Rischi jihadisti e traffici illeciti. Perché la sicurezza nazionale inizia dai porti

dal blog https://formiche.net

 Stefano Vespa

Contrabbando di sigarette, traffico di stupefacenti e infiltrazioni di immigrati irregolari con possibili presenze di terroristi. Ecco cosa emerge dal report su “Traffici illeciti e infiltrazioni jihadiste nei porti italiani” presentato dall’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale

I traffici illeciti via mare non sono certo una novità e nella lotta alla criminalità organizzata e alle organizzazioni terroristiche un sempre maggiore controllo nei porti italiani diventa una priorità. Un aggiornamento della situazione e alcuni spunti vengono dal report su “Traffici illeciti e infiltrazioni jihadiste nei porti italiani” presentato dall’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale: contrabbando di sigarette, traffico di stupefacenti e infiltrazioni di immigrati irregolari con possibili presenze di terroristi.

I RISCHI JIHADISTI

Le infiltrazioni di immigrati clandestini a bordo di tir su navi cargo e container sono diffuse, anche se con numeri molto ridotti rispetto ad altre tratte. Si tratta di iraniani, iracheni, afghani, pakistani e siriani che provengono da Albania, Turchia e Grecia. Il vero timore, naturalmente, è che tra di loro si possano nascondere jihadisti e in particolare foreign fighter di ritorno dai teatri di guerra. Michele Del Prete, magistrato della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, nel confermare che in tutti i porti utilizzati dalle organizzazioni criminali c’è una rete di sostegno anche se non necessariamente facente parte delle organizzazioni stesse, ha sottolineato che un porto è potenzialmente un obiettivo privilegiato per i terroristi considerando le migliaia di persone che ogni nave da crociera può trasportare ed è inevitabile che il controllo dei bagagli, su qualunque imbarcazione, non possa essere stringente come è ormai negli aeroporti dopo l’11 settembre.

TRAFFICO DI SIGARETTE E DROGA

Il contrabbando di tabacchi tradizionalmente colpisce di più la fascia adriatica provenendo soprattutto da Albania e Grecia mentre ben altro volume di affari presenta il traffico di cocaina monopolizzato dalla ‘ndrangheta per i contatti con i cartelli sudamericani. Confermata l’importanza del porto di Gioia Tauro, da tempo le cosche calabresi utilizzano anche Livorno, Genova, Vado Ligure e La Spezia per la maggiore vicinanza con i “mercati” del Nord Italia e dell’Europa. I porti di Brindisi, Bari e Trieste sono quelli più utilizzati per il traffico di eroina che arriva da Afghanistan, Pakistan e Iran attraverso Turchia e Albania mentre il traffico di marijuana ha come obiettivo Civitavecchia, Genova e Bari con navi cargo e navi passeggeri perché i carichi provengono sia dal Nord Africa che dai Balcani. Infine, l’hashish arriva sul territorio italiano dai porti di Genova e di Civitavecchia.

GLI OBIETTIVI

La cooperazione transfrontaliera funziona con diversi Stati che sono punti di transito o di partenza e si collabora con Grecia, Turchia, Albania, Marocco, Sud America. Funziona anche la collaborazione tra Guardia di Finanza e Agenzia delle dogane, anche se nel rapporto si evidenzia la mancanza di norme di coordinamento efficaci che talvolta avrebbe creato problemi nelle operazioni. Inoltre non esiste una banca dati utilizzabile da tutti i soggetti che complica la tracciabilità di quanto avviene nei porti. Serve certamente investire in uomini e mezzi: aumentare il numero di scanner fissi aiuterebbe a migliorare i controlli, anche in funzione anti immigrazione e anti terrorismo, senza ostacolare le altre procedure e dunque in tempi rapidi. La conclusione è che serve aumentare la sicurezza purché non vada a discapito del commercio e dunque dell’economia.

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