Il mio e-book e la mia intervista

Dal blog  https://ilcielostellatodentrodime.blog

Pubblicata la mia intervista nel sito del poeta Flavio Almerighi, comunico ch’è già scaricabile gratuitamente e liberamente diffondibile nel web, a patto di citarmi quale autrice con link a questo blog, il mio e-book Liriche fuori di testa, reperibile anche qui.

Riporto il testo dell’intervista.


 1) Irene Rapelli ragazza in cerca di poesia. Perché ti è indispensabile?

Poesia è creazione, il poeta è creatore. Una poesia è quasi il compimento d’una magia, perché sommuove corde vibranti in grado di meravigliarsi e meravigliare, con la rappresentazione di mondi, di carne, spirito, sangue, terra e cielo, passati, presenti e futuri, interni, esterni. Cercando d’interpretare la realtà attraverso la conoscenza dei mondi, divento maschera di questi scenari, proiettando aree buie di me verso la luce, e viceversa.
È trasportare le verità, scardinando porte chiuse a chiave e spiando dal buco della serratura. È contemplare la somiglianza tra l’uomo e quelle stelle che inserisco in un testo e nell’altro pure. È raggiungere la sostanza comune a tutto ciò che esiste.
È vita, è morte, è andare oltre, bruciando. Sono io, siamo noi, lo siamo tutti, da chi è in grado di volare come l’albatro liberato, a chi scava nel fango come una biscia. È una ferita d’amore non rimarginabile nelle nostre nebbie.

2) Cosa chiedi alla poesia?

Nulla. Ciò che chiedo, lo chiedo esclusivamente a me stessa. Eventualmente, lo chiedo all’autore, se vivo, altrimenti le cose si complicano, tuttavia è possibile dialogare anche coi morti, grazie alla poesia, o dialogare con la morte.

3) Pensi che la poesia ti possa misurare o sei tu a misurarti con lei?

Questa domanda è interessante. Io non sono coinvolta in una gara, nella quale la poesia che compongo misuri la mia bravura artistica, né io valuto la poesia secondo mie pretese autoreferenziali.
In un senso differente, però, io e la poesia ci misuriamo a vicenda: è come guardarsi timorosamente allo specchio, scoprendo un’immagine diversa da noi, dal nostro mondo. Il mondo cerca quindi d’adeguarsi all’immagine, oppure d’adeguare l’immagine a lui stesso. Più che una gara, è come discutere a tu per tu col proprio alterego, in multiplo di centomila e più.

4) Chi siede nel pantheon dei poeti su cui ti sei formata?

Leopardi, Shakespeare, Baudelaire, per citare i grandissimi. Fra i più recenti: Eugenio Montale e Pier Paolo Pasolini; gli autori stranieri Thomas Stearns Eliot, Konstantinos Kavafis e Jules Laforgue.
Ho amato, ai tempi, molto il liceo, ma in seguito come corso universitario ho scelto Giurisprudenza, non Lettere: si vogliano quindi perdonare le mie banali risposte, tra cui questa. Ciò che conosco di quest’universo è legato a vecchi ricordi di scuola, oppure ad approfondimenti personali, pertanto mi si ritenga una semianalfabeta intenta a costruire un mosaico, con solo i primi tasselli fra le mani.

5) Spesso, quasi sempre in realtà, nei tuoi componimenti utilizzi tecniche e metriche quasi dimenticate dai più, e non alludo a semplici rime, il bello è che non ne fai un uso pedissequo o scolastico, perché questa scelta controcorrente e coraggiosa?

Se fossi un pittore, non raggiungerei grandi risultati senza lo studio di prospettiva, proporzione e geometria: mi limiterei a produrre schizzi più o meno azzeccati. Ancor peggio se fossi un architetto: potrei costruire un fienile alla maniera del nonno, ma non una cattedrale, soprattutto non un ponte autostradale. Lo stesso vale per scultura, fotografia e rimanenti arti, nel senso più stretto della parola “arte”. Anche l’universo in cui ci muoviamo come formicaio è bello per via della sua matematica misteriosa. Così è per la musica, per il canto, tra cui la poesia. Ogni dipinto, anche il più bizzarro e apparentemente sconclusionato, come se l’autore avesse solo lanciato pomodori lessi sulla tela, ha regole che ne determinano il risultato. Si dice la poesia sia emozione, ma non è solo questo: è sia mente sia cuore; là dove sembra caos occorre per prima cosa illuminare, illuminando noi stessi.
Chiusa questa dovuta parentesi, ti racconto come mai, sulle soglie della mia adolescenza smisi di scribacchiare, per riprendere quindici anni più tardi circa. Ascoltai, per caso, L’Orfeo di Monteverdi, un capolavoro musicale: quanta bellezza, e nelle note della favola in musica, e nelle parole da sole, le quali cantavano, anche senza accompagnamento. Pian piano, con gran faccia tosta e molta buona volontà, decisi di riprendere con la poesia: da scribacchina di suggestive perle emozionali e solari descrizioni primaverili, pian piano migliorai. Da incolta piena di vergogna, divenni una scribacchina di versi un po’ migliori, iniziando con l’acquisto d’un manuale di metrica italiana, che devo ancora terminare e che sfoglio sempre molto volentieri.
Si dice io abbia un po’ di talento, ma non è vero, e non lo dico per umiltà, sebbene non sia nemmeno arrogante.
Io ho studiato, mi sono esercitata fino ad avere le anse cerebrali a forma d’endecasillabo, settenario, martelliano, eccetera. Non sapevo, prima di provarci, d’avere potenziale inespresso: pensavo d’essere buona a scrivere solamente frasucce adatte ai baci perugina, senza ritmo, senz’armonia, senza odore.
La metrica è l’alfabeto. Un capitolo a parte merita la rima: scrivere evitandola è come comporre una brano di musica senza voler mai suonare… il Do, per esempio. Invece, tutte le note dello spartito servono, anche se non è obbligatorio usarle tutte allo stesso tempo: così è per la rima. Un altro motivo per cui ami le rime è il mio amore per l’opera lirica: un mio sogno nel cassetto è che le mie poesie vengano un giorno declamate in arie, alla maniera di Rossini (un sogno impossibile, ma che non soffoco).

6) Perché, secondo te la poesia in Italia è più scritta che letta? Come ne vedi il futuro?

Non penso la poesia non venga più letta, ma penso la si legga solo qualora ne valga la pena. Io, comunque, leggo spesso ad alta voce sia le mie, per avvertire meglio eventuali pecche musicali, sia quelle d’altri, per goderne al massimo… se ne vale la pena, beninteso.
Questa domanda è la più difficile. Si dice che abbiamo perso, come italiani, la grande sensibilità culturale, rispetto al passato, e che quindi si legga di meno la poesia: non penso sia vero, penso invece che in passato la poesia fosse appannaggio di circoli elitari, proprio come oggi, e che l’analfabetismo fosse una piaga. Oggigiorno tutti, più o meno, sanno infilare parole in successione sulla carta e sullo schermo, ma il livello medio d’alfabetizzazione non è molto curato, quindi la poesia resta questione affrontata da gente o colta o sensibile alla bellezza e alla cerca di verità.
Il futuro è incerto, sia che si parli di merendine, sia che si parli di poesia. Acculturare e sensibilizzare ed educare al bello e al vero sin dall’infanzia devono essere parole d’ordine. In altri termini, si deve tendere all’uguaglianza, non intesa come appiattimento a un livello scadente di cultura e non come livellamento delle diversità. Si deve intendere come uguaglianza sociale, la quale ha come premessa l’uguaglianza di risorse e mezzi intellettuali a disposizione in partenza, a prescindere dal denaro e dalla posizione di mamma e papà, nonché dalla biologia funzionale congenita. È un discorso politico e filosofico più ampio, che sconfina oltre il motivo della domanda.

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