I CAVALLI MORTI DEL MONETARISMO E IL FIL ROUGE DI DE GRAUWE

di paolopolitiblog

orizzonti48.blogspot.com 7.8.18

Post di Arturo

Come forse saprete, è uscito da qualche tempo l’ultimo libro di una nostra vecchia conoscenza: il buon De Grauwe. In questo, e un successivo, post tenterò di fornirvene una sorta di recensione a misura di blog.

(Solo un’avvertenza: ho letto l’edizione inglese, per cui le traduzioni sono mie. Non ho voluto alterare la percezione dell’originale aggiungendo grassetti o sottolineature; mio ovviamente l’impiego dell’evidenziatore)

Partiamo subito dalla questione euro, a cui poi agganceremo gli altri temi del libro.

  1. Il giudizio è chiaro (pag. 127):

Ci sono solo due opzioni per risolvere il problema di debolezza strutturale dei governi nazionali all’interno dell’eurozona: la prima è la creazione un governo europeo, legittimato da un parlamento europeo, a cui i governi trasferiscano significativi poteri in materia fiscale. Questa forma di unione politica, fornita del potere di spendere e riscuotere tasse, potrebbe emettere il proprio debito e costringere la banca centrale a fornirle supporto finanziario. La soluzione è rendere l’Europa uno stato federale.

La volontà di realizzare un’unione politica di questo tipo in Europa è estremamente debole. Molti paesi soffrono di una seria forma di “affaticamento da integrazione”. 

Se non riusciamo a creare un’unione politica, c’è solo un’alternativa: un ritorno alle valute nazionali. Questa soluzione emergerà automaticamente perché molti paesi rifiuteranno un sistema in cui decisioni vitali sono prese da mercati anonimi e inaffidabili e funzionari irresponsabili.

Come vedete sono posizioni più drastiche, e più realistiche, dei semplici richiami “al buon senso” di qualche mese fa.

Se un rinnovato equilibrio fra Stato democratico e mercato, – che De Grauwe considera l’unica soluzione praticabile per affrontare organicamente i problemi strutturali del capitalismo rivelati dalla crisi del 2008 (lo vedremo meglio la prossima volta)-, nel caso dei paesi dell’eurozona dovrebbe tradursi in una federalizzazione, la quale, a sua volta, è riconosciuta come un’opzione priva di realismo (se mai se n’è vista una che non lo fosse), che senso ha tollerare di fatto, sotto il manto del richiamo a un fantomatico buon senso, la permanenza dello squilibrio, se non quello di rendersi complici degli interessi che vi lucrano?

Se considerate che l’edizione originale olandese del libro è del 2014 (!), trovo difficile negare che l’intervento dell’anno passato sollevi anche serie questioni di deontologia professionale. Se come minimo ci fosse qualcuno disposto a sollevarle, naturalmente.

Vediamo i termini dell’analisi, per noi peraltro abbastanza ovvi, ma che richiamerò nel (vano) auspicio che possano almeno costituire punti fermi del dibattito.

1.1 La crisi degli spread non dipende dal rapporto debito/PIL ma dall’assenza della garanzia di una banca centrale.

Il paragone Spagna – UK lascia margine a pochi dubbi:

Quando confrontiamo Spagna e Gran Bretagna osserviamo quanto segue: entrambi i paesi hanno affrontato uno shock negativo che ha prodotto un brusco aumento del debito pubblico. 

La differenza è che i mercati finanziari possono spingere lo Stato spagnolo in una crisi di liquidità e di insolvenza, mentre gli stessi mercati non posso fare altrettanto con quello inglese, che è fornito di un’arma potente, ossia la sua banca centrale che può creare denaro a volontà. I mercati finanziari possono spingere la Spagna o qualsiasi altro membro dell’eurozona alla bancarotta, ma non possono farlo con paesi come la Gran Bretagna che emettono debito nella loro valuta.

Il diverso trattamento di Spagna e Gran Bretagna praticato dai mercati finanziari durante una crisi del debito è illustrato anche dalla figura 11.2. Vediamo che durante la crisi la Spagna ha dovuto pagare interessi molto alti sui suoi titoli perché gli investitori erano stati colti dal panico e li vendevano in massa. Questo non accadeva alla GB, benché la situazione del bilancio pubblico non fosse migliore di quella spagnola. Gli investitori sapevano che i loro titoli inglesi erano sicuri, quindi non li vendevano e il tasso di interesse sui titoli del debito pubblico iniziò addirittura a scendere.” (pagg. 120-1)

1.2 Ovviamente la crisi degli spread non è stata risolta dall’austerità dei vari Monti europei, ma dal whatever it takes:

Non c’è alcun dubbio su questo punto: nel 2012 la BCE ha salvato l’eurozona dal collasso svolgendo il ruolo di una moderna banca centrale e sostenendo i governi nazionali mentre i mercati finanziari erano in preda a paura e panico.” (pag. 125).

Insomma, come diceva Kaldorla BoE onora sempre  “gli assegni emessi dal governo di Sua Maestà”, laddove gli Stati dell’eurozona hanno preso la “drastica decisione” di creare una banca centrale sollevata da quest’obbligo, ma che interviene motu proprio strapazzando la lettera dei Trattati, finché, su richiesta tedesca, non scende in campo la Corte di Giustizia a mettere i suoi austeri paletti.

Ovviamente una volta confermato che il tasso di interesse, ossia l’onere del debito, lo decide la banca centrale e non “imercati”, si porrebbero drammatiche questioni teoriche e costituzionali circa l’indipendenza di istituzioni che intervengono in modo così pesante nel conflitto distributivo (qui, soprattutto n. 5), nel caso leuropeo nell’ambito di un gioco di potere ancora più complicato, oligarchico e opaco che nel resto del mondo sviluppato (e non). Su questo però De Grauwe risulta non pervenuto. Fingiamo di sorprenderci.

Residuano due questioni.

  1. Dirà l’amico liberista: d’accordo, lo spread dipende anche dall’assenza della mamma-banca centrale, ma, se avessimo fatto i bravi bambini, imercati, severi ma giusti, non ci avrebbero punito.

Sentiamo De Grauwe (pagg. 124-5):

Abbiamo visto che la debolezza strutturale degli Stati nazionali all’interno dell’eurozona dipende, fra l’altro, dall’assenza del sostegno di una banca centrale in tempo di crisi. Ciò significa che questi governi devono accettare i diktat dei mercati finanziari, cosa che non sarebbe così negativa se questi avessero sempre ragione. L’esperienza tuttavia mostra che essi sono spesso guidati da processi collettivi che alternano ottimismo ed euforia a panico e pessimismo. Non è questa una buona guida per le politiche macroeconomiche.

E’ quindi essenziale che la BCE assuma i compiti svolti dalle banche centrali in USA e Gran Bretagna. La BCE dovrebbe essere pronta a comprare titoli di stato nei momenti di crisi, quando il mercato è in preda al panico, come nel 2010-11.

Dell’intrinseca instabilità dei mercati finanziari De Grauwe parla anche aliunde nel libro: pure su questa scoperta dell’acqua tiepida tornerò.

La bella conseguenza del vincolo esercitato dagli infallibili mercati finanziari è stata la rimozione degli stabilizzatori automatici e la necessità di rispondere alla crisi con altra crisi, cioè con l’austerità, che proprio per questo va difesa finché possibile e sennò possiamo poi sempre dire che in realtà non c’è mai stata, come han fatto Perotti ed altri.

Anche su questo De Grauwe è molto chiaro (e vorrei vedere):

Qualcuno dirà che gli spietati programmi di austerità erano necessari per “risanare” le finanze pubbliche di quei paesi. 

Così non è andata, come possiamo vedere nella figura 11.4. Più sono state profonde le misura di austerità, più è aumentato il rapporto debito/PIL. A un aumento dei tagli s’è accompagnato un aumento del rapporto. Questo è l’effetto indiretto che abbiamo notato prima: tagli di spesa producono una profonda caduta del PIL (il denominatore del rapporto debito/PIL).

Quindi il risultato delle misure di austerità (imposte dai mercati finanziari) sono stati non solo una profonda recessione e un drammatico aumento della disoccupazione ma anche un significativo aumento nel rapporto debito/PIL

La miseria che questi paesi hanno imposto a se stessi non è servita a niente: la posizione debitoria dei loro governi è peggiore che mai. Basterebbe assai meno per screditare il sistema di mercato.

(Come avrete intuito il timore di un’impopolarità politica del capitalismo è il fil rouge che percorre tutto il libro).

  1. Ultimo cavallo (morto) degli amici liberisti: l’acquisto di titoli di Stato da parte della banca centrale potrà sì forse calmare i mercati finanziari, ma la pagheranno i cittadini con l’inflazione!

Che l’inflazione non sia esattamente “la più iniqua delle tasse” ce lo ha spiegato Albertoanni fa; in questo caso però la questione è a monte: pur con tutti gli interventi della BCE, l’inflazione dove starebbe?

Riprendendo dati e conclusioni di un lavoro precedente, De Grauwe attira l’attenzione sulladivaricazione fra base monetaria e offerta di moneta:

Potete trovare qui la definizione di base monetaria, o M0, e qui quella dell’aggregato M3.

In estrema semplicità il punto fondamentale sta nella differenza fra M1 ed M0, costituita dalle riserve bancarie. Ossia la banca centrale può creare liquidità, ma “il problema è che se si è reduci da una crisi finanziaria, imprese e famiglie saranno restie a indebitarsi per spendere (anzi, si dibattono su come rientrare dai debiti): puoi portare il cavallo alla fonte, ma non puoi costringerlo a bere, come recita una vecchia metafora. Servirebbe la politica fiscale, ma questo è un anatema nel quadro monetarista.” (S. CesarattoSei lezioni di economia, Imprimatur, Reggio Emilia, 2016, pag. 101). E la liquidità così creata resta nelle riserve bancarie.

Insomma: “Non c’è mai stato un rischio inflazione, semplicemente perché l’offerta di moneta in mano al pubblico (famiglie e imprese) non è aumentata”. (De Grauwe, pag. 129).

In conclusione: quale sia la morale della storia, lo sappiamo da anni.

Ovviamente non possiamo aspettarci che De Grauwe tiri le stesse conclusioni, ma, almeno, che nessun elemento della sua analisi contraddica la diagnosticata incompatibilità fra moneta unica e democrazia costituzionale lo possiamo dire tranquillamente.

Rispetto ad altre considerazioni, di cui vi darò conto, si sarebbe anche potuto, (molto) in teoria, chiedere di più; tocca accontentarsi.

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