Vincere ad ogni costo: il libro dei cinque anelli

dal blog http://www.lintellettualedissidente.it

di Antonio Migliozzi – 30 settembre 2018

Un testo di quasi quattro secoli famosissimo tra broker e manager di mezzo mondo: è il Gorin no sho, meglio noto in Occidente come ‘Il libro dei cinque anelli’. Ma cosa rende quello che sembrerebbe a prima vista un trattato di spada come tanti così diverso dagli altri?

Quando nella primavera del 1645 Myamoto Musashi imprime gli ultimi caratteri sul suo libro, il Giappone attraversa una fase di profondi cambiamenti. Alle fine della turbolenta età delle guerre civili lo shogun Tokugawa riesce alla lunga ad imporre una pax che durerà oltre duecento anni permettendo al Paese di prosperare, ma da questo momento nulla sarà più come prima: è l’inizio della dorata decadenza dei samurai, la casta guerriera che da secoli domina il Giappone.

Il governo centrale non è più disposto a tollerare ingerenze e per tenere a bada i signori locali con i loro eserciti privati li colma di onori e privilegi, tuttavia li condanna ad una sostanziale inattività, prescrivendone e controllandone rigidamente la condotta di vita. I samurai, nati per combattere, fuori dai dojo imbracciano sempre più raramente le loro armi e finiscono con lo svolgere incarichi da funzionari e consiglieri.
Se il confronto diretto con gli avversari è precluso, la lotta sarà allora contro un nemico più temibile e sfuggente: se stessi, con le proprie passioni e debolezze.

Il duello tra Ganryu Sasaki Kojiro e Miyamoto Musashi

Questo il clima che si respira tra le bellissime pagine di Hagakure, altro grande classico della cultura samurai, ma quello del Gorin no sho è un Giappone ancora “selvaggio” in cui il successo si misura spesso con l’abilità marziale. Una sola generazione separa i due autori, eppure c’è ormai un abisso tra chi, come Tsunetomo, è costretto a lottare con la mente e chi, come Musashi, ha invece trascorso un’intera vita tra il sangue dei combattimenti e il fango delle campagne militari. Per il formidabile guerriero venuto da uno sperduto villaggio della provincia aver guadagnato fama imperitura con la lama della sua spada è un vanto, e così dunque si presenta al lettore:

(…) mi sono recato in varie province e in vari luoghi, imbattendomi in strateghi di varie scuole, e non ho mai perso, pur avendo combattuto la bellezza di sessanta duelli.

Cosa può voler tramandare un uomo del genere giunto ormai alla soglia della morte? Non le sue imprese, cui accenna vagamente, ma i principi di una tecnica di spada e una strategia

(…) che consiste nel non subire mai alcuna sconfitta, nell’assistere e nel rinforzare se stessi, nel farsi un nome e una reputazione.

Si ritrova enunciato il classico binomio pratica delle arti marziali – perfezionamento di se stessi, ma quanto al farsi un nome e una reputazione è indicativo della particolare condizione di Musashi che, diversamente dell’autore di Hagakure, samurai non lo è nato e a ben guardare non lo è mai stato nel senso proprio del termine (le fonti lo definiscono sempre “ospite” o “consigliere” dei vari signori locali, mai servitore): è un outsider, un individuo che ha raggiunto il successo da solo grazie all’abilità e all’esperienza.

Miyamoto Musashi

La sua scuola di scherma, Niten Ichi-ryu, non è quindi frutto della rivelazione di un demone né contiene tecniche segrete gelosamente custodite da insegnare solo alla cerchia ristretta degli adepti, ma nasce da una pratica assidua e da uno spirito indomabile. Ben si capisce allora perché, pur preferendo l’utilizzo di entrambe le spade, katana e wakizashi, il maestro raccomanda di studiare attentamente il maneggio di tutte le armi senza prediligerne alcuna: la loro utilità consiste nel saperle usare nel luogo adatto e al momento opportuno. Stesso principio vale per l’approccio al combattimento: dopo averne elencati ben cinque diversi con le relative posizioni, Musashi puntualizza che ciò che conta è brandire la spada adattandosi alle circostanze, agli stati d’animo e all’ambiente in cui si affronta il nemico: alla fin fine lo scopo è sempre colpire l’avversario nel modo più efficace.

Tutto questo sapere è racchiuso nel Gorin no sho, condensato in cinque capitoli, cinque anelli come gli elementi dell’universo (terra, acqua, fuoco, vento e vuoto), interdipendenti dai livelli più bassi ai più elevati ed espressione della piena realtà. Dovendo semplificare, il libro della terra contiene considerazioni generali sulle arti marziali, soffermandosi sulle peculiarità del guerriero rispetto alle altre classi sociali (contadino, artigiano e mercante), il libro dell’acqua spiega le tecniche fondamentali della scuola e l’attitudine mentale allo scontro, il libro del fuoco tratta dell’applicazione pratica di tali principi al combattimento, il libro del vento analizza sommariamente diverse scuole di scherma (fedele all’assunto che per conoscere se stessi bisogna innanzitutto conoscere gli altri). Qualche parola in più merita il conclusivolibro del vuoto, concetto, quest’ultimo, tipico delle filosofie orientali in cui non è facile addentrarsi.

Gorin no sho

Musashi ci tiene a precisare sin da subito che non si può selezionare il vuoto e renderlo oggetto di conoscenza, ma conoscendo l’esistente, si conosce il non esistente. Solo praticando la via del guerriero ogni giorno e ogni ora, senza alcun cedimento o segno di pigrizia si potrà arrivare a comprendere che “la mente è il vuoto”, ovvero, fuor di metafora, che una mente libera ed in sintonia con l’universo è in grado di non soffermarsi più su alcuna cosa ma tutto compenetrare indistintamente: la prospettiva finale, insomma, che gli allievi non dovrebbero mai perdere di vista.
Nonostante i richiami al buddhismo e allo zen, riflesso degli interessi e della pratica del Musashi ormai maturo, o il significato sotteso a molti termini che sta al lettore meditare e approfondire autonomamente, il maestro resta in primis un pragmatico uomo d’azione e il suo è uno stile semplice, senza fronzoli, efficace e che va dritto al punto. Il libro dei cinque anelli, però, è anche un fine trattato di strategia e per questo è stato accostato diverse volte al ben più famoso L’arte della guerra di Sun Tzu.

Non si sa se Musashi abbia avuto modo di leggere l’opera, più verosimilmente le conclusioni cui perviene nascono dalla personalissima esperienza di un guerriero che ha saputo sfruttare ogni circostanza e servirsi di ogni espediente atto a riportare la vittoria (emblematico il ritardo con cui si presentò a fronteggiare il formidabile Ganryu). Facile a questo punto intuire perché il Gorin no sho contenga insegnamenti validamente applicabili ad ogni campo della nostra esistenza, in particolare ne Il libro del fuoco, il capitolo più psicologico ed introspettivo dell’intero volume. Sia in ambito lavorativo che nella vita di tutti i giorni, sia nella coltivazione di se stessi che nel confronto con gli altri, sempre si deve tenere presente il proprio scopo e quando si sarà pronti a tutto nulla potrà impedire di perseguirlo, né il luogo né il tempo, né le circostanze né lo stato d’animo.

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Nel Kanjo monogatari un aneddoto attribuisce a Musashi queste parole:

Nella mia arte marziale, quando impugno la spada non esiste più nulla, nemmeno io o il mio nemico. Voglio distruggere il Cielo e la Terra, e per questo non ho alcuna paura:

è il trionfo di una volontà ferrea, un individualismo che tutto piega e a cui nulla resiste. Un manuale per il successo, in ultima analisi, la cui più importante lezione sta forse nel volerci persuadere che quando si è determinati non esistono più ostacoli insormontabili.

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