Il futuro dei Balcani parla rom

di Emanuel Pietrobon – 11 ottobre 2018

Nell’Europa centro-orientale e nei Balcani è in corso una rivoluzione demografica causata dai bassissimi tassi di fecondità delle popolazioni autoctone e dall’elevata natalità dei rom.

a composizione etnica della periferia orientale dell’Unione Europea è destinata a mutare profondamente nel prossimo futuro secondo numerose proiezioni demografiche e analisi di scenario elaborate da istituti di ricerca e centri demografici di Bulgaria, Romania, Ungheria, Serbia e Slovacchia. Ognuno di questi paesi ospita delle importanti comunità rom, insediatesi in questi territori attorno all’anno 1000, il cui peso demografico è andato crescendo negli ultimi decenni per via della riduzione della natalità degli autoctoni al di sotto della soglia di sostituzione che permette il ricambio generazionale – ossia 2,1 figli per donna – e dell’esodo migratorio di milioni di lavoratori, soprattutto in età fertile, verso i paesi dell’Europa occidentale conseguente la caduta dei regimi comunisti, controbilanciati da una fecondità elevata e costante fra i rom.

Le proiezioni demografiche elaborate dalle Nazioni Unite e dalla Banca Mondiale prevedono che dall’epoca attuale al 2100 nei Balcani avrà luogo lo spopolamento più grave e rapido del pianeta; già entro il 2050, Bulgaria, Romania e Serbia avranno perso oltre il 15% della popolazione ed entro il 2100 passeranno rispettivamente da 7 milioni e 128mila abitanti a 3 milioni e 400mila, da 19 milioni e 710mila abitanti a 10 milioni e 700mila, e da 7 milioni e 57mila a 5 milioni e 330mila. La Bulgaria è il paese in cui lo spopolamento già oggi sta procedendo a ritmi serrati: 60mila persone in meno l’anno, 164 al giorno.

Nello stesso periodo in cui le popolazioni autoctone di questi paesi quasi scompariranno fra denatalità ed emigrazione, gli abitanti rom dovrebbero invece trasformarsi da una minoranza al primo gruppo etnico: una rivoluzione demografica apparentemente inevitabile, alla quale si legano in maniera inestricabile conseguenze significative dal punto di vista sociale, politico ed economico.

La stragrande maggioranza delle comunità rom dei paesi balcanici sono concentrate in quartieri periferici dalle fattezze di vere e proprie enclavi etniche, in cui vivono in condizioni di emarginazione sociale e ghettizzazione, con accesso nullo o scarso ai servizi essenziali di base, come l’istruzione e la sanità. Inoltre, gli elevati tassi di analfabetizzazione, combinati ad una bassa aspettativa di vita e ad un’alta mortalità infantile, spiegano buona parte dell’elevata fecondità, che ovunque si assesta al di sopra dei 3 figli per donna. Romania, Bulgaria, Ungheria, Serbia e Slovacchia sono i casi più emblematici di questo sconvolgimento etnico.

In Romania nel periodo 2002-2011 la popolazione totale censita è diminuita da 21 milioni e 680mila unità a 20 milioni e 121mila. Da un’analisi più approfondita emerge che nella decade di riferimento è stata registrata una riduzione numerica in ogni gruppo etnico, quella più grave fra i rumeni, passati da 19 milioni e 399mila a 16 milioni e 792mila unità, tranne fra i rom, aumentati da 535mila a 619mila unità. In realtà, il numero dei rom sul totale della popolazione potrebbe essere molto più elevato, e sarebbe compreso fra il milione e 200mila e i 3 milioni, secondo le stime fornite dalla Divisione Rom e Nomadi del Consiglio d’Europa, dall’Agenzia Nazionale per i Rom, e dal Centro di Ricerche Demografiche (CRD) dell’Accademia Romena.

Vaile Gheţău, direttore del CRD, riprendendo le conclusioni di una ricerca del 1992 sui rom rumeni condotta da Catalin Zamfir dell’Istituto di Ricerca per la Qualità della Vita, secondo la quale, all’epoca, nel paese vi sarebbero stati circa un milione di rom al posto dei circa 400mila censiti, ha elaborato un’analisi di scenario per il futuro che ha ricevuto un’ampia eco mediatica nel paese. Secondo Gheţău, se il divario tra i tassi di fecondità delle donne rumene (1,2-1,3 figli per donna) e rom (3 figli per donna) dovesse rimanere costante, entro il 2050 i rom potrebbero arrivare a rappresentare il 40% della popolazione totale, per poi trasformarsi nel primo gruppo etnico nel 2060. Nello stesso periodo la popolazione romena dovrebbe affrontare un grave processo d’invecchiamento che porterebbe gli anziani (maggiori di 65 anni) a rappresentare il 31% dei rumeni già nel 2030.

Uno studio dell’Istituto Nazionale di Ricerche Economiche e del Centro di Ricerche Demografiche Vladimir Trebici intitolato “Declinul demografic si viitorul populatiei Romaniei” (Il declino demografico e il futuro della popolazione della Romania) è giunto a simili conclusioni: la popolazione rumena è in via di estinzione per l’esodo migratorio, un milione e 500mila di espatriati nel periodo 1990-2007, e per il forte divario nei tassi di natalità tra le etnie del paese, 25,1 nati ogni 1000 rom, 17,8 nati ogni 1000 turchi, 16,9 nati ogni 1000 ucraini, e solo 10,2 nati ogni 1000 rumeni.

La convivenza tra rumeni e rom è già oggi molto difficile, sia per la diffusione dell’antiziganismo in ampi strati della popolazione rumena, che per la nolenza di larga parte della minoranza rom ad una reale integrazione. Secondo Ilie Dinca, segretario del Consiglio Nazionale per la Lotta contro le Discriminazioni ed ex direttore dell’Agenzia Nazionale per i Rom, le politiche d’inclusione sociale intraprese dai vari governi nel corso degli anni sono fallite soprattutto per ragioni imputabili ai rom: le politiche di sensibilizzazione sull’importanza della frequenza scolastica infrantesi contro la persistenza dell’abbandono scolastico precoce, le politiche d’inclusione nel mondo del lavoro scontratesi contro la cultura del parassitismo creata dall’assistenzialismo pubblico verso indigenti e famiglie numerose.

Le dichiarazioni di Dinca sono corroborate anche da un’inchiesta del The Economist del 2015 sull’integrazione dei rom balcanici nel mercato del lavoro, secondo la quale soltanto un rom rumeno su cinque aveva un’occupazione all’epoca.

In Bulgaria, nel periodo 2001-2011 la popolazione totale censita è diminuita da 7 milioni 932mila unità a 7 milioni 354mila. In particolare, la componente bulgara ha registrato una riduzione da 6 milioni 655mila unità a 5 milioni 664mila, ed anche i rom, il secondo gruppo etnico nazionale, hanno registrato una lieve riduzione, da 370mila a 325mila persone. In realtà, la reale dimensione della comunità rom potrebbe essere più alta, considerando coloro che si identificano come turchi o bulgari in base alla religione o alla storia clanistico-familiare e coloro che hanno preferito non dichiarare la propria appartenenza etnica (il 14,9%). Ed è analizzando queste eventualità e la composizione etnica tra la fascia d’età 0-9 anni, che l’Accademia bulgara delle scienze, ha ritenuto di dover elevare la percentuale dei rom all’11%, mentre il Centro per la Politiche Demografiche di Sofia al 16-17% – ossia un milione di individui.

Il Centro per le Politiche Demografiche di Sofia ha elaborato alcune proiezioni demografiche, stilate basandosi sui tassi di emigrazione, mortalità e fecondità delle etnie del paese, attualmente separati da importanti divari ed in futuro destinati a cristallizzarsi o ad accentuarsi – a meno di radicali cambiamenti nelle dinamiche nazionali. Entro il 2050 i bulgari potrebbero diventare la terza etnia del paese, circa 800mila persone, superati da rom, 3 milioni e 500mila, e turchi, 1 milione e 200mila, nel 2100 la Bulgaria storica potrebbe cessare di esistere, poiché abitata da 8 milioni di rom, 1 milione e 500mila turchi e soltanto 300mila bulgari.

La situazione dei rom bulgari è la più grave tra i paesi balcanici, alla luce del peso percentuale della minoranza e delle dinamiche demografiche future che trasformeranno la Bulgaria nel primo paese quasi-etnicamente rom nelle prossime decadi. La trasformazione demografica sarà più traumatica che altrove, quindi, in assenza di politiche miranti all’inclusione sociale, all’alfabetizzazione, alla professionalizzazione e alla nazionalizzazione dei rom, perché già oggi la Bulgaria è il paese dei Balcani in cui la retorica antiziganista è più presente a livello di discorso politico e con le maggiori tensioni interetniche. Gli studi più recenti della Banca Mondiale sulla questione rom in Bulgaria, rispettivamente del 2003 e del 2010, hanno reso pubblici dei dati tanto interessanti quanto preoccupanti: il 15% dei rom non ha ricevuto alcun tipo di istruzione, mentre l’89% degli stessi possiede soltanto una licenza elementare; e ogni anno l’economia bulgara perde circa 526 milioni di euro per via della mancata integrazione dei rom nel mercato del lavoro nazionale. Ancora nel 2015, secondo le stime della Banca Mondiale, soltanto un rom su cinque aveva un’occupazione.

La Bulgaria, allo stesso modo di Romania e Ungheria, è caratterizzata da ampie problematiche di convivenza tra autoctoni e rom, essenzialmente causate dall’esplosione della microcriminalità e del crimine organizzato zingaro. Mentre in Romania hanno luogo periodici scontri nei quartieri-ghetto delle principali città, in particolare Bucarest, in Bulgaria le violenze antirom si connotano per la loro espansione a macchia d’olio, segno di una forte insofferenza della popolazione nei confronti di una minoranza percepita sempre più come pericolosa e in forte crescita. Nel 2011 il paese fu sconvolto da un ciclo di gravi violenze di matrice antirom, sotto forma di roghi di campi nomadi, assalti alle residenze delle famiglie mafiose zingare, incursioni armate nei ghetti e pestaggi razzisti, per via dell’omicidio del giovane Angel Petrov, un bulgaro ucciso da un rom appartenente ad un clan malavitoso.

In Ungheria nel periodo 2001-2011 la popolazione totale censita è diminuita da 10 milioni e 198mila unità a 9 milioni e 937mila. Anche in questo caso, da un’analisi più approfondita emerge che nella decade di riferimento si è verificata una significativa riduzione numerica dell’etnia maggioritaria, gli ungheresi, passati da 9 milioni e 416mila a 8 milioni e 504mila unità, mentre i rom sono aumentati da 189mila a 315mila unità. Come negli altri paesi considerati, le reali dimensioni della comunità rom sono probabilmente maggiori, e il numero potrebbe essere compreso fra 500mila e un milione, secondo la Divisione Rom e Nomadi del Consiglio d’Europa, e una ricerca dell’università di Debrecen. Uno studio dell’Accademia delle Scienze Ungherese condotto da Attila Papp e mirante a far luce sull’effettiva percentuale dei rom basandosi sulla loro presenza nelle scuole è giunto a delle conclusioni molto interessanti e ha riscosso un’ampia eco mediatica. La ricerca di Papp ha svelato che gli studenti rom compongono dal 4,2% al 34,3% degli iscritti nelle scuole pubbliche, con una concentrazione elevata nelle regioni dell’Ungheria orientale. In alcuni distretti di Budapest, dal 23% al 43% dei nuovi iscritti nelle scuole elementari e superiori è di origine rom.

Il sorpasso dei rom sugli ungheresi previsto nel prossimo futuro non potrà avvenire pacificamente a meno di cambiamenti radicali ella società ungherese, dal momento che questa minoranza è largamente esclusa dal mondo del lavoro (nel 2015 soltanto un rom su sei aveva un’occupazione secondo la Banca Mondiale), presenti alti tassi di abbandono scolastico e le condizioni di povertà endemica e segregazione alimentano una preoccupante propensione al coinvolgimento in attività criminali, a loro volta fonte di ulteriore tensione con gli autoctoni. Secondo un’inchiesta del The Independent del 2011 l’inclusione dei rom nella società e nell’economia ungherese è molto lontana: un terzo dei bambini rom non termina il ciclo dell’educazione primaria, il tasso di disoccupazione nella comunità è dell’85% con punte del 100% in alcune regioni, inoltre il divario tra i tassi di fecondità di ungheresi e rom porterà a dei capovolgimenti etnici già nel prossimo futuro (2020) dato che quasi un neonato su due ha origini rom e la metà dei rom ungheresi ha meno di 20 anni.

In Slovacchia, nel periodo 2001-2011 la popolazione totale censita ha registrato un leggero incremento, da 5 milioni e 379mila a 5 milioni e 397mila unità, ma anche in questo caso la componente autoctona è diminuita, da 4 milioni 614mila a 4 milioni 352mila, a fronte di un aumento della componente rom, da 89mila e 105mila. In realtà, le stime della Divisione Rom e Nomadi del Consiglio d’Europa per l’anno 2012 indicavano che il numero dei rom slovacchi fosse sensibilmente superiore, compreso fra i 380mila e i 600mila. Nel 2002 il ricercatore Akty Bratislava pubblicò “Proiezioni sulla popolazione rom” confutando le cifre emerse dal censimento dell’anno precedente, concludendo che i rom fossero in realtà circa 378mila, corrispondenti al 7,2% della popolazione totale, dei quali il 37% sotto i 15 anni – un numero destinato a salire a quota 530mila entro il 2025, diventando il 9,6% della popolazione totale.

Il divario nei tassi di fecondità tra slovacchi e rom dovrebbe convertire questi ultimi nel primo gruppo etnico entro il 2050, secondo alcune proiezioni demografiche elaborate dall’Infostat e riprese anche oltreconfine. Come nel resto dei Balcani, la rivoluzione etnica sta accadendo in un contesto di forte conflittualità e divario sociale: solo un rom su sei era integrato nel mercato del lavoro nel 2015 secondo la Banca Mondiale, una mancata inclusione e mantenimento in improduttività che genera perdite economiche annue pari a circa il 7% del pil, il 17% dei rom vive in ghetti etnici.

In Serbia, nel periodo 2002-2011 la popolazione è diminuita da 7 milioni e 498mila unità a 7 milioni e 186mila. Nel dettaglio, la componente serba è passata da 6 milioni e 212mila unità a 5 milioni e 988mila, mentre quella rom è aumentata da 108mila a 147mila. Anche in questo caso, il numero dei rom potrebbe essere verosimilmente maggiore del censito, e compreso fra 400mila e 800mila (2012) secondo la Divisione Rom e Nomadi del Consiglio d’Europa. La comunità rom nazionale sperimenta gravi problemi di discriminazione, esclusione dal mercato del lavoro, analfabetismo e ghettizzazione. Nel 2015 il tasso di disoccupazione tra i rom serbi era del 60%, un quinto dei bambini rom aveva frequentato solo l’asilo, solo l’8% dei rom aveva terminato la scuola secondaria, il tasso di abbandono scolastico dei rom nella scuola primaria era fra il 70% ed il 90%, e due terzi dei rom vivevano in comunità e insediamenti aventi scarso o nullo accesso alla rete idrica ed elettrica.

Altri dati interessanti e aggiornati sulla situazione dei rom serbi provengono dal Project Finally del 2013 delle ricercatrici Ana Popović e Jelena Stanković: l’80% dei rom è completamente o funzionalmente analfabeta, e il tasso di fecondità è di 5,32 figli per donna, con un importante 7,9% di donne rom con 11 o più figli. Nonostante l’assenza di proiezioni demografiche sulla Serbia, da una rapida e semplice comparazione dell’ampio divario tra i tassi di fecondità di rom (5,32 figli per donna) e autoctoni (1,46 figli per donna nel 2015, secondo la Banca Mondiale), emerge anche in questo caso uno scenario di cambiamento etnico nel prossimo futuro con tassi simili, se non maggiori, a quelli di Bulgaria e Romania.

Quindi, fra il 2040 ed il 2060 in Romania, Bulgaria, Ungheria, Serbia e Slovacchia i rom si trasformeranno nel gruppo etnico maggioritario a detrimento degli autoctoni; una rivoluzione demografica che già oggi presenta i semi dello squilibrio e del conflitto, alla luce delle condizioni di sottosviluppo cronico, segregazione spaziale e sociale, povertà endemica e analfabetismo in cui questa minoranza è costretta, sia per forze maggiori che per nolontà di cambiamento e reale integrazione. I programmi d’inclusione sociale, anche sovvenzionati con fondi comunitari, non hanno sortito gli effetti desiderati e i rom continuano a vivere in condizioni di disagio ed indigenza, in quartieri-ghetto spesso privi dei servizi basilari, elementi che spiegano in parte la propensione ad un’elevata natalità e al coinvolgimento in attività illegali. Si tratta di un circolo vizioso di sottosviluppo, esclusione sociale ed antiziganismo che si autoalimenta e che in assenza di visioni lungimiranti è destinato ad aggravare l’inevitabile rivoluzione etnica.

La sfida principale in questi paesi sarà la trasformazione dei rom da cittadini improduttivi a cittadini produttivi, pienamente integrati nel mercato del lavoro e nella società, alla luce della necessità di colmare il divario nelle entrate contributive legato alla denatalità e all’invecchiamento della popolazione fra gli autoctoni che rischia di innescare l’implosione dei sistemi previdenziali e, in esteso, il fallimento degli Stati. Alcuni esperimenti originali oggi in atto, come il Corpo d’Autogoverno Rom in Ungheria, potrebbero essere tradotti secondo le peculiarità nazionali per ovviare al fallimento dei programmi fino ad oggi attuati. Zoltán Balog, ministro delle risorse umane durante il governo Orban III, ha suggerito di attuare una serie di investimenti pubblici in occupazione nelle comunità a maggioranza rom, affiancati da investimenti in formazione professionale ed educativa, per aumentare il numero dei rom titolari di diplomi e lauree.

Oltre agli investimenti in occupazione ed integrazione, sarà molto importante investire anche nell’educazione e nella creazione di una cultura sessuale capace di ridurre il tasso elevato di malattie sessualmente trasmissibili fra i rom e di permettere la pianificazione della genitorialità adeguata alle potenzialità di crescita e sviluppo dei paesi. A tal proposito, gli studi sulla cultura sessuale e sui comportamenti riproduttivi di M. Semerdjieva, N. Mateva, I. Dimitrov, I. Popov, I. Khristova, e S. Stoikov effettuati sulla comunità rom bulgara, ma considerabili generalmente validi per larga parte delle realtà rom europee, potrebbero essere utilizzati come punto di partenza per la formulazione di politiche adattabili alle specificità rom.

I principali risultati di questi studi mostrano infatti l’importanza degli investimenti in cultura ed istruzione: il 57,3% delle donne rom bulgare ha avuto il primo figlio fra i 15 e i 17 anni, il 78% non utilizza alcun contraccettivo, solo il 12% ha una qualche conoscenza sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, l’età media del matrimonio è 15 anni, e nel 54% dei casi la gravidanza non è stata pianificata ma viene comunque portata a termine per ragioni culturali. Le dinamiche di crescita e sviluppo future nei Balcani dipenderanno dal modo in cui le comunità rom saranno integrate o meno nell’economia e nella società, perché continuare ad ignorare un cambiamento inevitabile esacerberà ulteriormente una situazione già precaria e conflittuale.

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