Vi racconto perché la Banca d’Italia non gioisce all’ipotesi di Paolo Savona al Tesoro

di paolopolitiblog

Tino Oldani startmag.it 25 maggio 2018

La sede della Banca d’Italia, Palazzo Koch, oggi 21 ottobre a Roma. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

L’articolo di Tino Oldani, giornalista di lungo corso tra economia, politica e finanza, ora firma del quotidiano Italia Oggi diretto da Pierluigi Magnaschi, sul reale stato dei rapporti tra la Banca d’Italia governata da Ignazio Visco e l’economista Paolo Savona, candidato da M5S e Lega al vertice del ministero dell’Economia e delle Finanze

C’è un «non detto» nelle cronache politiche di questi giorni. Una sorta di autocensura generale, in particolare dei giornaloni, sul nome di chi sta facendo di tutto per impedire la nomina dell’economista Paolo Savona a ministro dell’economia.

Eppure chi ha un minimo di confidenza con il mondo degli economisti accademici, quel nome lo conosce molto bene, e non da oggi. Sa bene che da alcuni anni il professor Savona è stato messo al bando sia nel mondo accademico, sia nel mondo bancario, con la perdita di ogni incarico, fosse pure onorifico, e questo non certo per l’età. Anche se ha continuato ad essere un apprezzato e valorizzato editorialista di ItaliaOggi e di MilanoFinanza. La sua colpa: avere criticato senza peli sulla lingua alcune scelte della Banca d’Italia guidata da Ignazio Visco, soprattutto la supina accettazione nel 2015 delle norme europee sul bail-in, vale a dire sui fallimenti bancari e le relative conseguenze per gli azionisti e i risparmiatori.

La Banca d’Italia e Visco non gliele hanno mai perdonate quelle critiche. E, guarda caso, da allora, come ubbidendo a un monito silenzioso quanto ferreo, le università e le banche hanno cancellato il nome di Savona: niente cattedre, porte chiuse dei consigli d’amministrazione. Un veto che sembra perdurare tuttora anche nella formazione del governo. In fondo, se è stato confermato pochi mesi fa alla guida della Banca d’Italia, nonostante l’opposizione del leader del Pd, Matteo Renzi, il dottor Ignazio Visco lo deve soltanto alla protezione decisiva che in quel frangente, come è stranoto, gli ha assicurato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in sintonia con il capo della Bce, Mario Draghi. E se ora Mattarella ha da ridire sul nome di Savona come ministro dell’economia, non è certo perché Savona, in un libro che deve uscire, definisce l’euro «una gabbia di ferro tedesca». Basta fare due più due. E rileggere le staffilate di Savona alla Banca d’Italia, pubblicate il 5 gennaio 2016 su MilanoFinanza e rilanciate pochi giorni dopo dal sito della Fondazione Ugo La Malfa.

«Errare è umano, perseverare è diabolico», scriveva Savona. «Ho pensato a questo vecchio detto quando ho letto la definizione che la Banca d’Italia ha dato del Brrd, la nuova direttiva per la “soluzione” delle crisi bancarie: “Le nuove norme consentiranno di gestire le crisi in modo ordinato, attraverso strumenti più efficaci e l’utilizzo di risorse del settore privato, riducendo gli effetti negativi sul sistema economico ed evitando che il costo dei salvataggi gravi sui contribuenti”. Questa definizione implica che: 1) le gestioni delle crisi precedenti non fossero meno ordinate, in sostanza una critica che la Banca d’Italia rivolge a se stessa. 2) i nuovi strumenti saranno più efficaci di quelli usati in passato; 3) le risorse proverranno dal settore privato; 4) gli effetti negativi delle crisi sul sistema economico verranno ridotti; 5) i contribuenti non subiranno più il costo dei salvataggi bancari».

Da notare: nel gennaio 2016, il caso politico scatenato dal bail-in delle quattro banche popolari (Arezzo, Marche, Ferrara, Chieti) era ancora all’inizio, e nessuno aveva ancora notizia delle migliaia di piccoli risparmiatori colpiti e affondati perché azionisti, oppure in quanto possessori di obbligazioni subordinate, andate in fumo da un giorno all’altro a seguito del decreto che la Banca d’Italia aveva suggerito al governo Renzi. Uno scenario di truffe che sarebbe emerso solo nei mesi successivi, ma previsto da Savona con lucidità spietata.

Scriveva infatti l’economista: «Nessuno degli effetti indicati dalla Banca d’Italia ha solidi fondamenti. In passato la soluzione delle crisi ha funzionato bene, ne consegue che gli strumenti usati erano efficaci; le risorse provenivano anche dal settore privato (il Fondo di garanzia interbancaria; ndr) e affluivano mosse dalla convenienza, non dall’obbligo di legge come sarà da questo momento in poi; l’economia reale ha sempre beneficiato del precedente regime, mentre non accadrà lo stesso in futuro; l’onere sulla collettività era spalmato in modo più equo di quanto non avverrà con la nuova legge, che penalizza il risparmio».

Dire che quelle previsioni di Savona si sono puntualmente avverate, è il minimo. Ma più delle previsioni, all’epoca, in Banca d’Italia tennero buona nota delle staffilate al loro operato, per vendicarsi. «Il vero scopo del provvedimento», scriveva Savona, «è trasferire la responsabilità delle crisi prodotte dalle autorità italiane ed europee ai risparmiatori, anche piccoli, quelli che avrebbero dovuto tutelare. La decisione è frutto della grave malattia che ha colpito l’Europa, quella di voler isolare i bilanci pubblici dalle vicenda dell’economia e della società che le autorità dovrebbero governare, ma non riescono a farlo, come dimostra la grave crisi finanziaria diffusasi a seguito dell’insolvenza dei crediti subprime e dei loro derivati».

Più avanti: «Chi trae vantaggio dalla nuova regolamentazione sono quindi solo le autorità responsabili delle crisi per non avere saputo governare il mercato. Ma anch’esse si illudono, perché se vogliono avere un sistema del credito e del risparmio all’altezza dei compiti che attendono l’economia, fuori dalle speranze e dalle chiacchiere in corso, dovranno farsi carico di studiare un meccanismo meno pericoloso di quello approvato, che protegga l’offerta di credito e il risparmio che lo sostiene». L’accusa alla Banca d’Italia di non avere saputo governare il mercato e di essere pertanto responsabile delle crisi bancarie, non poteva essere più esplicita. Ma nessun leader politico, allora, le fece proprie. Neppure Matteo Renzi, che solo con molto ritardo capì di avere iniziato la propria parabola discendente proprio sui bail-in delle quattro banche.

Come lui, nessun altro fece propria l’ultima staffilata di Savona: «Ciò che sconcerta in questo provvedimento, come nella spiegazione datane dalla Banca d’Italia che lo ha propiziato, è che non si parla del problema di fondo, quello di chi fornisce le informazioni ai clienti delle banche; danno invece la colpa alla loro ignoranza, che è anche frutto delle omissioni pubbliche in materia».

Vi è chiaro, ora, perché in Banca d’Italia nessuno vuole avere sopra la testa un ministro come Savona?

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