IL NO DI MATTARELLA? TRA SCELTE POLITICHE E POTERI FORTI

di paolopolitiblog

DI MARCO MILIONI alganews.it 30 maggio 2018

I motivi per cui il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha de facto detto no ad un esecutivo composto da Lega e M5S con Paolo Savona all’Economia e Giuseppe Conte premier sono oggetto di uno scontro durissimo. E lo saranno a lungo. E come succede in casi del genere i motivi di scelte tanto drastiche scatenano reazioni di ogni tipo: ci sono gli insulti sul web. C’è la critica dura e meditata di un costituzionalista di rango come Massimo Villone, sino a giungere ai j’accuse di Massimo Fini e Ugo Mattei. Il tutto lascia intuire che la posta in gioco sia altissima.

Ora sarebbe importante riuscire a capire se il niet del capo dello Stato abbia davvero solo delle generiche correlazioni con la necessità di tutelare i risparmiatori o se sotto ci sia dell’altro. Anzitutto chi sono i risparmiatori cui si riferisce Mattarella? Sono i signor Bianchi e le signore Rossi che hanno messo via un po’ di Btp? Sono i grandi stake-holder che di mestiere fanno profitto col debito pubblico delle nazioni? Per cercare di fare un po’ di luce in questo antro occorre dare conto di una indiscrezione che gira da diverse ore tra i parlamentari veneti eletti di recente tra palazzo Madama e Montecitorio. Una indiscrezione secondo cui persone vicinissime a Mattarella avrebbero sconsigliato al capo dello Stato di permettere che un ministro considerato poco incline ai desiderata dei grossi investitori sui titoli di Stato mettesse gli occhi sul bauletto che al dicastero dell’Economia contiene uno dei segreti meglio custoditi e più oggetto di polemiche degli ultimi anni: quello dei derivati sottoscritti dallo Stato a garanzia del debito pubblico.

PRIMO INDIZIO: LO SCANDALO DEI DERIVATI
Detto in termini davvero grezzi, i derivati sono una sorta di strumento finanziario-assicurativo complesso con il quale si opziona un altro strumento finanziario o anche un bene, di solito tutto ciò che più o meno sia scambiabile legalmente. Sergio Romano sul Corsera, con parole semplici ed efficaci ha spiegato il coinvolgimento dei derivati nei crac che squassarono la finanza mondiale nel 2008. In termini giuridici i derivati altro non sono che contratti che impongono alle parti che li sottoscrivono di scambiarsi, al manifestarsi di precise condizioni di mercato, flussi finanziari precedentemente determinati. Quando si parla di derivati però si parla anche di uno dei più grossi scandali che hanno colpito l’amministrazione pubblica italiana. La pignatta maleodorante la scoperchiò l’Espresso lo scorso anno con una serie di scoop a firma di Luca Piana e Paolo Biondani: questi strumenti avrebbero pesantemente toccato anche le coperture per l’alta velocità. Dando così l’ennesima stura a chi critica l’infrastruttura perché la vede più come un affare speculativo che come un’opera necessaria. In quegli articoli però non si tiravano in ballo solamente le responsabilità del governo e di altissimi dirigenti dell’Economia, ma anche i colossi bancari con i quali lo Stato negli anni avrebbe sottoscritto patti tanto scellerati da spingere la Corte dei conti a chiedere risarcimenti miliardari ai diretti interessati. I quali per vero ritengono di avere agito correttamente. Per loro la presa di posizione più esemplificativa è forse quella della dirigente generale del Tesoro per il debito pubblico Maria Cannata la quale in una dichiarazione raccolta da Il Sole 24 ore afferma: «Non condivido in nulla la tesi della procura della Corte dei conti… Contesto il fatto che noi si sia rimasti passivi, che non si sia intervenuti o che si siano sottoscritti in condizione di inferiorità».

I «REGALI» DEL TESORO
Tuttavia è sul fronte delle relazioni bancarie che gli eventi di questi giorni vanno messi in correlazione coi conti, più o meno trasparenti, del nostro Paese. Gli articoli de l’Espresso (e i commenti che a questi seguirono) infatti misero sotto la lente d’ingrandimento due istituti di quelli che pesano sullo scenario mondiale. Si tratta di «Morgan Stanley» e della «Deutsche Bank». Per quanto concerne quest’ultima il titolo scelto da l’Espresso è eloquente: «Così l’Italia ha regalato tre miliardi alla tedesca Deutsche Bank… Spuntano i derivati fatti dal Tesoro italiano con l’istituto di credito. Tutti in perdita. Con tanto di beffa: un contratto del 2004 è stato ristrutturato più volte con nuove clausole capestro». Il servizio porta la data del 26 gennaio 2018.

Ad ogni buon conto sempre l’Espresso parla di un’altra quindicina di istituti che sarebbero coinvolti: «da J.P. Morgan a Ubs… a Goldman Sachs». E in questo contesto vanno fatte un paio di considerazioni. La prima, se da un lato anche grazie alla stampa più di qualcosa si è saputo sui contratti stipulati con i tedeschi e con Morgan Stanley, un muro di riserbo è stato però eretto dal Tesoro per il resto delle carte. La seconda invece è che ammonta a «47 miliardi di potenziale esborso» la somma che la collettività patirebbe proprio in ragione delle operazioni sui derivati in periodo preso in esame «dal 2011 al 2021». Così spiega proprio Piana nel suo libro «La voragine». Una cifra pressoché identica a quella descritta da Alessandro Gilioli de l’Espresso sulla sua rubrica on-line «Piovono rane».

LIAISONS DANGEREUSES
Che cosa sarebbe successo se all’Economia nell’ambito dell’alleanza Cinque Stelle Lega si fosse insediato un ministro pronto a aprire ogni singolo cassetto? La domanda non è di poco conto. Sarà sufficiente ricordare in tal senso le relazioni di primo piano che in passato sarebbero state intessute tra Morgan Stanley e l’entourage dell’ex premier democratico Matteo Renzi. E ancora, se si fa fede al vecchio adagio del giornalismo anglosassone «follow the money» e se si prova a raggomitolare il filo d’arianna degli assetti proprietari delle due banche si scopre una cosa. Che tra gli azionisti di Deutsche Bank il primo è giustappunto il fondo statunitense BlackRock.

L’AZIONISTA UNIVERSALE
Si tratta del colosso dei colossi: la corporation degli investimenti che domina il Vecchio continente con operazioni che in Gran Bretagna, Francia e Germania, patria della stessa Deutsche Bank, puntualmente sorpassano i 100 miliardi di dollari per stato. Di più, con 6000 miliardi di dollari investiti in tutto il globo e altri 20mila che sarebbero controllati grazie al potentissimo software per la gestione dei rischi finanziari, una sorta di algoritmo che da solo costituisce uno dei centri di egemonia meglio custoditi dell’orbe terraqueo, BlackRock oltre ad essere il numero uno al mondo, è diventato un vero e proprio moloch a sé stante. Un moloch «che nessuno Stato può più controllare» e che avrebbe tramutato la sua natura di fondo d’investimento «in un potere politico» a sé stante.

Così racconta Maria Maggiore in una interessante inchiesta uscita su Il Fatto di ieri a pagina 10. L’approfondimento andrebbe studiato a memoria per capire quanto pervasiva possa essere una entità del genere. Basti pensare alla disinvoltura con cui Laurence “Larry” Fink, il trader californiano fondatore di BlackRock, passerebbe da un incontro con un capitano d’industria a uno con un capo di Stato, da una colazione privata con un primo ministro sino ad un sorso di té con un banchiere centrale. La giornalista tedesca Heike Butcher nel descrivere questa sorta di socio universale fa notare che «… da quando ti alzi la mattina, prendi i cereali col latte, ti vesti, t’infili le scarpe, prendi l’auto e vai al lavoro dove accenderai il pc ed userai il tuo Iphone: in tutti i momenti della giornata BlackRock è sempre presente»: un dio azionario con il quale debbono convivere i minuti cittadini, ma anche gli esponenti del ceto dirigente di qualsiasi nazione. E l’Italia non fa eccezione.

CHI CONTROLLA L’ITALIA SPA?
Sarà sufficiente ricordare la partecipazioni di BlackRock nel Belpaese per scoprire quanto potere abbia questa corporation nei confronti del mondo economico italiano e di conseguenza nei confronti della sua società: Enel 8,12%; Atlantia Autostrade-Benetton 7,38%; Snam 8,18%; Stmicroelectronics 6,66%; Tenaris 2,5%. Se poi si sale su su verso la piramide del peso strategico degli investimenti si vede che BlackRock ha un piede in quattro pesi massimi come Banca Fineco 9,38%; Generali 2,59%; Telecom Italia 4,76%; Unicredit 2,92%. E per finire in bellezza la compagnia newyorkese possiede il 2,67% di una società strategica come Eni e il 6,17% di Banca Intesa, il primo istituto di credito italiano, uno dei primi in Europa, di cui la stessa BlackRock è secondo azionista. Ma soprattutto il fondo statunitense è titolare di una parte cospicua del debito pubblico italiano la cui entità, sostiene ancora la Maggiore su Il Fatto quotidiano, sarebbe segretissima: tanto che la somma esatta è gelosamente custodita da Bankitalia.

I DUBBI
Lasciando da parte un attimo ogni discussione, più che legittima, sulla politica monetaria e sulla struttura intrinseca del debito pubblico, in queste condizioni è facile che al cittadino mediamente informato sorga un dubbio. Come in ogni affare, quando lo Stato negozia un prestito a copertura dei suoi debiti può farlo bene o male. Ma se per caso in via XX Settembre ci fosse un cassetto in cui sono archiviate le prove che negli anni l’amministrazione pubblica, o per incapacità o per collusione, ha concluso pessimi affari con chi le prestava i soldi, che cosa ne dovrebbe ricavare l’opinione pubblica? Sarebbe il caso di quantificare il danno e riprendersi il maltolto? Quanto il niet di Mattarella ha a che fare con tutto ciò? E quando si critica il diktat che sul Quirinale sarebbe calato da Berlino, parliamo di un diktat del governo tedesco o di un diktat del quale lo stesso esecutivo germanico è solo un tramite rispetto ad uno o più mittenti finali dei quali non si può o non si vuole fare il nome? Se il premier in pectore Carlo Cottarelli avrà la fiducia o se il suo esecutivo, senza l’avallo del parlamento, resterà in carica per i soli affari correnti scoperchierà, in nome della trasparenza tanto enfatizzata, il doppio fondo di tante valigie custodite nelle stanze dei ministeri?

DA NEW YORK AL VENETO
Non più tardi del 20 marzo chi scrive, proprio su Alganews.it, aveva ricordato l’importanza dei «documenti secretati in tema di derivati, di concessioni autostradali». Guarda caso due temi scottanti in cui BlackRock, e forse non solo BlackRock, potrebbe avere un interesse diretto. Ora sarà un caso, ma in queste ore tutto l’establishment imprenditoriale, bancario ed editoriale del Paese appare schierato col presidente Mattarella. Rimane da capire se tale vicinanza sia da spiegarsi sul piano della visione e della condivisione politica. O se sia un atto di grande riverenza nei confronti di un potere riconosciuto come soverchiante. E visto che, seppur di striscio, si parla di Veneto, sarà sempre un caso… ma intanto BlackRock, come secondo socio di Intesa, è di fatto il secondo socio pure delle due ex popolari del Nordest (BpVi e Veneto Banca) che dopo i dissesti dell’era Consoli-Zonin sono state acquisite, in forza di una gara di cui si sa poco o nulla, al prezzo di un euro… proprio da Intesa San Paolo.

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