Un’altra scuola è possibile

dal blog https://www.dolcevitaonline.it/

3 ottobre 2018

«Questa cosa si fa così perché abbiamo sempre fatto così». Non è vero, le alternative all’attuale sistema scolastico esistono e fungono da stimolo costruttivo al rinnovamento di un’istituzione obsoleta. Sul tema tutti hanno le proprie idee su come le cose dovrebbero andare. Anche perché ciascuno ha o ha avuto a che fare per molti anni con quello che accade in classe, con le interrogazioni e i compiti a casa, o con l’educazione dei figli o nel rapporto con i suoi studenti, e ha ricavato impressioni e idee che potrebbero confermare o confutare tutto quello che troverete in queste pagine. Su una cosa però dovremmo essere tutti d’accordo: cioè che ogni scuola, ogni classe, ogni studente è diverso, e che questa diversificazione è una ricchezza nonché lo specchio naturale dell’eterogeneità della società. Ma allora, come mai a scuola persistono metodi, sistemi e strategie che puntano a livellare le diversità? La chiamano cultura della standardizzazione e un tempo poteva anche avere senso.

Prima della metà del diciannovesimo secolo, la maggior parte dei Paesi sviluppati non aveva sistemi d’istruzione pubblica di massa. Questi sistemi furono sviluppati prevalentemente per rispondere alle necessità produttive industriali e dunque furono organizzati in base ai principi della produzione in serie così da garantire il maggior livello di efficienza. Il problema, oggigiorno, è che da allora è passato del tempo, parecchio, e questi sistemi sono intrinsecamente inadeguati alla realtà del ventunesimo secolo. Basti pensare che negli ultimi quarant’anni la popolazione mondiale è raddoppiata: da meno di tre miliardi è passata a più di sette miliardi di persone. Siamo la popolazione umana più numerosa mai vissuta contemporaneamente sulla Terra, e le cifre continuano a salire vertiginosamente. Allo stesso tempo, le tecnologie digitali hanno trasformato il nostro modo di lavorare e relazionarci. I vecchi sistemi d’istruzione non sono stati concepiti avendo in mente questo mondo, ovvio no? Ma invece di fare i conti con il tempo e accettare le sfide che ci si parano davanti, c’è chi, pervaso dal leitmotiv: «Questa cosa si fa così perché abbiamo sempre fatto così», ritiene che i sistemi di istruzione attuali siano ancora validi, ma che non funzionino bene come dovrebbero perché gli standard si sono abbassati. Di conseguenza gli sforzi vanno orientati prevalentemente ad alzare gli standard attraverso una maggiore competizione.

Via libera, dunque, a una sfilza ininterrotta di test e valutazioni: il voto è diventato il centro della scuola di oggi, responsabile di uno stato d’ansia di prestazione che finisce per oscurare tutti gli altri, magari più legittimi, come l’ambizione di un riconoscimento del proprio impegno, la voglia di formare la propria identità, il desiderio di crescere in un gruppo. Anche la formazione data agli insegnanti si concentra sempre di più sul monitoraggio di prestazioni, sulla progettazione e su criteri docimologici sempre più complicati e astratti, di cui i test Invalsi sono soltanto un paradigma. Il voto, inoltre, è per gli insegnanti lo strumento per compensare un potere che non esiste più: ripristinare la predella, la cattedra più in alto per rivendicare autorevolezza, come ha sostenuto di recente Ernesto Galli Della Loggia sulle pagine del Corriere della Sera, conferma solo una grande confusione e miopia che si associa a stipendi malpagati, alla debolezza di fronte alla minaccia dei ricorsi da parte dei genitori, al vivere in balia dei voleri del preside, alla invisibilità del dibattito pedagogico nella discussione pubblica.

Di buona scuola, e di tutte le riforme che l’hanno preceduta, non si sono visti i frutti come conferma l’ultimo rapporto nazionale sulle prove Invalsi: in Italia le disuguaglianze tra Nord e Sud, isole comprese, aumentano; quelle tra aree metropolitane e aree interne anche; pesano molto le differenze di genere; lo status socioculturale delle famiglie continua a incidere parecchio sui risultati scolastici e sulla scelta della scuola superiore. Insomma dove negli ultimi anni le cose sono andate male, peggiorano e diventano sempre di più gli studenti che pagano il prezzo dell’insuccesso. Troppo spesso, chi ce la fa, ce la fa malgrado la cultura dominante dell’istruzione e non grazie ad essa.

Ma esistono alternative alla scuola così come la conosciamo tutti. Secondo le ultime stime, sono mille e cinquecento i bambini che in Italia non si avvalgono dell’istruzione pubblica né di quella privata. Con picchi in Sicilia e in Campania e una prevalenza nelle scuole secondarie, la formazione parentale dei minori avviene tra le mura domestiche e, nonostante difficoltà burocratiche e contrarietà della maggioranza dei pedagoghi che temono la mancanza di socializzazione, l’homeschooling prende piede e in ogni regione sono attivi gruppi in cui i genitori mettono a confronto le loro esperienze o si uniscono per educare senza però formare scuole paritarie. Alcune famiglie seguono orari giornalieri, utilizzando i testi e programmi scolastici, altre si affidano a un apprendimento più spontaneo. Harvard, Princeton, Yale a altre 900 università nel mondo accettano iscrizioni di homeschoolers. Negli Stati Uniti è un fenomeno di massa, nell’Ue una novità: a essere istruiti a casa sono 70 mila minori in Inghilterra, 3 mila in Francia, 2 mila in Spagna. «Usiamo metodi alternativi», scrive sul sito del network italiano educazioneparentale.org, la fondatrice Erika Di Martino, «La matematica, ad esempio, si impara andando a fare la spesa» e così il resto, cercando di conciliare i ritmi dei bambini tra istruzione e gioco, e stimolando le loro capacità.

Quando negli anni Settanta Ivan Illich teorizzava la descolarizzazione, auspicava la sostituzione del sistema scolastico con una serie di reti e di servizi di riferimento che permettessero ai cittadini l’accesso diretto alle informazioni (come le biblioteche allora, o il world wide web oggi) e alle competenze necessarie per la formazione, ma senza arrivare a destrutturare l’istituzione in sé. In Italia oggi esistono istituti paritari, abilitati cioè a rilasciare titoli di studio aventi valore legale, che vivono e intendono la scuola diversamente, che tendono a promuovere, nella pratica educativa, la libertà e la spontaneità del bambino, reagendo all’intellettualismo, al nozionismo e al verbalismo dell’insegnamento tradizionale. È il caso della scuola creata negli anni Venti dall’austriaco Rudolf Steiner, filosofo, artista e riformista sociale nonché ideatore, tra le altre cose, dell’agricoltura sinergica e della pedagogia Waldorf – Waldorf era il nome della fabbrica dove nacque la prima classe. Oggi sono centinaia le scuole steineriane nel mondo: mentre in Europa centrale e settentrionale hanno un’ampia diffusione, sono meno presenti in Italia dove l’educazione teorizzata da Steiner ha inizialmente preso piede nelle fasce economicamente più alte della società (si tratta di una scuola privata e in quanto tale a pagamento, una spesa, tra l’altro, non detraibile dalle tasse). Così, nel nostro Paese ci sono una trentina di istituti, sparsi sul territorio nazionale che si reggono grazie alle donazioni dei privati e alla retta degli studenti, che mirano a sviluppare individualità libere, cercando di riconoscere e coltivare le potenzialità di ciascun bambino, rispettando i tempi della sua evoluzione fisica e interiore. Nella pedagogia Waldorf, molta rilevanza viene data alle attività pratiche e artigianali (falegnameria e giardinaggio, ad esempio) oltre alle attività a contatto con la natura (tra le materie anche botanica e zoologia).

L’attenzione al contatto con la natura è anche il principio ispiratore degli asili nel bosco, nati come reazioni personali a una scuola tradizionale che, appunto, sta stretta. In Europa sono migliaia, in Italia il primo è comparso a Ostia nel 2013. Da allora ne sono nati una quarantina, da Domodossola a Catania. Si tratta di scuole dell’infanzia dove i bambini stanno sempre all’aperto. Tecnicamente sono fuori legge, – le scuole dell’infanzia in Italia si basano su una legge del 1975 che prevede una serie di prescrizioni relative all’edificio scolastico, che in questo caso serve a poco o nulla perché funge solo da riparo d’emergenza. Anche se questa tipologia di scuola difficilmente diventerà dominante in un’Italia così urbanizzata, le prime contaminazioni ci sono già state: sulla spinta degli asili nel bosco è nata una rete di istituti primari che sta iniziando a fare attività all’aperto.

In un famoso aforisma, Socrate dice: «Educare è accendere una fiamma, non riempire un vaso». Tutti i bambini hanno interessi e stili di apprendimento differenti oltre a vivere in contesti estremamente eterogenei. Ciò che viene loro insegnato, e il modo in cui viene insegnato, deve tenerne conto, attivare le loro energie, la loro immaginazione e il loro modo particolare di imparare.

Non si può fare in modo che una persona apprenda contro la sua volontà. Imparare è una scelta personale.

a cura di Mena Toscano
Giornalista, ha avuto la fortuna di incontrare sulla sua strada ottimi insegnanti

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