Chi è il Grande Malato del Commercio Mondiale?

dal blog http://sakeritalia.it/

La crescita dell’interconnessione fra le varie economie del pianeta nota come globalizzazione potrebbe essere arrivata al traguardo, e non mancano segnali che il processo sia, anzi, sul punto di invertirsi. Se questo fosse vero, in tutto o in parte, sarebbe molto utile “fare il punto” esaminando i rapporti di debito e credito che intercorrono fra le maggiori economie mondiali alla vigilia di una svolta tanto importante.

Tale rapporto è espresso da un indicatore, chiamato bilancia dei pagamenti, che registra le posizioni commerciali, di capitale e  finanziarie di un determinato paese con l’estero. Per necessaria semplificazione è meglio limitare la nostra analisi ai rapporti commerciali tra Stati, che esamineremo riportando i grafici con i dati di quella parte della bilancia dei pagamenti che si chiama “partite correnti”.

Questo indicatore misura l’export e l’import di un determinato paese (merci, la categoria solitamente più rilevante delle partite correnti), il settore dei servizi (finanziari, assicurativi, di marketing/comunicazione/turistici per citare i più importanti), i redditi (lo stipendio lordo dei lavoratori residenti nel paese ma che lavorano all’ estero meno quelli residenti all’ estero che lavorano nel paese, oltre agli interessi/dividendi degli investimenti sempre secondo il medesimo criterio) e infine eventuali trasferimenti (le rimesse degli emigrati dall’estero meno quelle degli immigrati verso il paese di residenza, oppure eventuali trasferimenti verso organismi nazionali o sovranazionali tipo aiuti allo sviluppo o trasferimento da e verso l’UE). Quali sono, dunque, i paesi che hanno i più grandi surplus delle partite correnti e quali sono, al contrario, quelli con i maggiori deficit?  Vediamo:

Chi troviamo fra i maggiori creditori? Prima di tutto le tigri asiatiche (Cina,Giappone,Corea del Sud, Taiwan, Thailandia), col contorno dei micro entità finanziarie dell’area (Macao, Hong Kong e Singapore). Altro blocco di paesi in surplus (e quindi, con un minimo di approssimazione, di grandi esportatori o potenze finanziarie)  è quello che gravita in orbita tedesca, Germania ovviamente in primis e scandinavi, con il contorno delle 2 corazzate finanziarie europee, Svizzera e Irlanda. Eccellente il posizionamento italiano e spagnolo.

Chi sono invece gli “spendaccioni” , coloro i quali vivono “al di sopra dei propri mezzi”, perlomeno in questa parte basica dei rapporti commerciali con l’estero, ruolo che i liberisti spesso assegnano ai famigerati “pigs” mediterranei? Innanzitutto le tre potenze anglosassoni: USA, Gran Bretagna e Canada con Australia comunque nei primi 10. Poi molti dei paesi con difficoltà finanziarie recenti (Turchia, Brasile, Sudafrica, Argentina), segno che questo indicatore è un buon termometro non tanto del benessere di un paese (e poi spiegheremo perché) ma sicuramente del rischio di crisi finanziarie. Infine, unico paese europeo di peso, la Francia. Chissà perché le “ricette di austerità” non vengono mai consigliate a questi paesi. Chissà come mai le spiegazioni antropologico/culturali dal sapore vagamente razzista (meridionali pigri, sfaccendati, corrotti…) non vengono mai applicate alle culle calviniste del capitalismo.

Eppure il rischio è tutt’altro che inesistente. Entriamo nel dettaglio ed esaminiamo alcuni paesi “interessanti” a vario titolo, analizzando l’evoluzione storica di questo indicatore.

La Germania, come abbiamo visto, è la vera e propria corazzata del surplus sull’estero. In difficoltà negli anni post riunificazione (dove finisce anche in leggero deficit) si riprende benissimo dopo il 2000 con l’introduzione dell’ euro, fino a raggiungere surplus dell’8% del PIL. Penso il grafico parli da solo molto meglio di tante argomentazioni culturalmente subalterne di una Germania immanentemente efficiente e “vincente” in quanto nordica.

Altro paese (piccolo) ma interessante è  l’Ungheria. Dai deficit anche robusti del ventennio post comunista passa, dopo la crisi del 2008, in surplus, fino ad arrivare a dei massimi del 5% del PIL per poi discendere leggermente data la crescita della domanda interna avvenuta negli ultimissimi anni. I nudi dati ci raccontano un modello non certo  “alternativo” a quello europeo made in Germany, con buona pace stavolta dei sovranisti e di chi vorrebbe una contrapposizione “di sistema” fra Ungheria e Centro Europa: l’integrazione dell’Ungheria nel modello tedesco è molto più radicata di quanto le polemiche tra Orban ed Unione Europea, tutte culturali, vorrebbero far pensare.

Ed eccoci finalmente all’ Italia. Il grafico ci mostra tre cose. Il balzo 1992/1996 quando siamo usciti dallo SME e il crollo progressivo ma inevitabile dal 1996 al 2012 quando ci siamo rientrati (addirittura consolidando il sistema nell’ euro). Anche qui ogni considerazione è superflua. La mistica dell’euro “che ci protegge” non trova riscontro in questi dati, anzi. Comunque dopo il 2012 ci siamo ripresi e cosa possiamo desumere, da ciò? Che Monti ed i suoi sostenitori avessero ragione? Non esattamente. Quella salita è il risultato della distruzione della domanda interna (quindi del nostro tenore di vita) e anche di una certa resilienza della manifattura italiana che, sebbene monca della grande industria statale distrutta nella furia iconoclasta delle privatizzazioni anni ’90, è riuscita in parte ad adattarsi al nuovo panorama internazionale. Deflazione salariale e compressione dei consumi hanno devastato sia le classi popolari che il tessuto commerciale e artigianale dedito alla domanda interna. Altro che “fardello del debito”: il vero fardello è stata la moneta e il modello neoliberista, che ha fatto pagare a classi subordinate e piccola borghesia interna la ristrutturazione industriale del nostro paese.

Passando ai cugini d’oltralpe la situazione, dal punto di vista dei conti esteri è meno rosea. Anche a loro la moneta unica non sembra avere fatto bene. Ha sicuramente favorito le incursioni finanziarie della loro iper-borghesia nel belpaese (tutte da verificare negli esiti) ma ha rovinato la loro bilancia delle partite correnti, ora in leggero ma stagnante deficit. Non avendo subito il massacro sociale di Monti (che anche Macron sembra in parte incapace di portare a termine) i Francesi sono il possibile ventre molle europeo della prossima crisi finanziaria. Se non vogliono seguire le tracce dell’ Italia o, in forma estrema, quelle della Grecia, dovrebbero però guardare un po’ di più a sud e di meno ad est. D’altronde, storicamente, la Germania non è che abbia lasciato questi bei ricordi nell’esagono.

La Cina è accusata ricorsivamente e da più parti (in primis l’Amministrazione Trump, ma fino a qualche anno fa era il bersaglio preferito dei leghisti) di concorrenza sleale e di avere distrutto la manifattura europea. Sicuramente la delocalizzazione cinese ha avuto un peso (e d’altronde è ridicolo e ipocrita accusarli di avere usato i mezzi del capitalismo per uscire dalla povertà e dalla subalternità in cui la crisi imperiale e le politiche coloniali li avevano cacciati per 2 secoli quasi) ma è interessante notare come dal super surplus del 2006/2007 la Cina si stia stabilizzando e sia ora in zona 2 (come l’Italia) avendo aumentato in modo enorme la domanda interna. Qui forse la vera domanda da farsi è  chi ha beneficiato e beneficia sia del lavoro a basso costo che di mercati enormi? Nonostante questo riequilibrio comunque vi è un enorme partner del commercio cinese in grande sofferenza:

Ed eccoci arrivati a quelli che davvero “vivono sopra le loro possibilità”. Anche senza considerare la parte finanziaria (che magari analizzeremo un’altra volta) gli Stati Uniti sono passati da grandi creditori, fabbrica del mondo e fornitori di servizi degli anni 60 a grandi debitori. Toccarono il meno 6% del PIL  prima della crisi del 2008 e continuano a ondeggiare sotto i 2% di deficit. Difficilmente potranno continuare a lungo senza ripercussioni.

In conclusione dall’esame dei dati emerge una realtà sfaccettata e diversa da quella narrata dai grandi gruppi mediatici. Una realtà in cui si trova, ad esempio, un’area mediterranea più resiliente di quanto non si penserebbe leggendo i fondi del Sole 24Ore. E poi, certo, un blocco centrale europeo con un surplus eccessivo, ma anche una Francia a rischio (rischio mai menzionato). Il dato più impressionante è comunque il confronto fra una Cina più equilibrata di quanto pensiamo e uno squilibrio stars and stripes ormai difficilmente gestibile.

Chiaramente sono dati da prendere cum grano salis (ad esempio quel surplus irlandese fatto di sedi europee di big corp, una vera e propria vergogna fiscale, che sarà ben poco d’aiuto in caso di crisi con capitali che tornano ai paesi di provenienza), e da leggere tenendo conto, come abbiamo detto all’inizio, che ci troviamo in prossimità di una crisi finanziaria che potrebbe sconvolgere il commercio estero e mostrare l’importanza della bistrattata e sottovalutata domanda interna e del ruolo dello Stato nell’economia. In ogni caso indicatori che ci rivelano una realtà leggermente diversa da quella rappresentata a reti unificate da quanti sostengono che gli unici “malati” bisognosi di cure a suon di “rigore” siamo sempre e solo noi.

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Articolo di Amos Pozzi per Saker Italia del 6 novembre 2018

 

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