Il prossimo crollo finanziario è imminente e la crisi delle risorse della Cina potrebbe esserne l’innesco

 24 settembre 2018

Dal blog https://comedonchisciotte.org

medium.com

In tre decenni, il valore dell’energia che la Cina estrae dalle sue forniture nazionali di petrolio, gas e carbone è precipitato della metà

Pubblicato da INSURGE intelligence, una piattaforma di giornalismo investigativo finanziata dal crowdfunding per le persone e il pianeta. Sosteneteci per riferire dove gli altri temono di mettere piede.

 Il rallentamento economico della Cina potrebbe essere un innesco chiave dell’imminente crisi finanziaria globale, ma uno dei suoi fattori principali – la diminuzione delle forniture cinesi di energia a basso costo a livello nazionale – è poco compreso dagli economisti mainstream.

Tutti gli occhi sono puntati sulla Cina, mentre il mondo si prepara a quello che un numero crescente di analisti finanziari segnala che potrebbe essere un’altra recessione economica globale.

In un’intervista alla BBC, in occasione del decimo anniversario della crisi finanziaria globale, il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha descritto la Cina “uno dei maggiori rischi” per la stabilità finanziaria globale.

In Cina “il settore finanziario si è sviluppato molto rapidamente e presenta molti degli stessi presupposti che sono stati fatti nel periodo precedente all’ultima crisi finanziaria”, ha avvertito [Mark Carney]:

“Potrebbe succedere qualcosa di simile? Potrebbe innescarsi una crisi – se ne siamo compiaciuti, certo che ci potrebbe essere.”

Dal 2007, i debiti della Cina si sono quadruplicati. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il suo debito totale è ora di circa il 234% del PIL lordo, che potrebbe salire al 300% entro il 2022. Il giornalista finanziario britannico, Harvey Jones, elenca una serie di osservazioni di vari economisti, i quali in sostanza avvertono che i dati ufficiali potrebbero non riflettere quanto è negativa, in effetti, la decelerazione dell’economia cinese.

La grande speranza è che tutto questo sia solo un temporaneo contrattempo, mentre la Cina passa da un focus sulla produzione e le esportazioni verso il consumo e i servizi a livello nazionale.

Nel frattempo, il tasso di crescita annuale della Cina continua a diminuire. Il Foreign Office britannico (FCO) ha monitorato da vicino i problemi economici della Cinae, in un gran numero di riunioni mensili recenti, quest’anno ha tracciato quello che sembra essere il suo inevitabile declino.

Il mese scorso, il China Economics Network dell’FCO, con sede presso l’ambasciata britannica a Pechino, ha documentato che l’economia cinese si era “ulteriormente indebolita … con gli indicatori che si affievolivano su tutta la linea”.

Il rapporto ha riscontrato che: “Gli investimenti, la produzione industriale e le vendite al dettaglio si sono tutti affievoliti, nonostante le misure di distensione”; e ha osservato che le misure cinesi ad alto livello per sostenere la crescita economica stavano perdendo la spinta.

Il rallentamento economico della Cina, inoltre, coincide con aspettative montanti che il più lungo “andamento toro” [N.d.T. mercato rialzista], in fase di svolgimento del mercato azionario di Wall Street possa esaurirsi presto.

Un’analisi di questo tipo è stata espressa dal veterano di Wall Street Mark Newton, ex Chief Technical Analyst presso l’hedge fund multimiliardario Greywolf Capital, e prima ancora technical strategist di Morgan Stanley.

Newton prevede che le azioni statunitensi siano prossime al picco, portando a una caduta imponente tra il 40 e il 50% a partire dalla primavera del 2019 o, al più tardi, entro il 2020. Ha spiegato che:

“Tecnicamente sono iniziati i segnali di allarme, per quanto riguarda la divergenza negativa di momentum (un indicatore che può segnalare un’inversione di tendenza imminente), apparsi prima del culmine della maggior parte dei principali mercati, inclusi il 2000 e il 2007.”

La previsione di Newton è simile a un pronostico fatto dall’economista americano, il Professor Robert Aliber della Booth School of Business della University of Chicago. All’inizio di quest’anno, INSURGE ha riferito esclusivamente sulle previsioni di Aliber di un crollo del mercato azionario del 40-50% (entro o poco dopo il 2018), basato sull’esame della dinamica delle precedenti crisi bancarie.

Il punto debole sia dell’economia statunitense che di quella cinese – per non parlare della serie di altri punti deboli in numerosi altri Paesi, dalla Brexit, alla Turchia, all’Italia – dimostra che qualunque sia l’innesco effettivo, l’impatto che ne deriverà avrà probabilmente un effetto domino su più punti deboli interconnessi.

Ciò potrebbe portare a uno scenario di crisi finanziaria globale molto peggiore rispetto a quanto ha avuto inizio nel 2008.

Ma gli analisti finanziari hanno completamente mancato il fattore biofisico più importante del declino economico della Cina: l’energia.

Lo scorso ottobre, INSURGE ha attirato l’attenzione su un nuovo studio scientifico condotto dalla China University of Petroleum di Pechino, che ha scoperto che la Cina sta per fare l’esperienza di un picco nella sua produzione totale di petrolio fin dal 2018.

Senza trovare una fonte alternativa di “nuove abbondanti risorse energetiche”, lo studio ha avvertito, il picco del 2018 del petrolio complessivo convenzionale e non convenzionale della Cina minerà la continua crescita economica e “sfiderà lo sviluppo sostenibile della società cinese”.

Queste conclusioni sono state corroborate da un nuovo documento pubblicato lo scorso febbraio sulla rivista Energy, ancora una volta condotte da un team della China University of Petroleum.

Lo studio applica la misura dell’Energy Return on Investment (EROI), un rapporto semplice ma efficace per calcolare la quantità di energia investita per estrarre una particolare quantità di energia.

Il team ha tentato un calcolo più perfezionato dell’EROI, osservando che i calcoli standard esaminano l’energia ottenuta alla sorgente, rispetto a quella utilizzata per estrarla; mentre una misura più precisa considererebbe l’energia disponibile al “punto di utilizzo” (quindi, dopo l’estrazione dalla sorgente, il trattamento e il trasporto fino a quando non verrà effettivamente utilizzata per qualcosa di tangibile nella società).

Utilizzando questo approccio all’EROI, lo studio rileva che per un periodo di circa tre decenni (tra il 1987 e il 2012), il valore dell’energia estratta dalla base dei combustibili fossili della Cina è diminuito di oltre la metà, da 11:1 a 5:1.

Ciò significa che si sta consumando sempre più energia, per estrarne una quantità decrescente: un processo che sta gradualmente minando il tasso di crescita economica.

Una scoperta simile si estende al consumo di carbone della Cina:

“Nel 1987, i settori di produzione di energia consumavano input energetici pari a 1 tonnellata equivalente di carbone standard (TCE) per ogni 10,01 TCE di energia netta prodotta. Tuttavia, nel 2012, questo numero è sceso a 4,25.”

Lo studio utilizza questi dati per simulare l’impatto sul PIL cinese e conclude che il PIL in calo della Cina è direttamente correlato al decremento dell’EROI o al valore energetico della sua base di risorse di idrocarburi nazionali.

Ma non è solo la Cina a subire un calo dell’EROI. Questo è un fenomeno globale, che è stato recentemente notato da un rapporto scientifico alle Nazioni Unite che ho trattato per VICE, il quale metteva in guardia che l’economia globale nel suo complesso si sta spostando verso una nuova era di declino della qualità delle risorse.

Ciò non significa che “stiamo esaurendo” i combustibili fossili, ma significa che con il declino della qualità delle risorse di questi combustibili aumentiamo i costi per l’ambiente e i sistemi di produzione, tutti fattori che influiscono sempre più sulla salute dell’economia globale.

Finché le istituzioni economiche tradizionali rimarranno cieche rispetto alle fondamentali basi biofisiche dell’economia, come magistralmente articolate da Charles Hall e Kent Klitgaard nel loro libro influente, Energy and the Wealth of Nations: An Introduction to BioPhysicalEconomics, rimarranno nell’oscurità circa le ragioni strutturali principali per cui l’attuale configurazione del capitalismo globale è, a periodi, propensa alla crisi e al collasso.

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Il Dr. Nafeez Ahmed è l’editore fondatore di INSURGE intelligence. Nafeez è giornalista investigativo da 16 anni, in origine del The Guardian per il quale faceva il cronista in materia della geopolitica delle crisi sociali, economiche e ambientali. Nafeez riferisce sul “cambiamento di sistema globale” per Motherboard di VICE e sulla geopolitica regionale per Middle East Eye. Firma articoli in The Independent on Sunday, The Independent, The Scotsman, Sydney Morning Herald, The Age, Foreign Policy, The Atlantic, Quartz, New York Observer, The New Statesman, Prospect, Le Monde diplomatique, e non solo lì. Ha vinto due volte il Project Censored Award per la sua copertura d’inchiesta; è stato inserito due volte nella classifica dell’Evening Standard dei 1.000 londinesi più influenti; e ha vinto il Premio Napoli, il più prestigioso premio letterario italiano, il quale è stato creato dal Presidente della Repubblica. Nafeez è anche un accademico interdisciplinare, ampiamente pubblicato e citato, che applica l’analisi di sistemi complessi all’impeto ambientale e politico.È Visiting Research Fellow presso il Global Sustainability Institute della Facoltà di Scienze e Tecnologia dell’AngliaRuskinUniversity.

 

NAFEEZ AHMED

Fonte: https://medium.com/

Link: https://medium.com/insurge-intelligence/the-next-financial-crash-is-imminent-and-chinas-resource-crisis-could-be-the-trigger-be108b2731e9

12.09.2018

 

Tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da NICKAL88

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