunelli del Foro di Genova, specializzato in diritto del lavoro, spiega a Lettera43.it: «La recentissima sentenza del tribunale di Torino sul caso Foodora, nella quale il giudice non ha riconosciuto la subordinazione dei fattorini, ha riportato al centro dell’attenzione, non solo mediatica, la distinzione fra lavoratori subordinati e autonomi spesso non così facile da determinare nel mercato odierno».

«POSSIBILE PAGAMENTO DELLE DIFFERENZE». E ancora: «Innanzitutto è opportuno ricordare che quella che noi definiamo come la sostanza di un rapporto ha grande rilievo anche in caso di carenze formali. Se adeguatamente provato, infatti, un rapporto di lavoro senza contratto può essere riconosciuto come subordinato, con le sue tutele, e le ore di straordinario possono essere riconosciute come effettuate, con conseguente pagamento delle differenze retributive, oppure, sempre a mero titolo di esempio, un lavoratore può richiedere il riconoscimento di mansioni superiori rispetto a quelle previste dal contratto sottoscritto», continua il legale.

CI SONO REQUISITI PRECISI INDIVIDUABILI. «Esistono criteri», continua Brunelli, «seguiti e propugnati anche dalla Cassazione, che aiutano a comprendere se c’è o meno subordinazione: a iniziare dalla presenza di direttive tecniche specifiche, di un effettivo potere di controllo e disciplinare da parte del “datore”, dell’inserimento del soggetto all’interno dell’organigramma aziendale, dell’assenza di una struttura “imprenditoriale” da parte del lavoratore, anche minima, dell’assunzione del rischio d’impresa da parte del datore di lavoro, dell’esecuzione della prestazione lavorativa con materiali e attrezzature fornite dal datore di lavoro, della necessaria osservanza di un orario di lavoro prestabilito, del pagamento a scadenze periodiche della retribuzione e di una collaborazione continua nel tempo da parte del lavoratore, fornita in maniera sistematica all’interno di mansioni per lo più sempre uguali».

7. Finte collaborazioni: cosa fare per ottenere tutela

«Finché non conosceremo le motivazioni del caso Foodora», prosegue l’avvocato Brunelli, «è difficile consigliare i fattorini che condividono le medesime sorti dei sei rider che hanno fatto ricorso». Tuttavia «è possibile indirizzare con alcuni suggerimenti tutti coloro che pensano di trovarsi di fronte a una situazione di finta collaborazione. In questo caso si può fare causa chiedendo al giudice del lavoro di riconoscere l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, valorizzando gli indici della subordinazione presenti».

L’AGENDA POLITICA IGNORA IL PROBLEMA. La strada però rischia di essere in salita, come precisa il legale: «Non è certamente facile visto che, soprattutto nel caso dei rider, alcuni dei parametri individuati dalla giurisprudenza certamente non sussistono». Ulteriore motivo per cui l’intervento legislativo appare sempre più auspicabile e urgente, sebbene non sia nell’agenda di nessuna forza politica.

 

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