Le guerre in Africa: dove e per cosa si uccide nel Continente nero

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Un continente dimenticato che ogni giorno deve confrontarsi con guerre e malattie. Rivalità etniche, religiose e nazionalistiche hanno contribuito a riempire le fosse comuni, ma sono diversi i paesi che hanno cominciato a percorrere il faticoso e tortuoso cammino della pace.

Al di là del Mediterraneo, di fronte alle coste italiane, si apre immenso il continente con il maggior numero di conflitti al mondo. Prima del coraggioso viaggio del Papa e prima dell’attentato in Mali di novembre, l’attenzione dei media occidentali verso le violenze che sconvolgono l’Africa era quasi nulla. Eppure, volendo osservare il solo Mali, un attentato che ricorda molto da vicino una delle violenze di Parigi era stato eseguito a febbraio del 2015: al grido “Allah akbar” due terroristi avevano aperto il fuoco in un locale frequentato soprattutto da turisti occidentali.
in foto: Soldati dell’SPLA, l’esercito del Sud Sudan, a difesa dei confini ad agosto del 2015 (Foto SAMIR BOL/AFP/Getty Images).
Conflitti religiosi ed etnici rivelano un continente che, dopo aver perso la sua identità con la prima ondata colonialista, è stato sconvolto dalla periferizzazione della Guerra Fredda. Un conflitto “delegato”, alimentato non solo da armi e denaro delle due superpotenze, ma anche da convinzioni ideologiche e religiose aventi la funzione di compattare le schiere. Le costruzioni ideologiche basate su biologia e confessioni religiose hanno resistito alla Caduta del Muro, non solo per la stratificazione delle violenze, ma anche perché ulteriormente alimentate da chi in loco ha interessi economici in gioco.
L’Africa è un paese ricco di risorse, eppure è sempre più povero. Le guerre hanno una ricaduta immediata sull’economia del continente, con investimenti ridotti e debiti in crescita. Un circolo vizioso che predispone singoli, etnie, comunità e stati a conflitti visti come “guerre di sopravvivenza”. Ne derivano liste di arruolamento perennemente aperte, che hanno dato vita ad oltre 150 gruppi militari tra jihadisti, separatisti, anarchici o semplici mercenari e che sono spesso alimentati da bambini soldato. Di seguito una lista dei principali paesi africani interessati da guerre e attentati terroristici.

Mali
Egitto
Tunisia
Libia
Repubblica Centrafricana
Congo
Uganda
Sud Sudan
Somalia
Kenya
in foto: Paesi in guerra nel 2014 secondo l’analisi dell’UCDP (ingrandisci l’immagine).
Mali
Cominciamo da questo paese per l’attenzione che ha ricevuto nell’ultimo mese. Gli occidentali presi di mira negli attentati più recenti sono vittime di gruppi islamisti che hanno agito in rappresaglia dell’intervento della Francia a sostegno del governo locale. Negli anni precedenti i guerriglieri Tuareg avevano occupato la parte settentrionale del paese pretendendo la secessione. A sostegno di questa causa si sono aggiunti i gruppi jihadisti operanti nella zona. Nel 2013 intervengono i francesi e cambiano il peso delle forze in gioco. Viene siglato un accordo di pace nello stesso anno, ma dopo pochi mesi ricominciano gli attentati.

Egitto
Ci spostiamo geograficamente per entrare in un paese che è a pieno titolo nell’area geopolitica del Medio Oriente. La storia contemporanea di questo paese è caratterizzata infatti dalle tensioni con Israele e dalla conseguente importanza attribuita ai comandi militari. Dopo la Primavera araba, nel 2012 viene eletto alla presidenza Mohamed Morsi, leader del partito espresso dai Fratelli Musulmani. Il rischio di una deriva confessionale dello stato egiziano incoraggia l’esercito – garante della laicità delle istituzioni – ad un colpo di stato nel 2013. La repressione è violentissima: il presidente e generale Al-Sisi nel 2014 condanna a morte 1200 membri della Fratellanza Musulmana, ma si stima che ne abbia fatti imprigionare 20.000 e uccisi 2.500. La repressione delle istanze islamiste all’interno si accompagna alla mobilitazione militare in chiave anti-Isis. Il generale Al-Sisi vanta di aver messo in sicurezza l’Egitto e l’area del Sinai, ma il disastro aereo del volo di linea russo prova il contrario.

Tunisia
Da qui è partita la Primavera araba con il gesto disperato di Mohamed Bouazizi che si diede fuoco il 17 dicembre del 2010 e che meno di un mese dopo morì a seguito delle ustioni. In Tunisia il movimento di protesta è riuscito nell’intento di costruire una democrazia, ma gli atti terroristici di matrice islamista sono molto frequenti. Nonostante le istituzioni abbiano più volte asserito di aver sconfitto Al Qaeda, si è ben lungi dall’aver debellato il jihadismo. L’attacco nel Museo del Bardo, nel quale persero la vita 24 persone di cui 4 italiani, ne fu una triste dimostrazione. A giugno furono ancora una volta i turisti obiettivo dei terroristi, che aprirono il fuoco contro i turisti inermi di un resort a Sousse. Sono seguiti altri atti terroristici, di cui il più recente è stato un attentato kamikaze in un bus della guardia presidenziale nel quale hanno perso la vita 15 persone.

Libia
Il nome dell’ex colonia italiana ricorre di frequente nei talk show politici in onda dopo gli attentati di Parigi di novembre. Il paese nordafricano è diventato infatti il simbolo di un Occidente tanto efficace nella distruzione, quanto incapace di costruire un futuro di pace e democrazia. L’intervento bellico in Libia a marzo del 2011 assurge ad esempio di improvvisazione, prevalenza dei governi nazionali su quello comunitario e mancanza di strategia, laddove Francia e Gran Bretagna attaccarono l’esercito di Muammar Gheddafi incassando i vantaggi dell’effetto sorpresa a danno più dei partner europei che del Colonnello stesso (che pure ebbe perdite importanti nei sistemi di difesa). Ad ottobre Gheddafi venne ucciso dai ribelli e la stessa sorte attese il figlio Mutassim. La resistenza venne quindi guidata dal secondogenito di Gheddafi, Saif al-Islam che in tv invitava il Consiglio nazionale di transizione ad andare “all’inferno, voi e la NATO dietro di voi. Questo è il nostro Paese, noi ci viviamo, ci moriamo e stiamo continuando a combattere”. Poco dopo viene arrestato e la sua sorte è emblematica della balcanizzazione della Libia: il governo di Tripoli sentenzia la condanna a morte, ma l’erede di Muammar Gheddafi è detenuto in un carcere che risponde al governo di Tobruk che non riconosce l’esecutivo espresso dall’ex capitale libica.

Tra Tripoli e Tobruk, trovano spazio anche i miliziani dell’Isis. Il sedicente Stato islamico ha abbandonato Sirte ma continua a forzarne i confini, mentre guerre di quartiere portano la bandiera nera a sorgere e scomparire su zone urbane come quelle di Bengasi. Nella zona orientale – a rivendicare prima e dopo Gheddafi la propria autonomia – vi sono i Tuareg. Un quadro complesso, quello libico, che potrebbe essere reso ancora più instabile ed esplosivo se due forze in campo dovessero decidere di seguire l’adagio “il nemico del mio nemico è mio amico”.

Repubblica Centrafricana
Un conflitto essenzialmente politico sta assumendo qui i caratteri di quello religioso, con i cristiani che rappresentano la maggioranza e perseguitano i musulmani. Durante gli anni della Guerra Fredda al potere si alternarono giunte militari, finché non vennero indette elezioni che diedero vita a un’esperienza democratica che si concluse nel 2003 con il golpe del generale Bozizé, la cui “legittimità democratica” venne sancita a posteriori con le elezioni del 2005 ritenute valide dalla comunità internazionale. Il colpo di stato, tuttavia, venne realizzato con l’aiuto di ribelli e mercenari provenienti dal Ciad e da altri paesi prevalentemente musulmani. Ben presto i ribelli accusano il generale di aver disatteso le promesse, non avendoli integrati nell’esercito regolare dopo il successo del golpe. Nasce così Seleka, organizzazione militare che unisce i ribelli contro il governo e che, essendo composta soprattutto da esterni alla Repubblica Centrafricana, è prevalentemente musulmana. Seleka semina morte e terrore, i ribelli si rendono responsabili di stupri, razzie e uccisioni sommarie, cominciando a spostare la natura del conflitto e a favorirne la connotazione religiosa. Bozizé, che aveva resistito al governo anche grazie all’aiuto della Francia e della coalizione Micopax che riduce il suo impegno in loco, scappa e ripara in Camerun a marzo del 2013 mentre i Seleka conquistano la capitale. Ne segue una guerra civile dai contorni progressivamente sempre più netti. Nasce “Anti-Balaka”, gruppo paramilitare cristiano responsabile di diversi massacri a danno dei musulmani.

La Francia, autorizzata da una risoluzione dell’Onu, interviene nuovamente a dicembre del 2013. I gruppi paramilitari cristiani, intanto, incoraggiati anche dalla nuova situazione politica, proseguono le proprie persecuzioni a danno dei musulmani. L’Unione Europea approva una propria missione di pace nel martoriato stato centrafricano. Presidente e premier della Repubblica, provenienti dal Seleka, si dimettono e a gennaio del 2014 viene nominata dal CEEAC (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Centrale) presidente di transizione della Repubblica del Centrafrica Catherine Samba-Panza. La donna, originaria del Ciad e già sindaco di Bangui (capitale dello stato), è stata scelta per la sua estraneità sia ad Anti-Balaka che a Seleka. Samba-Panza ha annunciato l’istituzione di tribunali penali speciali per giudicare i crimini di guerra e aveva annunciato la elezioni entro il 2015.

Repubblica Democratica del Congo
Fino al 2003 ha avuto luogo quella che è stata definita la “guerra mondiale africana”: lo Zaire, dopo il governo dispotico di Mobutu, era ridiventato Congo ed entro i suoi confini si confrontavano sei paesi africani per il controllo della parte orientale, ricca di giacimenti di diamanti, oro e coltan, una miscela di minerali utilizzata nell’industria metallurgica ed elettronica (per cellulari e computer). I ribelli tengono sotto scacco il Congo orientale, mentre formalmente il governo è detenuto da Laurent-Désiré Kabila, che nella prima guerra del Congo aveva sconfitto Mobutu grazie al supporto di ruandesi e ugandesi. Assassinato nel 2001, gli succede il figlio Joseph Kabila. Nel 2006 si tengono le prime elezioni multipartitiche degli ultimi 45 anni che vedono la vittoria di Kabila. Due anni dopo l’Osservatorio per i Diritti Umani accusa il “presidente” di aver soppresso più di 500 oppositori politici. Oggi è ancora lui a governare il paese o, almeno, la parte occidentale. Sul confine con Ruanda, Uganda e Burundi insistono violente incursioni di ribelli ed ex-militari. Ad uccidere più di una guerra violentissima, tuttavia, sono la miseria e la malattia che miete circa 38.000 vittime al mese.

Uganda
Dopo l’indipendenza (1962), l’Uganda sperimenta una serie di colpi di stato. Tra le soppressioni e le vendette che ne seguono sorge agli inizi degli anni Ottanta l’NRA (National Resistance Army, “Esercito di resistenza nazionale”) di Yoweri Kaguta Museveni. Una forza antigovernativa che riesce ad occupare la capitale nel 1986, il cui leader Museveni è ancora oggi il presidente dello stato africano. Negli anni Museveni impegna il suo paese in diversi conflitti, appoggiando in Congo prima Kabila poi i suoi oppositori, e scontrandosi con il Sudan che aveva appoggiato i ribelli dell’LRA (Esercito di Resistenza del Signore). Oggi il nord del paese resta instabile, le condizioni di vita precarie e, ad aggravare la situazione, si è aggiunta la presenza importante e pericolosa dei terroristi di Al-Shabaab. I jihadisti hanno già colpito più volte e in maniera drammatica i villaggi cattolici. Dopo gli attentati di Parigi l’allerta a Kampala, la capitale del paese, è altissima.

Sud Sudan
Ci sono volute due guerre civili per arrivare ad una pace che ancora non ha messo d’accordo tutti. All’origine dei conflitti bellici ci sono due culture profondamente diverse, con un nord che si considera arabo e musulmano ed un sud subsahariano, animista e cattolico. Ciononostante, prima di concedere l’indipendenza, la Gran Bretagna organizzò lo stato in un unico governo federale che concedeva ampia autonomia al sud. La violazione degli accordi da parte dei leader del Sudan settentrionale portarono, nel 1955, all’inizio della prima guerra di indipendenza che si conclude nel 1972. Dopo 17 anni di conflitto e mezzo milione di morti, soprattutto civili, si giunse agli Accordi di Addis-Abeba che concedevano ampia autonomia al sud. Dopo undici anni di pace, fu di nuovo guerra: il presidente Ja’far al-Nimeyri impose la Sharia, fece processare i non musulmani e sciolse il governo del Sud.

La seconda guerra civile del Sudan passerà alla storia come una delle più sanguinose di sempre: durò 22 anni, mieté 1,9 milioni di morti e causò un movimento di 4 milioni di profughi. L’accordo di pace, siglato nel 2005, stabiliva sei anni di convivenza pacifica terminati i quali il sud avrebbe potuto votare un referendum per l’indipendenza. La Sharia, inoltre, poteva essere applicata solo al nord. John Garang, il Colonnello cattolico che aveva guidato il sud alla vittoria, venne nominato vice-presidente del Sudan del nord. Ad un mese dagli accordi, Garang precipitò con il suo elicottero. Benché siano state forti e credibili le voci di un complotto, non si giunse ad una nuova guerra civile. Nel 2011 il Sudan del Sud votò per l’indipendenza, ma eserciti formalmente autonomi continuano a combattere per il controllo di Abyei, luogo in cui nord e sud si scontrano per il controllo di un’immensa ricchezza mineraria.

Somalia
Le guerre con l’Etiopia, la dittatura militare, la secessione di Somaliland e la conseguente guerra civile. Nel mezzo carestia e un sistema di governo basato prevalentemente su tribù, consuetudini e corti islamiche: la Somalia dopo l’indipendenza non ha conosciuto pace. Nel 2004 intervengono Etiopia, Usa e Ue per trovare un accordo e portare i signori della guerra in terra somala ad impegnarsi formalmente contro Al Qaeda, di fatto contro tutti gli estremismi religiosi di matrice islamica. Nel 2009 viene eletto presidente del governo di transizione Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, ex leader dell’Unione delle corti islamiche. Da settembre 2012 il presidente della Somalia è Hassan Sheikh Mohamud, ex docente universitario che ha fondato il Partito per la Pace e lo Sviluppo, consociata somala dei Fratelli Musulmani. Profonde riforme hanno caratterizzato il paese sotto il suo governo e a lui va il merito di aver riavviato i colloqui con la parte secessionista del nord (Somaliland). Eppure il terrorismo islamico resta una realtà nella vita quotidiana della Somalia a causa delle milizie di Al-Shabaab, formatesi dopo la sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche.

Kenya
A creare apprensione in Kenya è, al momento, la presenza attiva del gruppo jihadista Al-Shabaab. È di aprile 2015 l’attentato più sanguinoso: un gruppo di terroristi entra nel campus universitario di Garissa e uccide 150 studenti non musulmani. Pochi mesi dopo lo stesso gruppo jihadista uccide 14 persone a Mandera, un paese sul confine con la Somalia. Nel 2013 Al-Shabaab fece 68 vittime e 150 feriti aprendo il fuoco nel centro commerciale Westgate di Nairobi. Intanto Uhuru Kenyatta, il presidente in carica del paese keniota, ha dovuto rispondere al Tribunale penale internazionale dell’Aja di crimini contro l’umanità. Le accuse sono state ritirate per mancanza di prove e il caso è stato definitivamente archiviato il 13 marzo 2015.

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