Europa, geofilosofia e multipolarità

dal blog https://www.lintellettualedissidente.it/

di Daniele Perra – 6 ottobre 2018   

La riappropriazione del suo autentico spazio esistenziale si impone come obiettivo primario per una Europa che decida finalmente di svestire la maschera dell’Occidente per poter occupare un ruolo di rilievo nel futuro ordine multipolare del globo.

pensatori francesi Gilles Deleuze e Felix Guattari sono stati tra i primi a dare un senso compiuto al termine “geofilosofia”. Constatato il fatto che tanto il soggetto quanto l’oggetto non fornissero altro che una cattiva approssimazione al pensiero, essi arrivarono alla conclusione che il pensiero si realizzi piuttosto nel rapporto fra il territorio e lo spazio.

Il filosofo italiano Massimo Cacciari, nella sua opera Icone della legge, individua due principali chiavi di lettura legate al tema della geofilosofia come rapporto tra pensiero e territorio. La prima si collega all’opera del pensatore tedesco di origine ebraica Franz Rosenzweig ed è intrinsecamente connessa al carattere “errante” dello stesso popolo ebraico ed alla sua continua ricerca di quella Terra Santa sulla quale ricreare le condizioni di un quieto vivere. La seconda si rifà al pensiero del giurista tedesco Carl Schmitt che, percependo la terra come madre del diritto ed il diritto come unità di ordinamento e localizzazione, individuava nello sradicamento dei popoli dal proprio spazio esistenziale la causa profonda della crisi del pensiero moderno nonché il prodromo all’attuale processo di globalizzazione che ha travolto gli ordinamenti statuali e terranei europei.

Lo stesso Schmitt nel suo fondamentale studio sul concetto del politico ebbe modo di affermare come tutti i più pregnanti concetti della moderna dottrina dello Stato non fossero altro che concetti teologici secolarizzati. Ora, a questa dinamica descritta dal pensatore di Plettenberg non sfuggono affatto né la geopolitica con la sua più o meno diretta discendenza dalla geografia sacra né tanto meno la geofilosofia il cui legame con la teosofia è ancora più evidente. Per questo motivo non sarebbe incorretto utilizzare anche il termine “geosofia” sottolineando il ruolo che la costruzione del logos filosofico-religioso ha ricoperto per il sapere e la conoscenza di ciascun popolo.

Ma che cos’è la geosofia? Questa potrebbe essere definita come il rapporto che intercorre tra il pensiero, il paesaggio geografico ed il paesaggio mitico di ogni ethnos. L’ethnos è la forma di esistenza specifica dell’uomo ed uno dei principali fattori che ha sviluppato la sua percezione del mondo. Attraverso l’ethnos, l’uomo interagisce con la natura che lo circonda. Senza ethnos non può esistere alcuna entità pensante. L’evoluzione del mito religioso, della dimensione sacra di ciascun ethnos, prodotto dello sviluppo e delle costruzioni del logos, ha un rapporto diretto con la dimensione spaziale.

Se esiste un linguaggio, esiste anche un pensiero. Il linguaggio è la casa dell’essere ed il fondamento di qualsiasi società umana. Dunque, se esiste un pensiero collegato a radici e cultura esiste uno spazio esistenziale. Nell’abitare presso un luogo risiede l’essere dell’uomo. Ed il carattere esistenziale di un luogo è proprio il suo legame ontologico con la tradizione, la lingua e la religione. Questo spazio esistenziale, in termini heideggeriani, è il “Da” (ci) del Da-sein (Esser-ci). Il “ci” dell’Esser-ci fornisce la dimensione geografico-metafisica dell’essere. L’Esser-ci si fa popolo e il popolo esiste solo in quanto Esser-ci. Se un popolo abita il suo spazio nel senso essenziale, salvando e non sfruttando la propria dimora, si mantiene aperto all’appello dell’essere senza imporre ad esso un senso umano e vive un vivere autentico.

“Vivere autentico” significa avere cura dell’unità originaria tra cielo e terra, tra mortali e divini, che si implicano a vicenda in quella originaria unità che è la co-appartenenza. Il vivere autentico, in questo senso, non concepisce scissione tra ordine fisico e metafisico. Abitare significa infatti essere nella quadratura del Geviert: lo schema heideggeriano, simile alla croce di Sant’Andrea, al cui centro si riuniscono le quattro dimensioni cielo, terra, umani e divini.

Ogni “ci” presenta relazioni differenti con l’essere. L’essere, pur in qualità di realtà unica, si manifesta sotto diversi gradi e aspetti che sono altrettante modulazioni della sua realtà. Dunque, esistono differenti Daseinintesi come differenti realtà esistenziali; differenti modi di essere in rapporto al mondo. Questo, altro non attesta che il riconoscimento della molteplicità culturale del mondo nello spazio e nel tempo e la pari dignità di ciascuna di queste forme culturali.

Una conclusione che contrasta palesemente con la pretesa razzistica di superiorità con la quale il cosiddetto “Occidente” ha cercato di imporre la sua cultura e visione del mondo al resto del globo. Deleuze e Guattari, attraverso la teoria rizomatica che oppone lo schema orizzontale del rizoma contro l’immagine filosofica di una conoscenza verticale e gerarchica, arrivarono a comprendere l’intrinseca molteplicità delle forme culturali presenti sulla superficie terrestre. Tuttavia, la loro prospettiva rimase comunque ancorata ad una forma di multiculturalismo che, pur riconoscendo le culture altrui, continuava a considerarle come inferiori alla civilizzazione occidentale, ovvero, come forme in via di sviluppo.

Anche Karl Marx fu vittima più o meno consapevole di un simile pregiudizio e, non a caso, almeno fino agli ultimi anni di vita, parteggiò per la progredita e capitalistica Gran Bretagna rispetto all’arcaica e tradizionale Russia nello scontro geopolitico in atto tra le due potenze in Asia centrale nella seconda metà del XIX secolo.

L’idea a fondamento dell’attuale cultura occidentale dominata dalla civiltà anglo-americana rifiuta il dato di fatto che l’individuo assuma valore solo come parte integrante di una più ampia comunità di destino. Gli esponenti della scuola marginalista austriaca (il, non a caso, naturalizzato britannico Friedrich von Hayek ed il naturalizzato statunitense Ludwig von Mises su tutti) affermarono come la società non fosse altro che una mera astrazione filosofica. Secondo questa forma eterodossa di pensiero economico solo l’individuo privo di ogni sentimento di appartenenza e di relazione identitaria può essere considerato come reale. E la civiltà occidentale, di conseguenza, sarebbe naturalmente superiore a qualsiasi altra civiltà umana in quanto solo in essa vi è cooperazione umana. Ma questa cooperazione umana, nella loro prospettiva, altro non è che il sistema capitalistico spontaneamente regolato dal mercato. Un sistema che ha nel sacrificio dell’uomo e della natura sull’altare della tecnica e dell’accumulazione sfrenata, ma soprattutto nella negazione del rapporto autentico tra uomo e natura trasformata in mero spazio di sfruttamento ed estrazione delle risorse, il suo fondamento filosofico.

Ora, il trionfo del capitalismo su scala globale è inscindibile dall’egemonia che le potenze talassocratiche (Gran Bretagna prima e Stati Uniti poi) hanno esercitato sul mondo negli ultimi due secoli. Nel mare non esistono più confini, non vi è localizzazione, ed il concetto schmittiano di “terra come madre del diritto” perde il suo valore. Con il dominio talassocratico anglo-americano esistono solo fasce di sicurezza o frontiere mobili da spostare in conformità alle necessità egemoniche e, di conseguenza, il nesso tra sovranità, diritto, cultura e territorio si dissolve una volta per tutte.

Tale nesso era a fondamento della civiltà europea almeno fino alla dissoluzione delle entità imperiali dopo il termine delle Prima Guerra Mondiale in rispetto delle direttive della Dottrina Wilson. Ovvero, fino al momento in cui l’Europa ha iniziato a vestire la maschera dell’Occidente per celare la sua impotenza. Questo nesso era comprovato dalla parentale semantica che sussiste tra i termini rex (il detentore dell’autorità necessaria per delimitare i confini) e regio (lo spazio regionale). I due vocaboli discenderebbero infatti da una medesima radice indoeuropea. Il rex latino ed il raj-(an) sanscrito rimanderebbero ad un antico reg che il linguista Beneviste nel suo Vocabolario delle istituzioni indoeuropee collega al greco orégo (stendere in linea retta). Questo significato sarebbe ravvisabile proprio nel termine latino regio che, originariamente, non indicava una regione fisicamente definita quanto il punto raggiunto da una linea retta tracciata per terra o in cielo e, in seguito, lo spazio compreso tra linee tracciate in sensi diversi.

L’espressione “regere fines”, che letteralmente sta per tracciare frontiere in linea retta, indicava, infatti, l’operazione di carattere magico-rituale, precedente la costruzione di un tempio o di una città, da parte del rex o sacerdote (colui il quale era investito del massimo potere) al fine di indicare sul terreno lo spazio consacrato delimitando l’interno e l’esterno, il regno del sacro dallo spazio profano, il territorio nazionale nel quale era possibile abitare dal territorio straniero. Ogni espressione del costruire comportava un rituale ed un simbolismo provenienti da un passato antichissimo. Le città erano costruite ad immagine del loro archetipo celeste. Ed ognuna di essa era a suo modo centro del mondo: un territorio sacro nel quale si rendeva possibile la suddetta comunicazione diretta tra il cielo e la terra. Una simbologia completamente perduta in un’epoca che è stata capace di svuotare di significato anche la relazione spirituale esistente tra il costruire e l’abitare.

Tuttavia, l’utilizzo di una terminologia “tradizionale” continua a confermare il nesso strutturale tra le odierne scienze profane (la geopolitica su tutte) e la perduta dimensione del sacro. Uno di questi termini, ad esempio, è limes (confine): una linea divisoria tra due terreni che col passare del tempo assunse il significato dell’insieme delle fortificazioni distese ai confini dell’Impero romano. Il dio Terminus era il tutore del limes. Lo storico e linguista francese Georges Dumézil, a tal proposito, attraverso una approfondita comparazione dei materiali a disposizione, mostrò come il nome Terminus corrispondesse ad una precipua caratteristica del dio sovrano adorato dagli indoeuropei e che solo in seguito, in epoca romana, venne applicato ad una divinità autonoma.

Ma i prestiti terminologici dalla geografia sacra non si limitano alla questione della definizione dei confini. Il termine greco polis (città) rimanda al concetto di Polo: il luogo attorno al quale ruotano tutti gli enti. Il Polo (centro), in termini geopolitici, è infatti il punto attorno al quale ruotano e si sviluppano svariate entità periferiche ad esso collegate da un rapporto di interdipendenza e reciprocità. Il concetto geopolitico di multipolarismo presuppone l’esistenza di diversi centri su un’unità di superficie spaziale orizzontale. Questi centri formano un pluriversum di grandi spazi che presumono, a loro volta, l’esistenza ed il diritto all’esistenza di modelli diversi di civiltà. Dunque, il multipolarismo riconosce di fatto l’esistenza di una molteplicità di Dasein.

Ora, il multipolarismo, in contrasto tanto con l’unipolarismo quanto col sistema westfaliano degli Stati-nazione, non riconosce necessariamente ad ogni specificità etnica il diritto ad uno Stato nazionale. Così come non riconosce ad ogni Stato il ruolo di Polo a tutti gli effetti in quanto larga parte degli Stati attuali non sono realmente sovrani e non sono in grado di provvedere né alla loro sicurezza né alla loro stessa sussistenza. Questi altro non sono che costruzioni a tavolino prive di riscontri reali; degli “Stati-clienti” a sovranità limitata soggetti ai capricci dei poteri forti che li controllano.

Anche la sovranità, alla pari degli altri concetti pregnanti del pensiero politico ed al contrario del parodistico significato che le si attribuisce oggigiorno, ha un carattere di origine sacrale. Essa designa la potenza pura del comando prima del sistema di egemonia territoriale. Secondo Schmitt non si può discutere sul concetto di sovranità ma può esistere una disputa sul soggetto della sovranità. Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione: ovvero, chi possiede il monopolio della decisione. Il monopolio della decisione politica (e di conseguenza economica) e l’egemonia/controllo del territorio sono intrinsecamente collegati e non possono essere scissi. Qualora uno dei due venga a mancare la sovranità svanisce, non esiste più.

Ecco perché l’attuale retorica sovranista propugnata da taluni agitatori politici d’oltreoceano nell’attuale contesto europeo altro non è che un vuoto simulacro. Di fronte al mutato scenario geopolitico, la rinnovata parcellizzazione dell’Europa in un agglomerato di Stati consumatori consenzienti di sovranità (inteso come mero controllo dei confini) ma dominati sotto il profilo economico, culturale (si pensi al costante richiamo a presunti e condivisi valori giudeo-cristiani dell’Occidente) e militare risulta maggiormente propedeutica ai nuovi schemi di controllo egemonico nordamericano sul globo messo a dura prova dall’emergere delle forze multipolari.

Se una simile concezione della sovranità svuota ulteriormente di significato lo Stato come più fulgido prodotto del formalismo europeo (secondo la definizione che ne diede sempre Carl Schmitt), la rinnovata subalternità economico-culturale all’Occidente anglo-americano non farebbe altro che perpetrare ad infinitum quella condizione di “inautenticità” che ha contraddistinto il vivere e l’abitare dei popoli europei nel loro stesso spazio geografico determinandone lo sradicamento ontologico dalle rispettive tradizioni.

Lo stesso popolo ebraico, emblema della sradicatezza e dell’erranza secondo il già citato Rosenzweig, radicandosi nuovamente in Palestina non è stato capace di produrre altro che un abitare totalmente inautentico. Anch’esso ha negato il suo Dasein riducendo il suo essere nel mondo ad una mera imitazione dell’Occidente. E non sorprende affatto che proprio a questo modello corrotto faccia continuamente riferimento come fonte di ispirazione la retorica sovranista creata ad hoc negli ambienti cristiano-sionisti d’oltreoceano.

Ciò di cui realmente necessita l’Europa è la riappropriazione del proprio autentico essere nel mondo. Il termine greco Χάος indicava inizialmente ciò che si apre e si spalanca in modo insondabile, senza sostegno e senza fondo. Cercare di porre rimedio al disordine senza un sostegno e perseguendo la via dell’inautenticità non è altro che un persistere nell’errore. L’Europa deve superare quel sentimento di sradicatezza che l’ha sganciata per troppo tempo dalla sua naturale collocazione spirituale imponendo al suo Dasein di auto-negarsi inseguendo l’afflato messianico-escatologico della pax americana e del “destino manifesto” prodotto di quelle sette protestanti eterodosse che, riproponendo la narrazione dell’esodo biblico, colonizzarono l’America costruendovi, secondo la loro prospettiva, un sistema in totale opposizione alla tirannia del Vecchio Continente.

Una simile rivoluzione deve essere in primo luogo geopolitica e deve puntare a liberare l’Europa da quella perniciosa e invadente ingerenza degli Stati Uniti che, a suo tempo, già produsse l’attuale Unione “tecnocratica”: un’istituzione che nei suoi risultati politico-economici non riesce più a svolgere adeguatamente ed a soddisfare il suo compito e ruolo di sottosistema tecnico-produttivo della potenza egemonica. Solo in questo modo, e riscoprendo le proprie radici culturali, l’Europa, riunificatasi in un autonomo ed autentico grande spazio geopolitico, potrebbe iniziare a pensare se stessa come parte attiva e propositiva per la realizzazione di un concreto ordine multipolare.

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