L’ATTESA. PER UN PUNTO (FINALMENTE) INTERROGATIVO

di paolopolitiblog

orizzonte48.blogspot.it 10 maggio 2018

TUTTI ASPETTANO SILVIO

. Si dice che  Dagospia, talora, faccia eccessivo affidamento su voci e spifferi, ma, tendenzialmente, ha il pregio dell’essere tempestivo e completo quantomeno nel sintetizzare irumors più diffusi; e ciò indipendentemente dalla loro attendibilità; e tale caratteristica non necessariamente coincide con la credibilità, comunemente intesa, che è una diversa attribuzione, propria delle notizie vere e proprie (su accadimenti già manifestatisi, ed oggetto dell’informazione giornalistica “convenzionale”) e del taglio che si sceglie di dare ai fatti cui rinviano. Un’attendibilità che ben può attribuirsi alla dimensione del  gossip indipendentemente dal suo fondamento fattuale. Il gossip, il “si dice”, è credibile in quanto quantitativamente indicativo di un probabile e supposto andamento di fatti nonché in quanto diffuso da fonti, più o meno, direttamente coinvolte.
La fonte ideale del  gossip – e che gli conferisce talora la dignità anticipatrice del vero e proprio “scoop!”- è infatti la “gola profonda” di  watergatiana memoria. In ogni modo, la raccolta tempestiva di tali voci e l’abile individuazione di queste fonti è la ragione sociale, dichiarata dalla nascita, dell’ormai glorioso sito.
2. Ciò premesso, in contumacia di spiegazioni del  reale più dettagliate, plausibili e esplicative,da Dagospia traiamo lo “stato dell’arte” del difficoltoso opus di ricerca di un accordo di governo tra centrodestra e M5S. Ne seleziono, riportandevoli, i passaggi che, a nostro modesto avviso, sono i più significativi.
L’incipit è perentorio:  all’improvviso i duri fatti inizierebbero a delineare delle necessità di trattativa realistica:
” Ieri è scattato qualcosa ad Arcore. Silvio si è consultato con i suoi dioscuri, Fidel Confalonieri e Gianni Letta, e ambedue  hanno consigliato al vegliardo un atteggiamento “morbido” nei confronti delle trattative su un possibile governo Lega-M5S.
Fidel gli ha suggerito di spingere verso un accordo tra tutto il centrodestra e il Movimento 5 Stelle, perché così sarebbe il trio Salvini-Berlusconi-Meloni ad avere la maggioranza relativa (37% contro 32).
Questo naturalmente è lo scenario più favorevole al Cav., ma si scontra con i dettami del M5s, che Silvio in maggioranza proprio non lo può far digerire al proprio elettorato.
Più concreta l’eminenza azzurrina: caro Silvio, se facciamo i duri e andiamo al voto anticipato, Forza Italia rischia di sprofondare all’8% e gli unici parlamentari che eleggerà saranno quelli all’uninominale sostenuti dalla Lega“.
2.1. Emerge, poi, con una certa pragmatica esplicitazione, ciò che, finalmente, getta (getterebbe) una luce di concretezza sugli interessi in gioco per ciascuna delle parti coinvolte:
” Al momento lo scenario più fattibile è l’appoggio esterno con due/tre ministri di area berlusconiana. Con dicasteri pesanti, e per pesanti si intendono Esteri, Sviluppo Economico (che include le fondamentali deleghe alle Comunicazioni), Economia, Interno o Giustizia.
Ecco, e qui sono i problemi. Il Movimento è spaccato tra puristi e governisti. Tra questi ultimi ovviamente c’è Di Maio con il suo cerchio magico che sta trattando in queste ore, composto da Spadafora, Buffagni, Giulia Grillo, Toninelli e Barbara Lezzi, graziata.
 Luigino si gioca tutto, e ha una grande smania di chiudere l’accordo: alle urne il M5S guidato da lui potrebbe perdere consensi, e a quel punto la sua carriera politica sarebbe finita: Grillo riprenderebbe il controllo di tutto a colpi di vaffa e piazzerebbe al vertice il suo ariete favorito Alessandro Di Battista.
Ancora peggio, se Mattarella riuscisse a tirare fuori un governo che duri oltre l’estate, Dibba potrebbe addirittura soffiargli il posto da candidato. Niente da fare, bisogna allearsi con Salvini a tutti i costi, quando gli ricapita a Luigino da Pomigliano…?”.
2.2. In settimane di  talk (per la verità affidati per lo più alla presenza preponderante di esponenti o informatori “simpatizzanti” del partito che aveva sorretto i governi durante l’ultima legislatura), la netta precisazione dei “do ut des” e dei margini di una trattativa che, sin dall’inizio, non poteva che svolgersi su questi concreti binari, si accompagna a  un gran finale che, a pensarci bene, ci restituisce  tutta la drammaticità del momento. Un gran finale che, oltretutto, confermerebbe il  quadro di criticità, segnalato nel post di ieri,  incontrato da qualsiasi tentativo di affidare la soluzione della crisi alla prassi nascente da precedenti di cui mancano i presupposti (costituzionali) e che, dunque, (sebbene si sia registrato uno stallo nel prenderne atto), segnalano  una situazione politico-istituzionale nuova. Cioè, molto cambiata rispetto alla cultura politica che si è consolidata (quantomeno) a partire dalla formazione del governo Ciampi:
“In tutto questo, anche al povero Mattarella non dispiace questa accelerazione. Il Presidente infatti è nei guai: (tra) le personalità di spicco contattate dal suo segretario generale Ugo Zampetti in tanti gli hanno risposto picche: perché mai dovrebbero lasciare il proprio lavoro (quasi sempre dorato) per ‘sporcarsi’ con la politica, e solo per una manciata di mesi? Per alcuni scatterebbero poi le preclusioni di legge sul poter lavorare per aziende partecipate dallo Stato, e una serie infinita di rogne in cambio di ben poca gloria.
Al Quirinale l’aria è pesante: l’esecutivo che si profilerebbe sarebbe composto principalmente da alti funzionari pubblici, persone che potrebbero tranquillamente tornare al loro posto dopo la breve avventura governativa. L’esatto contrario di un dream team, che logorerebbe ulteriormente l’immagine” …del Capo dello Stato [NdQ: così da noi interpolato per evidenti ragioni di rispetto della persona che incarna l’alta carica].
3. Questa parte conclusiva, ci riporta ai temi consueti, di cui abbiamo tante volte parlato, relativi ai rapporti di forza pregiuridici che regolano, come diceva Calamandrei ( qui, p.3),  lo stato meramente politico in cui le forze politiche sarebbero di nuovo in libertà senza avere più nessuna costrizione di carattere legalitario allorché, in virtù della praticamente totalitaria predeterminazione dell’indirizzo politico in sede €uropea,  una democrazia sociale si (ri)trasforma in una democrazia “liberale” ( v. qui, p.14.1)..
E attenzione, se così non fosse  la principale costrizione di carattere legalitario sarebbe stata non la minaccia dell’applicazione delle clausole di salvaguardia, bensì, la Costituzione fondata sul lavoro, e cioè sul perseguimento obbligato, per le istituzioni democratiche e rappresentative pluriclasse, della piena occupazione e della connessa rimozione delle condizioni che impediscono la piena partecipazione di tutti i lavoratori alla vita democratica del paese).
4. In sostanza, proprio  un commento di Arturo che riportava una complessa ma chirurgica analisi di Carl Schmitt, ci aveva rammentato come, in una democrazia liberale, cioè una volta verificatosi il ribaltamento del modello socio-economico accolto in Costituzione ( qui, p.5), si può sostanzialmente affermare che  forze apartitiche o sovrapartitiche governano, per così dire, sottobanco, potendo imporsi, in luogo di uffici ed istanze costituzionalmente previste – e divenute incapaci di una volontà unitaria,  nell’assumere il ruolo dello Stato.
Sia chiaro: questa fenomenologia è vista da Schmitt come non patologica ma, anzi, del tutto funzionale e giustificabile in ogni circostanza, poiché, ci dice, lo stesso  Parlamento non ha nessun imperituro monopolio nel determinare l’indirizzo politico a seguito del suo raccordo con l’elettorato.
4.1. Tanto che  Lorenzo rammenta un suo precedente commento in cui citava Sonnino che si esprimeva lapidariamente sull’essenza della democrazia liberale ( qui, in “Appendice”) :
Già alla fine dell’800, infatti,  Sonnino si trovava ad affermare (nel celebre “Torniamo allo Statuto“) che ” In un Governo fondato quasi totalmente sull’elezione manca, nella alta direzione della cosa pubblica, la rappresentanza dell’interesse collettivo e generale“.
Il Passo citato ci dice già tutto:  la composizione civile degli interessi particolari, che, a ben vedere, è alla base del confronto parlamentare deve cedere, ad avviso di Sonnino, il passo ad un preteso interesse superiore, che è visto addirittura come estraneo e sovraordinato ai meccanismi della democrazia rappresentativa, i quali, per loro natura intriseca, rappresentano addirittura qualcosa di opposto (i cattivi “interessi particolari”).
Si tratta, in sostanza, di un  perverso primato della politica che costituisce, puta caso, la ” grundnorm” di un particolare ” stato di eccezione“, quello del ” vincolo esterno” che diventa, da un punto di vista morale, una sorta di misura necessitata per, potrebbe ben dirsi, salvare la democrazia da se stessa (annullandola)”.
5. Tutta questa illustrazione per dire che, ove fosse vero, il rifiuto di molti eminenti “personalità di spicco” ad assumere direttamente una carica di governo in una situazione emergenziale, risulta perfettamente coerente con quel ruolo di Stato che governa sottobanco e che corrisponde, appunto, al prevalere di forze apartitiche e sovrapartitiche.
Queste forze, divenuta la democrazia “liberale” e quindi fondata sull’insofferenza della fondazione elettiva dell’interesse collettivo e generale, non hanno bisogno di essere parte di un governo e di sottoporsi all’incerto cimento dell’ottenere la fiducia parlamentare per farsi Stato, come diceva Schmitt, ed assumere un ruolo sostanziale di governo.
5.1. Ed è in questo punto cruciale che si ritrova in questo  frangente nuovo della storia della Repubblica.
Tutt’al più gli sviluppi della situazione potranno trasformare in un interrogativo la sconsolataconstatazione iniziale del post sulla “ipotesi Calamandrei”:
Se adottiamo il punto di vista del ritorno alla legalità costituzionale della “Repubblica fondata sul lavoro”, in contrapposizione a “l’antisovrano”, si rafforza la prospettiva che la prossima legislatura sarà inutile. E sarà sicuramente tormentata dall’applicazione del massimo sforzo teso alla conservazione della  (pseudo)costituzione materiale fondata sui trattati.
Ad essere realistici, già essere nella condizione di porsi questa domanda, sospendendo al momento la forma affermativa, per la  speranza di poter tornare a dubitare di un corso degli eventi “segnato”, è un risultato positivo.
Una speranza un po’ paradossale, date le circostanze: ma cos’altro ci resta?

MARTEDÌ 8 MAGGIO 2018

IL GOVERNO NEUTRALE SENZA MAGGIORANZA IN PARLAMENTO: VERSO UN MUTAMENTO DE FACTO DELLA FORMA DI GOVERNO?

1. Situazione “curiosa”: si può dire, con un minimo di ragionevolezza, che l’elettorato, il 4 marzo, ha chiaramente espresso la volontà di non volere un Monti-bis.
E’ agevole interpretare questo significato del voto: da un lato,  il corpo elettorale, finalmente chiamato a votare, ha creato la presenza di due partiti egemoni, – uno in quanto partito di palese maggioranza relativa (M5S) e l’altro come indubbio partito-guida della coalizione più votata (Lega) -,  che rigettano senza mezzi termini l’esperienza “Monti” e la sua forte impronta politica, che ha in effetti pesantemente preorientato l’indirizzo politico pedissequamente seguito da tutti i governi che gli si sono succeduti.
2. Dall’altro lato, ed è questo  il dato oggettivo più incontestabile,  l’elettorato ha letteralmente dissolto, rispetto all’esito delle elezioni per le precedenti legislature,  la grande coalizione che sostenne Monti e che (in forme più o meno  evidenti, ” sottili” o  indirette si perpetuò coi governi della legislatura iniziata nel 2013; quella il cui parlamento, peraltro, era affetto dalla illegittimità costituzionale della sua composizione, direttamente sancita dalla Corte costituzionale “cassando” l’irragionevole e abnorme premio di maggioranza che caratterizzava la legge elettorale con cui fu votato.
I dati di questo dissolvimento sono evidenti: i partiti “perno” della grande coalizione del “fate presto” nata alla fine del 2011, non sono in grado di fare nulla per garantire una fiducia a un nuovo governo tecnico, “dei tecnici” o neutrale che dir si voglia.
3. La prospettiva assunta dal Capo dello Stato, peraltro, è quella di incaricare una “figura di garanzia” o “super partes” che dir si voglia, perché formi  un governo “neutrale”, che, preferibilmente in carica fino a dicembre, svolga una pesante manovra che tagli la spesa pubblica e/o introduca nuovi tributi (o comunque aumenti la pressione tributaria), per effettuare un consolidamento fiscale che equivalga al gettito (meramente e incautamente sperato) di un aumento dell’IVA che incida per 12,5 miliardi nel 2019 e per 19.1 miliardi nel 2020.
Questa operazione di forzato consolidamento fiscale viene chiamata ” scongiurare l’applicazione della clausole di salvaguardia“, della quali abbiamo ricostruito l’origine, il trascinamento (inerziale da parte dei governi succedutisi dal 2011) e  l’attuale sopravvenuta mancanza di senso economico, essendo le clausole in origine legate a un tipo di aggiustamento dei conti con l’estero, e più estesamente della stessa posizione netta sull’estero, ad oggi al -6,7% del PIL (e che ha una preponderante influenza sugli spread,  qui, pp.8-9), che si era nel frattempo già consolidato. Certamente a partire dal 2014 e certamente rafforzatosi grazie alla  svalutazione competitiva – dell’euro– che è stato il principale, se non unico, “successo” del QE di Draghi.
Italy Current Account to GDP4. Questa, al tempo, fu la larghissima maggioranza parlamentare per il governo Monti (ci limitiamo a evidenziare i due principali partiti in grado di garantire una maggioranza bipartisan e autosufficiente):
Camera dei deputati[20] Seggi
Il Popolo della Libertà
Partito Democratico
Unione di Centro
Futuro e Libertà per l’Italia
Popolo e Territorio
Alleanza per l’Italia
PLI
MpA-Alleati per il Sud
Fareitalia
Repubblicani-Azionisti
Liberal DemocraticiMAIE
Autonomia Sud
Minoranze linguistiche
Altri[21]
Totale maggioranza
212
206
38
26
23
6
5
4
4
3
3
3
3
14
550
Lega Nord
Italia dei Valori
Totale opposizione
59
21
80
Totale 630
Senato della Repubblica[20] Seggi
Il Popolo della Libertà
Partito Democratico
UdCSVP e Autonomie
ApIFLICentro Democratico
CNIo SudForza del Sud
Movimento per le Autonomie
Partecipazione Democratica
Partito Repubblicano Italiano
Altri[21]
Totale maggioranza
128
106
15
13
12
2
1
1
7
285
Lega Nord
Italia dei Valori
Totale opposizione
25
12
37
Totale 322
5. Questo l’esito elettorale attuale e la forza, nelle due ali del parlamento, di quegli stessi due partiti:

Per lista

Camera dei deputati
Movimento 5 Stelle 227/630
Lega 125/630
Partito Democratico 112/630
Forza Italia 104/630
Fratelli d’Italia 32/630
Liberi e Uguali 14/630
Noi con l’Italia – UDC 4/630
SVP – PATT 4/630
+Europa 3/630
Civica Popolare 2/630
Italia Europa Insieme 1/630
MAIE 1/630
USEI 1/630
Camera dei deputati (Liste) - XVIII legislatura (Italia).svg
Senato della Repubblica
Movimento 5 Stelle 112/315
Lega 58/315
Forza Italia 57/315
Partito Democratico 54/315
Fratelli d’Italia 16/315
Noi con l’Italia – UDC 4/315
Liberi e Uguali 4/315
SVP – PATT 3/315
+Europa 1/315
Civica Popolare 1/315
Italia Europa Insieme 1/315
MAIE 1/315
USEI 1/315
Senato della Repubblica (Liste) - XVIII legislatura (Italia).svg
6. Se volessimo rapportarci alla  “madre” di tutti i governi tecnici, cioè  al governo Ciampi, se non altro perché fu il primo governo nella storia della Repubblica guidato da un non parlamentare (in cui persino i non trascurabili apporti di ministri formalmente politici erano evidentemente caratterizzati da una manifesta legittimazione tecnica; ad es; Andreatta, Savona, Conso, Barucci, Spaventa), ebbene, anche in quel caso, esso  poté godere di una maggioranza parlamentare vastissima e di una conseguente certissima prospettiva di ottenere la fiducia (abbiamo tentato di evidenziare i partiti che, con una certa approssimazione, corrispondono, pur tra alterne vicende, agli attuali PD e FI o a loro alleati “satellitari”):
Senato della Repubblica Seggi
Democrazia Cristiana
Partito Democratico della Sinistra
Partito Socialista Italiano
Partito Repubblicano Italiano
Partito Liberale Italiano
Federazione dei Verdi
Partito Socialista Democratico Italiano
Südtiroler Volkspartei
Vallée d’Aoste
Totale maggioranza
107
64
49
10
4
4
3
3
1
245
Lega Nord
Rifondazione Comunista
Movimento Sociale Italiano
La Rete
Per la Calabria
Federalismo
Lega Autonomia Veneta
Lega Alpina Lumbarda
Per il Molise
Totale opposizione
25
20
16
3
2
1
1
1
1
70
Totale 315
Camera dei deputati Seggi
Democrazia Cristiana
Partito Democratico della Sinistra
Partito Socialista Italiano
Partito Repubblicano Italiano
Partito Liberale Italiano
Partito Socialista Democratico Italiano
Federazione dei Verdi
Lista Marco Pannella
Südtiroler Volkspartei
Vallée d’Aoste
Totale maggioranza
206
107
92
27
17
16
16
7
3
1
492
Lega Nord
Rifondazione Comunista
Movimento Sociale Italiano
La Rete
Federalismo
Lega Autonomia Veneta
Totale opposizione
55
35
34
12
1
1
138
Totale 630
7. Ebbene, questi evidenti dati storico-politici e i precedenti giuridico-istituzionali che oggettivamente hanno caratterizzato, ci consentono di estrarre  un primo principio normativo, attinente a quella sfera consuetudinaria detta anche “prassi, come abbiamo visto)  che si accompagna, per necessità (derivante dall’assenza di previsioni scritte),  all’integrazione del dettato costituzionale, laddove esso si ferma a prevedere che ” il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri” (art.92, co. 2, Cost.).
In tutti i precedenti, compreso anche il governo Dini,  l’incarico conferito a un non parlamentare, cioè l’individuazione di un (potenziale) Presidente del Consiglio non ricollegabile alla diretta espressione dell’elettorato, così come, si badi bene, registrata nell’evidente distribuzione delle forze politiche in parlamento,  scaturisce invariabilmente dalla preventiva indicazione delle stesse forze politiche presenti in parlamento in un certo momento storico, riposando, per la precisione, in una larga convergenza maggioritaria di queste stesse forze sul sostegno fiduciario a una soluzione che, rigor di Costituzione e di forma parlamentare di governo, risulta comunque  atipica.
8.  Senza questa sostanziale preindicazione scaturente dalla (ampia) maggioranza degli eletti in parlamento, non si è mai in precedenza dato un governo “tecnico” o, al di là delle formule transeunti utilizzate, un governo “atipico“.
E questo prescindendo dalle ragioni “politiche” (economiche e sociali) che nei singoli casi hanno indotto tale maggioranza preformata tra i partiti a fornire a questa indicazione al Capo dello Stato.
Che poi tale indicazione, nella prassi, possa essere in forma di  arbitraggio, cioè chiedendo espressamente (e più o meno  liberamente) allo stesso C.d.S., la precisa individuazione del nome del designato tecnico,  non toglie nulla alla titolarità, propria delle forze elette in parlamento, di questa opzione: il PdR ritrae la sua potestà “arbitrale”, comunque, in funzione della volontà politica ” delegante” risalente ad una maggioranza accertata preventivamente.
9.  In assenza di questa maggioranza accertata  e di una eventuale delega, non si può obiettivamente dire che la contrarietà al governo “neutrale”, – cioè non affidato a un parlamentare con l’incarico a un soggetto a legittimazione tecnica-,  espressa con immediatezza dalla maggioranza delle forze parlamentari, possa costituire  uno sgarbo verso il Presidente della Repubblica: questa contrarietà, semmai, registra la carenza di un presupposto essenziale, emergente dalla prassi e dalla forma di governo costituzionali, per poter in radice attivare una volontà designatrice del Capo dello Stato, la cui autonomia non può prescindere dalla (non) volontà della maggioranza del parlamento in carica.
Come dunque abbiamo visto, la situazione attuale è che  le forze politiche che, pur nelle metamorfosi subite nel corso della tormentata storia della c.d. seconda Repubblica, hanno normalmente dato luogo all’accordo politico che serve da presupposto (costituzionale) per la formazione del governo “tecnico-neutrale-istituzionale…etc”,  risultano ormai recessive e disabilitate, dall’elettorato (cioè dal motore del processo democratico, prima e più diretta espressione della sovranità popolare ex art.1 Cost.), a formare una qualsiasi maggioranza. O anche solo ad avvicinarvisi.
10. Anzi, si potrebbe aggiungere che l’evidenza dei segnali lanciati dall’elettorato è tale chenuove elezioni a breve potrebbero risolvere la situazione di stallo attuale, anche senza che sia mutata l’attuale legge elettorale: ciò in quanto, il processo di reindirizzo largamente maggioritario delle preferenze di voto del popolo italiano è, manifestamente, un processo che si sta compiendo e sul quale lo Spirito democratico che dovrebbe caratterizzare le istituzioni costituzionali di garanzia non avrebbe ragione di interferire.
Trattandosi di un’imponente trasformazione in atto, essa non può che essere compresa e favorita come  un’espressione della coscienza popolare verso il pieno recupero della sua prerogativa sovrana di contribuire all’indirizzo politico democratico. E va compresa e favorita anche nei  tempi, non necessariamente brevi, in cui essa si possa manifestare.
I tempi del pilota automatico €uropeo non dovrebbero divenire la scansione entro cui comprimere il libero gioco della trasformazione della volontà sovrana dell’elettorato.
10.1. Anche perché, come abbiamo ri-evidenziato, questioni come le “clausole di salvaguardia” sono, appunto, automatismi la cui  priorità, considerata correttamente nel suo significato politico-economico, non solo non è più attuale e “tecnicamente” attendibile, ma addirittura deve essere l’oggetto di una  rimeditazione che costituisce una  scelta politica fondamentale e che dà senso (molto) attuale al libero processo elettorale e alle forze politiche  divenute più rappresentative; soprattutto perché la trasformazione in atto va compresa, con ragionevolezza e senso della realtà, proprio per il disagio sociale crescente, e presto incontenibile, che proprio tali automatismi hanno provocato.
11.  Un’anticipazione di questo pericolo di fretta e di trascuratezza nell’interpretare la grande trasformazione politico-elettorale ed i suoi tempi (che sono pur sempre indice di recupero della primazia della volontà sovrana del corpo elettorale),  l’avevamo già segnalata prima delle elezioni; e sul presupposto, peraltro, di una sottostima dei mutamenti di composizione delle forze presenti in parlamento (sottostima che era la risultante dei sondaggi prevalenti, smentiti dal successivo esito del voto).
I risultati del 4 marzo hanno perciò reso valide, a maggior ragione, le gravi problematiche allora individuate:
“…Di tutto questo, – naturalmente al netto delle implicazioni costituzionali già evidenziate e dei contenuti e delle finalità delle “riforme indispensabili” per rimanere in €uropa-, ci dà contezza questo articolo de La Stampa: considerate, leggendo l’articolo, che la momentanea “impossibilità” di nuove elezioni immediate, una volta iniziati gli “appuntamenti” legati agli “indissolubili impegni presi con l’UE”, diviene agevolmente una “impossibilità” per la durata dell’intera legislatura. Come ci insegnano gli eventi di quella in scadenza, che è sopravvissuta, alla insanabile illegittimità costituzionale della sua composizione, fondandosi sulla insostituibilità di questi, e proprio questi, parlamentari (nella loro identità di persone fisiche), perché se fossero stati altri (diverse persone fisiche), a seguito di nuove elezioni, sarebbe venuta meno, a quanto pare, la “continuità degli organi costituzionali” (…?).
Analoghe previsioni sulla futura legislatura, (sempre al netto di…), le trovavate già qui.
“…Come abbiamo visto (qui, p.5):
Questa  “curiosa” prorogatio, infatti, può (ormai) indifferentemente operare sia che si tratti di composizione costituzionalmente illegittima delle Camere, sia che si tratti della diversa ipotesi dell’impossibilità di funzionare in una certa composizione
In ogni caso, il governo fiduciario delle Camere in qualsivoglia composizione (anche in ipotesi che ne dovrebbero sancire la cessazione e quindi nuove immediate elezioni) non potrà che trarre dai “mercati” la sua sostanziale legittimazione“.
Ora questa situazione è altamente instabile: ma non (soltanto) perché si ratifica il ritorno allo stato meramente politico, cioè agli equilibri dettati dai puri rapporti di forza economici, e quindi il modello neo-liberista dei trattati, quanto perché la saldatura in nome dell’€uropa risentirà della instabilità crescente causata dalla destabilizzazione sociale che si persegue con l’euro
In Italia si fanno calcoli e alleanze politiche dimenticando un ben preciso “dettaglio” (almeno, e senza alcuna sorpresa, a livello mediatico): L€uropa può andare solo nella direzione di un inesorabile inasprimento del suo “ordine internazionale dei mercati”, e ogni sua riforma non può che risolversi in un “Piano Funk 2.0.
11.  Il timore per la libertà del meccanismo democratico che può sorgere in una difficile situazione come quella qui segnalata è, perciò, quello che difficilmente ci faranno votareprima della fine del QE, o, più esattamente, del manifestarsi degli effetti, sul collocamento del debito pubblico, del suo venir meno.
Una fine del QE, oltre la ( quasi) scadenza di settembre, tra l’altro, come evidenzia la recente dichiarazione di Draghi appena linkata, è soggetta a una fortissima discrezionalità della BCE, insindacabile e opacamente modulabile proprio in funzione di una pesante “condizionalità” politica che potrebbe essere esercitata sia sulla concreta possibilità di andare al voto sia sulla sua stessa libertà di espressione, in quanto coartabile da parte di una ben prevedibile campagna mediatica, incentrata su un  combinato incessante di nuovi “stati di eccezione” legati al vincolo €sterno ed ai suoi meccanismi automatici di svuotamento dell’indirizzo politico nazionale

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