Come costruire un’internet diversa

dal blog  https://www.wired.it

Dai progetti di Tim Berners-Lee alle analisi di Vint Cerf: tra timori e grandi utopie, ecco come i padri di internet vorrebbero rendere migliore la rete

Penso che lo scenario più probabile non sia quello di una frammentazione, ma piuttosto di una biforcazione tra un’internet a guida cinese e una non-cinese guidata dagli Stati Uniti. (…) Penso che vedremo dei nuovi prodotti e servizi fantastici arrivare dalla Cina. Ma c’è il pericolo concreto che assieme a questi arrivi anche un diverso regime, fatto di censura, controlli, ecc.”

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Le parole con cui l’ex ceo di Google Eric Schmidt ha profetizzato una separazione della rete – pronunciate durante un evento privato, organizzato il 19 settembre scorso dalla società di venture capital Village Global – hanno fatto il giro del mondo; anche perché seguono di poco le accese polemiche causate dalla diffusione del progetto Dragonfly, il motore di ricerca costruito specificamente per la Cina con cui Google starebbe cercando di rientrare in un mercato di estrema importanza economica (rendendo, secondo le accuse, la censura di governo più semplice che mai).

In questa vicenda, c’è un retroscena interessante.

Secondo una ricostruzione generalmente accettata, le dimissioni di Eric Schmidt da ceo di Google, avvenute nel 2011, furono causate da divergenze tra lui e i due fondatori, Larry Page e Sergey Brin, al cui centro c’era proprio la Cina. Page e Brin non volevano che Google si piegasse alle pretese del governo cinese, soprattutto in termini di censura; mentre Schmidt concentrava l’attenzione sulle potenzialità economiche di quel mercato. Schmidt perse la sua battaglia: nel 2010 Google abbandonò infatti la Cina, mentre pochi mesi dopo Schmidt rassegnò le dimissioni (rivestendo comunque, ancora a lungo, la carica più che altro onorifica di presidente di Alphabet).

Larry Page con Eric Schmidt (a sinistra), Ceo di Google, e Lillo Firetto, sindaco di Agrigento.
Una foto del 2015 di Eric Schmidt, allora ceo di Google, Larry Page e Lillo Firetto, sindaco di Agrigento.

Da allora, sono passati otto anni. Oggi, Google è un colosso molto diverso: produce un fatturato quattro volte superiore e ha anche un numero quattro volte superiore di dipendenti. Soprattutto, il suo stesso modello di business (come quello di Facebook e tanti altri) lo costringe a cercare sempre nuovi mercati in cui espandersi. Se non bastasse, oggi Page e Brin non sembrano più così interessati alle attività della loro creatura, guidata dal 2015 da Sundar Pichai, che – come dimostra proprio il progetto Dragonfly e non solo – non sembra farsi troppi scrupoli morali.

In confronto a Dragonfly, però, i rischi in termini di libertà di espressione costituiti da una rete completamente separata da quella che usiamo quotidianamente sono nettamente superiori: “Una internet separata, con cui il governo cinese può fare tutto quello che vuole, è molto più pericolosa di un motore di ricerca separato o delle restrizioni imposte ai social media”scrive per esempio Futurism“I firewall possono essere penetrati e i server possono essere hackerati, ma una rete completamente separata taglierebbe fuori il popolo cinese, e gli attivisti potrebbero trovarsi ancora una volta abbandonati a loro stessi”.

Se davvero la profezia di Schmidt sulle “due internet” si avverasse, insomma, potremmo definitivamente dire addio al sogno di una rete globale, senza proprietari e aperta a tutti i cittadini del mondo dotati di una connessione. Peccato che, da un certo punto di vista, le cose già oggi stiano così. Per quanto internet non abbia un proprietario unico, è comunque sempre più vincolata alle decisioni di attori potenti come i governi (basti pensare alle decisioni dell’amministrazione Usa sulla net neutrality), gli internet service provider che ne regolano il funzionamento e, ovviamente, i quattro colossi che rispondono alla sigla GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon), che stanno trasformando l’open web in una serie di zone recintate e private che poco hanno a che fare con la rete degli esordi.

Pensate a Facebook: sempre più persone considerano il social network fondato da Mark Zuckerberg come un sinonimo di internet; il primo e unico luogo a cui accedere per chiacchierare con gli amici, reperire informazioni e molto altro ancora. Il tutto – come ormai noto – cedendo i nostri dati e la nostra privacy affinché vengano utilizzati a scopi commerciali. Questo, dovendo inoltre sottostare a ferree regole che inevitabilmente limitano la libertà di discussione e non solo.

Un caso altrettanto esemplificativo è quello dello strapotere di AWS, il servizio cloud di Amazon – che nel 2017 ha fatturato qualcosa come 3,7 miliardi di dollari – utilizzato da colossi come Slack, Spotify, Airbnb, Adobee molti altri. Una concentrazione di potere che ha dimostrato tutta la sua vulnerabilità nel febbraio 2017; quando, a causa di un errore umano, una grossa parte di internet è andata letteralmente in black out. Non solo: dalla loro posizione di forza, AWS e gli altri gestori dei principali servizi di cloud – così come gli internet service provider – sono in grado di dettare le regole del gioco a tutti (come sa bene WikiLeaks, che nel 2010 venne momentaneamente tagliata fuori da internet grazie all’azione congiunta di Amazon, PayPal e un provider).

è necessario creare una rete decentralizzata

Le cose, però, non devono per forza andare in questo modo. Ed è per questa ragione che, negli ultimi tempi, si è parlato sempre di più della necessità di creare una rete decentralizzata, in cui il controllo torni interamente nelle mani degli utenti. Curiosamente, una delle prime startup a diffondere al grande pubblico questi concetti (agli inizi del 2017) non esiste nella realtà; ma è Pied Piper, la società fondata da Richard Hendricks nella serie tv Silicon Valley. L’intuizione di Hendricks punta a sfruttare la potenza inutilizzata di miliardi di smartphone per dare vita a una rete decentralizzata, libera da “firewall, pedaggi, regolamentazioni governative e spionaggio. L’informazione sarebbe totalmente libera in ogni senso”.

Tornando nel mondo reale, si scopre quali siano le startup pioniere di questa rete decentralizzata che hanno ispirato la visione di Pied Piper. Da Storj, che sfruttando la blockchain punta a creare un cloud condiviso in cui ognuno può decidere quanta parte del proprio hard disk mettere in condivisione, fino a Synereo (che utilizza sempre la blockchain) o Maid Safe, che punta a mettere in condivisione tutte le nostre risorse digitali per “eliminare i pericoli della centralizzazione”.

Ma di temi simili ha parlato anche il creatore del protocollo TCP/IP (che regge l’infrastruttura di internet) Vint Cerf, durante l’ultimo Wired Next Fest di Firenze; sottolineando la necessità che “la rete sia resiliente e funzioni anche in caso di disastri” – un vantaggio che verrebbe garantito proprio dalla decentralizzazione – e anche di passare a metriche qualitative invece che quantitative (come i follower o il numero dei click) che portano naturalmente alla “pubblicazione di contenuti sempre più estremi”. In poche parole, internet è un progetto “ancora da completare” (qui sotto l’intero discorso di Vint Cerf).

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fwireditalia%2Fvideos%2F300335284113429%2F&show_text=0&width=560

L’utopia libertaria di internet, insomma, ha iniziato a riprendere vigore. E l’ingresso nel mondo del web decentralizzato niente meno che del creatore del world wide web, Tim Berners Lee, non può che essere un ulteriore incoraggiamento a proseguire lungo questa strada. “Il nostro scopo è la dominazione mondiale”ha detto scherzando Berners-Lee, nella recente intervista a Fast Company in cui ha illustrato il suo progetto Solid.

“Per tutto il bene che abbiamo fatto, il web è diventato un motore di disuguaglianza e divisioni; dominato da forze che lo sfruttano per i loro interessi”, scrive TBL nella presentazione del suo progetto. “Solid cambia il modello attuale, in cui gli utenti devono cedere i loro dati personali ai giganti digitali in cambio di un valore percepito. Solid è un’evoluzione del web che mira a ricreare l’equilibrio; fornendo a tutti il completo controllo dei propri dati, personali o meno, in un modo rivoluzionario”.

Solid, in sintesi estrema, è una piattaforma decentralizzata e open sourceche sfrutta l’attuale web (ma non la blockchain) per assicurarsi che tutte le informazioni e i dati che circolano siano sempre sotto il controllo degli utenti. Per fare un esempio concreto, Tim Berners Lee ha mostrato, durante l’intervista, come stesse utilizzando questa piattaforma sul suo pc: “Un’applicazione, sfruttando la tecnologia decentralizzata di Solid, permette a Berners Lee di accedere a tutti i suoi dati senza soluzione di continuità: il calendario, la musica, i video, la chat, le ricerche. È come un mix di Google Drive, Microsoft Outlook, Slack, Spotify e WhatsApp”.

Ma con una enorme differenza: tutti i dati rimangono esclusivamente in mano agli utenti. “Ogni dato che viene creato o aggiunto su Solid esiste all’interno dei Solid Pod; un acronimo che sta per personal online data store. Questi pod  – che saranno forniti a chiunque usi la piattaforma – forniscono agli utenti il controllo sulle applicazioni e l’informazione”. I dati, quindi, non vengono più raccolti da ogni singola azienda di cui utilizziamo i servizi, ma sono conservati in un luogo sul quale solo noi abbiamo controllo; decidendo quali aziende, persone specifiche o gruppi possano accedervi.

“Immaginate se tutte le vostre app attuali fossero in grado di comunicare l’una con l’altra, di collaborare e farvi trovare modi per migliorare la vostra vita personale o i vostri obiettivi professionali. Questo è il tipo di innovazione, intelligenza e creatività che le app di Solid potranno generare”, scrive ancora Berners-Lee. Una sorta di ribaltamento concettuale, in cui sono le applicazioni che devono raggiungere i dati e non viceversa.

Insieme a Robert Cailliau è definito come il papà del World Wide Web (ha anche coniato il nome). Autore dei protocolli HTTP e HTML, ha cominciato a creare il web al CERN di Ginerva, quello dell’LHC
Tim Berners-Lee

Al centro di questo sistema, quindi, non ci sono i colossi digitali, ma gli utenti. A quasi trent’anni dall’invenzione del world wide web, Tim Berners-Lee si rimette in gioco in prima persona; riprendendo due delle tematiche più care ai sostenitori dell’open web (la decentralizzazione e il controllo dei dati) e lanciando la sfida ai colossi della Silicon Valley. È ancora presto per dire se l’utopia dell’open web potrà rinascere grazie (anche) al suo impegno, soprattutto considerando quali siano gli interessi economici in gioco e quanto poco (nonostante tutto) questi temi sembrino interessare l’utente base di internet (che forse necessiterebbe di quegli incentivi economici nell’utilizzo dei dati che la blockchain potrebbe garantire).

Ma tutto questo non spaventa un agguerrito Berners-Lee: “Non dobbiamo chiedere a Facebook o Google se possiamo o meno introdurre un radicale cambiamento che potrebbe mandare all’aria i loro modelli di business. Non abbiamo bisogno del loro permesso. Il guanto di sfida è stato lanciato.

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