Perché al Brasile essere il re mondiale del caffè non basta più

di paolopolitiblog

Michele Chicco wired.it 30.6.18

È Minas Gerais a trainare l’export del gigante sudamericano che spedisce nel mondo tonnellate di caffè a poco valore aggiunto. “È ora di cambiare, presto lanceremo un brand in Asia”. Poi forse toccherà all’Europa

San Paolo

(Brasile) – Negli ultimi duecento anni raramente il Brasile ha visto minacciare la sua leadership nella produzione mondiale di caffè. Le vivaci fazendas sono spesso state protagoniste della storia nazionale. Sempre al centro dei processi politici del Paese, hanno decretato con la loro produttivitàascesa e declino dell’economia brasiliana. Una manciata di decenni fa era lo stato federale di San Paolo il centro della produzione locale di caffè, almeno fino a quando gli effetti del cambiamento climatico sono piombati nella vita tranquilla di chi ne produceva tonnellate. La stretta mortale del caldo tropicale ha spinto la gran parte di loro a Nord, verso le più miti colline di Minas Gerais. 

Da qui parte oggi quasi l’80% di tutto il caffè venduto all’esterodal Brasile. Ed è tantissimo. Nel 2016 l’export ha permesso ai produttori nazionali di incassare poco più di 5 miliardi di dollari, una bella fetta di un mercato globale che è fermo a 30 miliardi.

Con una quota di mercato del 17% il gigante sudamericano resta saldo alla guida dei paesi esportatori.

A trainare l’export è la piccola regione incastonata tra San Paolo e Rio de Janeiro. In soli dodici mesi Minas Gerais ha venduto 3,39 miliardi di dollari in America, Europa e Asia. Se facesse gara a sé, lo stato di Belo Horizonte sarebbe minacciato solo dal Vietnam che ora insegue al secondo posto della classifica globale, con l’11% del venduto e poco più di 3 miliardi di dollari incassati.

Paesi esportatori di caffè al mondo (dati 2016, fonte Mit di Boston)Paesi esportatori di caffè al mondo (dati 2016, fonte Mit di Boston)Una straordinaria occasione sprecata
Nonostante i numeri siano inequivocabili, in Brasile il caffè è un tema sensibile.

Al fianco di chi si pavoneggia per un primato secolare, negli ultimi anni si è fatta sempre più folta la pattuglia degli insoddisfatti: “Per noi è la straordinaria storia di un’occasione sprecata”, dice con consapevole sarcasmo Roberto Jaguaribe, presidente di Apex-Brasil. Dopo un’abile carriera diplomatica, Jaguaribe ora guida l’agenzia governativa per la promozione dei prodotti verdeoro e guarda la realtà senza troppi filtri. “Il Brasile da oltre 200 anni è il più grande produttore al mondo di caffè, ma in tutto questo tempo abbiamo badato più alla quantità venduta che alla qualità prodotta”, spiega a un gruppo di giornalisti europei a San Paolo per il Brazilian Business Forum 2018.

Il caso Italia è emblematico. Per il Brasile la penisola è mediamente il terzo mercato per le esportazioni di caffè: vale il 10% sulle vendite totali e mezzo miliardo di dollari in ricavi. Nel 2017, ha spiegato a Wired l’Italian Trade Agency di San Paolo, sulla tratta Brasilia-Roma hanno viaggiato 167,5 tonnellate di caffè. Ma di tutta questa montagna sbarcata al di là dell’Atlantico “il 99,91% è di tipo non torrefatto e non decaffeinato“. In altre parole, molto economico e a scarsissimo valore aggiunto. 

Il trend è purtroppo consolidato, non solo se si guarda all’Italia. Di tutto il caffè venduto dal Brasile nel 2016, appena 80 milioni di dollari sono stati incassati dal commercio di decaffeinato e sono solo 26 i milioni di dollari ricavati dal tostato. Tonnellate per ben oltre i quattro miliardi di dollari sono state vendute diprodotto puro, non lavorato.

Il brand coffee in Asia ed Europa
“Ora è il momento di cambiare ed esplorare le opportunità per valorizzare tutta la filiera”
, assicura Jaguaribe. L’idea è di puntare dritto sul mercato asiatico e in particolare sulla Cina, ormai principale partner economico del Brasile tout court. “Stiamo lavorando alla progettazione di un brand da lanciare prima in Asia e poi, si vedrà, in Europa”.

La scelta non è certo casuale. “Nel mercato asiatico aumenterà nei prossimi anni il consumo di caffè, è inevitabile: la popolazione cresce costantemente e cambiano le abitudini, con nuove esigenze da soddisfare”, sottolinea Jaguaribe che ha chiuso la carriera diplomatica proprio a Pechino. Fino ad ora, dice, “nessun grande Paese produttore è riuscito a sfondare anche nel brand coffee” ed è per questo che la sfida lo affascina senza spaventarlo. La speranza è di poter competere lealmente, armi pari con gli avversari nel mondo: “La raffinazione di caffè richiede un ampio uso di manodopera e da noi il costo del lavoro è davvero alto. Spendiamo anche dieci volte in più rispetto ad altri stati che concorrono con noi sul mercato. Proprio come il Vietnam”.

 

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...