ENI / GIACIMENTI IN GHANA, MA RESTANO I MACIGNI GIUDIZIARI

di paolopolitiblog

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

ENI for Africa. Non per motivi umanitari né per obbedire a una una logica storica di restituzione del maltolto: ma per inaugurare un nuovo maxi giacimento di gas in Ghana.

Non bastano le rogne giudiziarie ormai sparse in mezzo mondo e localizzate soprattutto in Africa (ma con la punta di diamante dell’inchiesta Lava Jato in Brasile), a base di “corruzione internazionale” come stanno documentando le inchieste e i processi in corso sia alla procura che al tribunale di Milano: adesso è la volta dell’energia che non inquina tanto a la page, le fonti energetiche pulite.

Così riporta la sempre genuflessa Repubblica: “Il Ghana tra non molto avrà una sua fonte energetica pulita”. Non è arrivato il Messia ma “L‘Eni”, che “ha avviato la produzione di gas dal giacimento di Sankofa che per almeno 15 anni garantirà una quantità sufficiente per convertire a gas metà della capacità di generazione di energia elettrica del Paese”.

Prosegue la fanfara: “Il giacimento produrrà 180 milioni di piedi cubi di gas la giorno. Il progetto è stato sviluppato con il supporto della Banca mondiale nell’ambito del Progetto Integrato oil&gas offshore Cape Three points. La produzione è iniziata da due dei quattro pozzi in acque profonde connessi alla unità flottante di produzione. Il gas arriverà tramite un gasdotto all’impianto di ricezione onshore del Ghana. ‘Il progetto unisce la creazione di valore e la sostenibilità ambientale – ha dichiarato Claudio Descalziad dell’Eni – prerequisito per la crescita del Paese”.

Siamo nel libro dei sogni, in perfetto clima deamicisiano, con i buana bianchi pronti a soccorrere i bravi negretti che hanno tanto bisogno di sviluppo.

Neanche un nota, in tanta bella musica, sulla trasparenze dei contratti, sulle clausole che riguardano lo sfruttamento dei pozzi, su tutto quanto fa legalità & correttezza aministrativa. Sul NO MAZZETTE, né TANGENTI, insomma. Tanto per cambiare registro.

Infatti dovrebbero ben ammaestrare le tante inchieste e processi istruiti a livello internazionale, come il maxi scandalo brasiliano ‘Lava Jato‘ che ha mandato in tilt l’intera classe politica carioca, causato l’impeachment del presidente Dilma Russef e l’arresto dell’ex numero uno Ignacio Lula Da Silva: in quella storia da tangenti del secolo (accertati fino ad oggi per 5 miliardi di dollari, si potrebbe arrivare a sfondare il tetto dei 20 miliardi, da super Guinness) non è impelagato solo il colosso pubblico verdeoro Petrobras, ma anche la nostra Eni, pure consorella Saipem (oggi controllata in tandem con la generosa Cassa Depositi e Prestiti), e il big privato per l’impiantistica di casa nostraTechnit che fa capo alla dinasty di Gianfelice Rocca, a bordo anche della corazzata  d’acciaio Tenarische spadroneggia in Argentina.

E tante le inchieste in terra d’Africa. Dall’Algeria alla Nigeria, con un volar di mazzette miliardarie e i soliti capi d’imputazione da novanta: “corruzione internazionale”, non noccioline. E neanche il paravento del ‘green’.

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