Usa, l’accusa di Trump dopo il crollo di Wall Street: “La Federal Reserve è impazzita”

dal sito di https://www.repubblica.it/

Il presidente attacca la banca centrale per l’aumento dei tassi d’interesse e il nuovo capo da lui stesso nominato

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

NEW YORK – “La Federal Reserve è impazzita”. Con queste parole Donald Trump attacca la banca centrale, di cui ha nominato lui stesso il nuovo presidente, incolpandola per il crollo di Wall Street. Nel mezzo del “doppio shock” – climatico e finanziario – tra l’uragano che si abbatte sulla Florida e la turbolenza che colpisce i mercati, il presidente degli Stati Uniti si scatena in un attacco senza precedenti contro una delle istituzioni più rispettate. Non importa che l’attuale presidente della Fed, Jerome Powell, lo abbia scelto lui. “E’ troppo severa”, dice Trump riferendosi all’aumento dei tassi d’interesse da parte della banca centrale, una delle cause scatenanti della caduta degli indici in questo “giovedì nero” per le azioni e per i bond. E’ consuetudine che i presidenti americani non commentino quel che fa la banca centrale, ma Trump ha già calpestato molte regole del galateo istituzionale da quando è alla Casa Bianca.

La Cina e i tassi spiegano la grande paura di Wall Street, che ieri ha subito una pesante caduta, soprattutto per i titoli tecnologici ipervalutati: meno 831 punti il Dow Jones, meno 4% il Nasdaq. Sui rapporti Usa-Cina, così come sul costo del denaro, si sta chiudendo un’epoca. Gli investitori sanno che se ne apre una molto più difficile. L’adattamento rischia di essere traumatico. La transizione può includere degli shock globali. Per capire la gravità della “questione cinese” bisogna andarsi a rileggere il discorso che il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, fece una settimana fa allo Hudson Institute di Washington. Segnalava il più grave deterioramento nei rapporti tra le due superpotenze dall’anno 1972, quando il summit Nixon-Mao aprì il disgelo. Rischia di chiudersi sotto i nostri occhi un’epoca di cooperazione tra le due superpotenze mondiali durata 46 anni.

E non è solo colpa di Donald Trump, anzi. Per certi aspetti questo presidente ha forzato la mano e accelerato i tempi di una resa dei conti che era inevitabile. Non solo commerciale ma politica e militare. Lo storico Graham Allison di Harvard, citando la guerra del Peloponneso, ha messo in guardia sulla “trappola di Tucidide”, ovvero il rischio che una potenza in ascesa e una declinante finiscano per considerare inevitabile la guerra, o qualche forma di conflitto “risolutivo”: anche economico-finanziario, o cyber-digitale. Xi Jinpingama citare quella metafora sull’antica Grecia; ma lui ha contribuito più di chiunque altro a far precipitare gli eventi.

Xi è stato un modello monumentale di leader nazionalpopulista, sovranista, protezionista e xenofobo, molto prima che Trump comparisse all’orizzonte. L’espansionismo militare cinese ha messo in allarme giapponesi coreani e vietnamiti ancora prima degli americani. Tutto si sta coagulando, adesso che la guerra commerciale comincia a mordere sull’economia cinese. Il Fondo monetario internazionale vede un rallentamento della crescita in ambedue le economie leader del pianeta, l’americana e la cinese. Nel caso di Pechino si aggiunge la mina vagante del debito pubblico pari al 300% del Pil; più tutto il debito che Xi esporta forzatamente nei paesi emergenti con le sue Nuove Vie della Seta. Quel titanico insieme di investimenti infrastrutturali ha dei costi enormi; i paesi che accolgono le “offerte” cinesi di costruire autostrade e ferrovie, porti e aeroporti, linee telecom e centrali elettriche, diventano debitori di Pechino a condizioni opache. Di colpo il Pakistan si è scoperto insolvente ed è corso a chiedere il salvataggio del Fmi; tuttora s’ignora l’ammontare dei suoi debiti, prevalentemente verso la Repubblica Popolare.

A questo si aggiunge la fine annunciata del denaro facile. La terapia della Federal Reserve che consentì l’uscita dalla crisi del 2008 aveva inondato il pianeta di dollari a buon mercato, credito a tassi ridotti. Da tempo è cominciata l’inversione di tendenza, i tassi salgono, la marea di dollari si prosciuga. Chi si era indebitato in dollari è nei guai. Chi ha grossi portafogli d’investimenti in bond, titoli a reddito fisso, sta vedendo svalutarsi a vista d’occhio il capitale (quando i rendimenti salgono, perdono valore i bond pre-esistenti). Non c’è nulla di improvviso, questa nuova epoca era stata preannunciata con largo anticipo. Ma non tutti avevano voluto capire. Anche l’ipersensibilità dello spread italiano, oltre che alla politica interna, è legato a questo quadro internazionale.

A trascinare la caduta di Wall Street sono state le azioni dei Padroni della Rete. Una terza componente dunque è la bolla speculativa dell’economia digitale, che aveva raggiunto quotazioni “trilionarie” in poco tempo. I giganti delle tecnologie, adulati e adorati a lungo, occupano un incrocio nevralgico nella crisi Usa-Cina. E come turbo-titoli, iper-diffusi e ultra-valutati, sono i primi della lista.

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