La Russia e la polveriera Medio-Orientale

dal blog https://www.ariannaeditrice.it/

di Fabio Falchi – 22/09/2018

Un’analisi geopolitica per essere obiettiva (non “neutrale”, giacché è impossibile non privilegiare un determinato punto di vista) dovrebbe perlomeno evitare di interpretare la realtà sulla base di pregiudizi ideologici. Un’analisi meramente ideologica o che miri a suscitare il plauso della platea non aiuta certo a capire le complesse questioni geopolitiche.
In particolare, riguardo alla Siria, in rete “circola” una miriade di vere e proprie bufale e di analisi che sembrano essere espressione dei sentimenti che si nutrono nei confronti dei diversi attori geopolitici coinvolti nella guerra che da oltre sette anni si combatte in quel martoriato Paese. Ad esempio, per quanto concerne l’attacco israeliano di qualche giorno fa, si può addirittura leggere che tutti i missili lanciati dagli israeliani sarebbero stati deviati, nonostante che la stampa israeliana abbia diffuso le immagini della distruzione del deposito di armi e munizioni distrutto dagli F-16 di Israele (secondo i militari israeliani si trattava di un deposito di armamenti che dovevano essere consegnati ad Hezbollah, mentre la Siria afferma che era solo una fabbrica di alluminio, smentendo implicitamente che il raid israeliano sarebbe stato un fiasco). Peraltro, il 15 settembre scorso, Israele aveva già distrutto un Boeing 747 (con ogni probabilità iraniano) in un attacco all’aeroporto di Damasco. Ma vi è addirittura chi, interpretando gli eventi “alla rovescia” sostiene che questa volta si sia stati ad un passo dalla guerra termonucleare!
Comunque sia, se questi “errori” in un certo senso sono comprensibili, lascia invece esterrefatti il modo in cui si interpreta la politica russa in Siria. La Russia non è certo intervenuta militarmente in Siria per fare la guerra contro la Turchia o Israele ma per consolidare la sua posizione nella regione ed evitare la caduta del regime di Assad, ormai non più in grado di opporsi validamente non solo all’aggressione di molteplici di gruppi di islamisti appoggiati dalla Arabia Saudita, dagli Usa e dalla stessa Turchia, ma pure all’Isis (al punto che le forze armate di Damasco, paralizzate da lotte intestine e da gravi difficoltà logistiche, non riuscirono neppure a contrastare la colonna motorizzata dell’Isis che avanzava verso Palmira, anche se allora bastava un deciso attacco aereo per infliggere danni gravissimi ai miliziani dell’Isis).
In pratica, con un limitato impiego di uomini e mezzi e con un bassissimo numero di perdite, la Russia è riuscita a capovolgere la situazione a favore del regime di Assad e adesso è lecito affermare che i gruppi islamisti (compreso il cosiddetto “Stato islamico”) che hanno aggredito la Siria sono stati sconfitti. Rimangono alcune sacche di resistenza, ma anche la più pericolosa, ossia quella nella zona di Idlib, dopo l’accordo tra Russia e Turchia, non dovrebbe rappresentare più un serio problema per Damasco (e forse ora potrebbe rendere essere difficile risolvere la questione dei curdi, che, con l’appoggio degli americani, controllano una parte della Siria).
Eppure vi è chi ha criticato la Russia per questo accordo (accusandola di avere “ceduto” alla Turchia), senza neppure considerare che dato l’elevatissimo numero di civili presenti nella zona di Idlib, un attacco delle forze siriane sostenute dall’aviazione russa si sarebbe concluso comunque con un massacro di civili e avrebbe compromesso irrimediabilmente le relazioni tra la Russia e la Turchia. Invece, la Russia, che non perse la testa nemmeno dopo che un F-16 turco abbatté un aereo militare russo, non solo è riuscita a portare la Turchia (un Paese che è membro della Nato) dalla propria parte (al punto che osservatori turchi erano presenti alla esercitazione russo-cinese Volstok 2018), ma, dopo il fallimento dei colloqui di Astana, non ha neppure esitato a trattare direttamente con la Turchia, lasciando “fuori della porta” gli iraniani.
Difatti, lo scopo dell’intervento dell’Iran in Siria è ben diverso da quello russo. L’Iran insieme con varie milizie sciite è intervenuto sì per colmare i terribili vuoti aperti nelle file dell’esercito siriano dalle defezioni e dalla numerose perdite subite nella guerra contro i “ribelli” islamisti, ma soprattutto per rafforzare Hezbollah e installare in Siria numerosi basi missilistiche da cui poter colpire più facilmente il territorio di Israele. E non è un segreto per nessuno che l’Iran è il nemico “numero uno” di Israele né che non passa giorno senza che qualche “falco” iraniano minacci di distruggere Israele (e lo stesso Nasrallah ha addirittura dichiarato che Hezbollah è in grado di colpire con i propri missili i siti nucleari israeliani).
Non sono certo queste le posizioni di Putin, non solo perché in Israele vi sono numerosi ebrei di origine russa, ma perché Putin (che del resto, a quanto pare, ritiene che una delle cause del declino dell’Unione Sovietica sia stata proprio l’ostilità dei dirigenti sovietici verso gli ebrei, che privò l’Urss di cospicue risorse ed energie intellettuali) è perfettamente consapevole che nessun “equilibrio geopolitico” stabile vi può essere nella regione senza un’intesa con Israele (naturalmente non per questo la Russia può condividere la politica israeliana nei confronti dei palestinesi o l’ostilità dei “falchi” israeliani nei confronti di Hezbollah e dell’Iran).
Questa volta però gli israeliani, operando in una zona ritenuta di fatto off limits per gli aerei di Israele, hanno contribuito a creare le condizioni che hanno portato all’abbattimento dell’aereo da ricognizione russo e alla dolorosa perdita dei suoi 15 uomini di equipaggio. Ma che la responsabilità di questo grave incidente sia anche della difesa siriana, che in preda al panico avrebbe lanciato i missili senza accertarsi se l’aereo fosse russo (come sostengono gli israeliani) non si può negare. In effetti, è indubbio che qualche errore lo abbiano commesso pure i siriani ed è evidente che anche la sorveglianza della zona da parte dei russi non fosse affatto perfetta. Inoltre, nessun serio analista militare può davvero credere che i quattro F-16 israeliani abbiano sfruttato l’“impronta radar” dell’Il-20 russo, per lanciare il loro attacco, anche perché è assai improbabile che Israele volesse umiliare i russi (e la difesa russa, incluso l’aereo da ricognizione russo, non se ne sarebbe forse accorta in tempo?) D’altra parte, a differenza di quanto dichiarato da alcuni militari russi, si sa che a questo attacco non ha partecipato alcuna fregata francese. Si ha insomma l’impressione che con certe affrettate dichiarazioni si sia solo voluto “coprire” un grave scacco subito dalla difesa russo-siriana, che probabilmente ha sottovalutato il pericolo non aspettandosi che gli israeliani potessero lanciare un attacco aereo nella zona in cui vi sono le basi russe.
Comunque sia, una delegazione composta da alti ufficiali israeliani si è recata subito a Mosca per dare ai russi tutte le informazioni necessarie per capire come si sono realmente svolti i fatti. I militari israeliani hanno pure ribadito che Israele aveva informato i russi dell’attacco degli F-16 qualche minuto prima che l’attacco avvenisse e non meno di un minuto prima. Il rapporto di collaborazione tra i due Paesi dovrebbe pertanto continuare, sia pure con qualche modifica, dato che Mosca non ha intenzione di tollerare altri incidenti di questo genere. Tuttavia, gli israeliani hanno già dichiarato che per quanto sia importante la collaborazione con Russia non rinunceranno a compiere tutte quelle azioni militari che riterranno necessarie per la sicurezza di Israele.
Ragion per cui diversi analisti occidentali, tra cui Anshel Pfeffer, sostengono che la Russia, volente o nolente, debba “ingoiare il rospo”. Se al posto dei russi vi fossero gli americani, affermano, oggi vi sarebbero centinaia di aerei e decine di batterie antiaeree a difendere la Siria. Lo “scudo” russo insomma è troppo piccolo per impedire gli attacchi dell’aviazione israeliana e quindi il rispetto che Israele mostra verso la Russia sarebbe solo questione di forma e non di sostanza. Invero, le forze russe che si trovano in Siria (qualche decina di aerei, alcune batterie antiaeree più diverse navi presenti nel Mediterraneo) non sono in grado di confrontarsi con l’aviazione israeliana (anche se ovviamente possono causarle seri danni), che dispone di parecchie centinaia di aerei da combattimento, di ottimi piloti, di tecnologia avanzata, di un sofisticato apparato di comando, controllo e comunicazione, oltre a servizi di intelligence la cui efficienza è nota in tutto il mondo.
Nondimeno, questo non implica che Israele non tema di scontrarsi con la Russia, dacché Tel Aviv non può non tener conto della differenza tra le forze russe in Siria e la potenza complessiva della Russia (convenzionale e nucleare). E se la Russia dovesse alzare il livello del “confronto militare”, come ha già fatto reagendo ad alcune provocazioni degli americani nel Mar Nero, sarebbe Israele a trovarsi in difficoltà assai più della Russia. Non a caso tutte le maggiori potenze presenti in Medio Oriente (Russia, Stati Uniti, Israele e Turchia) hanno evitato (per ora) di scontrarsi tra di loro. Perfino Israele, che non mira (più) a far cadere il regime di Assad, ha colpito basi iraniane e di Hezbollah ma solo in Siria, evitando cioè di attaccare Hezbollah in Libano, per non scatenare un altro conflitto dalle conseguenze imprevedibili.
In sostanza né ad Israele né alla Russia conviene gettare benzina sul fuoco. Putin in particolare (cui i neoliberali attribuiscono la responsabilità di destabilizzare le democrazie occidentali, mentre sono proprio le élite neoliberali che destabilizzano le democrazie occidentali) ancora una volta ha dimostrato di avere nervi saldi e di sapere ragionare con la testa anziché con la pancia. Le migliori carte che la Russia può giocare sono quelle politiche, non quelle militari, e la Russia per ora è riuscita in pratica ad ottenere il massimo con il “minimo mezzo”. Per di più il tempo gioca a favore della Russia, la cui potenza miliare convenzionale è in continua crescita e che insieme con la Cina e la Turchia potrebbe dar vita ad un polo geopolitico eurasiatico in grado di affrontare qualsiasi sfida sul piano militare.
Il multipolarismo (che è solo agli inizi) non evidenzia però solo i limiti della potenza Stati Uniti ma quelli di ogni grande potenza, a vantaggio soprattutto delle potenze regionali. In questa prospettiva, è impossibile non criticare il sostegno pressoché incondizionato da parte della Casa Bianca ai “falchi” che da anni dominano la politica di Israele. Di fatto le sanzioni contro l’Iran (che comunque ha rispettato l’accordo sul nucleare) rafforzano solo i “falchi” iraniani, non certo le “colombe” che pure non mancano neanche in Iran. E proprio in queste ore alti ufficiali iraniani hanno esplicitamente accusato Israele e gli Stati Uniti di essere i responsabili dell’attentato ad Ahvaz (nel sudovest dell’Iran) in cui hanno perso la vita 24 persone. Ci vuol poco quindi in questa situazione per scatenare un conflitto internazionale, tanto più se si considera che l’Iran non appoggia solo Hezbollah contro Israele ma pure gli Houthy (nello Yemen) contro l’Arabia Saudita.
In definitiva, se gli attori geopolitici veramente capaci e responsabili sono quelli che sanno distinguere tra potenza e pre-potenza, solo la Russia e la Cina hanno più volte dimostrato di sapere fare questa distinzione. Troppo pochi però per evitare che la polveriera medio-orientale possa esplodere.

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