LA FOLLIA “NO BORDER – NO NATION”

di Oskar Lafontaine

[ 5 agosto 2018 ]

Più volte abbiamo parlato di Oskar Lafontaine, storico leader della sinistra tedesca, anzitutto delle sue implacabili critiche all’euro. Avemmo modo diincontrarlo a Parigi nel gennaio 2016, in quell’occasione c’erano anche Stefano Fassina e Emiliano Brancaccio.
Lafontaine è in minoranza nel suo partito (Die Linke) non solo per essere partigiano del “Piano B”, ma anche per opporsi alla follia “no border”…
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Oskar Lafontaine insieme alla moglie Sahra Wagenknecht e ad altre personalità di spicco sta cercando di costruire un nuovo raggruppamento politico in grado di superare i tradizionali confini della Linke e della sinistra tedesca. Dalla sua pagina FB il leader storico della socialdemocrazia tedesca questa volta se la prende con l’assurda ideologia dei “no-border-no-nation” e risponde per le rime a chi lo accusa di essere un nazionalista di sinistra. Dal suo profilo FB, un ottimo Oskar Lafontaine.

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C’era da aspettarselo: c’è un nuovo raggruppamento politico che sta ottenendo risonanza e molti già ne parlano male. Gli oppositori cercano di diffamarlo definendolo “nazionalismo di sinistra”. Ma in un tale contesto parlare di “nazionalismo di sinistra” sarebbe come parlare di “cattolicesimo musulmano”. Sinistra e nazionalismo non possono stare insieme visto che il movimento dei lavoratori cantava: “popoli ascoltate i segnali” e non “popolo ascolta i segnali” (Internazionale).

E alla fine di ogni congresso di partito cantavano: “Brüder zur Sonne zur Freiheit“ e non “Deutsche zur Sonne zur Freiheit“.

Il modo piu’ semplice è guardare dentro l’ideologia “no-border-no-nation”, perché chiunque si ponga la questione di come poter costruire uno stato sociale capirà immediatamente quanto questa ideologia sia lontana dalla realtà. E i seguaci di questo pensiero, di conseguenza, vedono nello stato sociale un’aberrazione nazionalistica.

Il non-senso del “nazionalismo di sinistra” trova molti sostenitori fra chi ritiene che esprimere solidarietà verso i rifugiati significhi mantenere le frontiere aperte per tutti e garantire benefici sociali a tutti quelli che arrivano. Questo equivoco diventa piu’ chiaro quando si guarda al sistema sanitario. Nei paesi anglosassoni spesso la metà dei dottori e degli infermieri arriva dai paesi in via di sviluppo. In Germania, con un certo orgoglio, si fa riferimento al fatto che qui da noi sono stati accolti migliaia di medici dalla Siria e dalla Grecia. Almeno a questo punto i seguaci dell’ideologia dei “confini aperti per tutti” dovrebbero iniziare a capire che stanno sostenendo qualcosa di irrealistico e completamente antisociale. In Siria e in Grecia, dove questi medici sarebbero molto piu’ necessari che da noi, il sistema sanitario è al collasso. L’alsaziano Albert Schweitzer andò fino a Lambaréné in Gabon per fondare un ospedale e aiutare le persone malate senza assistenza sanitaria. Oggi la solidarietà viene capovolta.

Ancora negli anni ’70 del secolo scorso i paesi industrializzati formavano gratuitamente persone provenienti dai paesi in via di sviluppo, i quali avevano poi l’obbligo di tornare nel loro paese una volta completato il periodo di formazione. Oggi invece un’ampia comunità neoliberista e bipartisan vorrebbe andare a reclutare lavoratori specializzati e rendere in questo modo ancora piu’ poveri i paesi in via di sviluppo.

Internazionalismo significa dare asilo alle persone politicamente perseguitate, aiutare i rifugiati di guerra e permettere ai poveri di questo mondo una vita migliore, grazie agli investimenti realizzati dai paesi industrializzati in quelli in via di sviluppo con l’obiettivo appunto di migliorare la vita delle persone, invece di continuare a depredarle.

Quanto sia ormai avanzata la confusione concettuale lo si vede anche dal fatto che coloro che chiedono di spendere miliardi di euro nei campi profughi e nelle zone in cui si muore di fame vengono considerati dei nazionalisti di sinistra. Mentre coloro che vorrebbero andare a reclutare nei paesi piu’ poveri la forza lavoro piu’ istruita e quindi rendere omaggio al “nazionalismo occupazionale” tedesco si danno una pacca sulla spalla e si considerano erroneamente degli internazionalisti.

Bisognerebbe gridare: “Nazionalisti dell’occupazione di tutto il mondo, pensateci!”

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