Google, Facebook, Amazon e non solo. Ecco perché Congresso e Trump vogliono picchiare sulla Silicon Valley (ma il Pentagono no)


di Fabio Vanorio 

Che cosa si dice tra Congresso Usa, amministrazione Trump e Pentagono sui colossi della Silicon Valley come Google, Facebook, Amazon e non solo. L’analisi di Fabio Vanorio

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The Big Picture

Secondo il Washington Post, la maggioranza democratica entrante nella nuova House ed il Presidente Trump stanno inviando segnali univoci di un’imminente azione antitrust tendente a limitare l’espansione dell’influenza delle Big-Tech companies.

Rappresentanti del partito Democratico hanno dichiarato il sostegno ad un adeguamento della normativa antitrust in due recenti audizioni, poche settimane dopo che il Presidente Trump aveva affermato che la sua Amministrazione stava “osservando” i comportamenti di Facebook, Google e Amazon per valutare violazioni al regime concorrenziale.

Parallelamente all’aumento della pressione sul tema da parte del Congresso, la Federal Trade Commission (FTC), che condivide l’autorità per la tutela della concorrenza con il Dipartimento di Giustizia, sta pensando come attuare concretamente tale modernizzazione giuridica rispetto alle norme esistenti sulla protezione dei consumatori a fronte dello strapotere esercitato dall’industria tecnologica. In particolare, la FTC ha fatto trapelare che una revisione potrebbe includere il c.d. standard del “benessere del consumatore” (consumer welfare standard), finora evitato nel perseguire pratiche di monopolio a meno di prove di un concreto danno a carico dei consumatori.

Il Rappresentante alla House David N. Cicilline (D-Rhode Island), Presidente entrante del Judiciary Antitrust Subcommittee della House, ha dichiarato durante l’audizione del ceo di Google, Sundar Pichai, che è pronto a collaborare con la FTC per sviluppare una legislazione di contrasto alle attuali posizioni dominanti delle grandi aziende tecnologiche ed alle strategie finora da loro impiegate per discriminare i rivali commerciali. Detta collaborazione potrebbe concretizzarsi in una revisione della normativa antitrust che attribuisca alla FTC strumenti giuridici innovativi che la aiutino a fronteggiare la competizione anche nel comparto tecnologico.

Cicilline ha anche citato i comportanti non concorrenziali di Facebook, in particolare nei confronti del suo rivale Twitter, riferendosi alle rivelazioni nelle e-mail pubblicate dai legislatori britannici che hanno mostrato come i dirigenti di Facebook, tra cui Mark Zuckerberg, avevano deciso di limitare l’accesso di Twitter ai dati degli utenti di Facebook quando la società stava lanciando l’app video Vine.

Nel corso dell’audizione del ceo di Google, tra i Repubblicani il Rappresentante Bob Goodlatte (R-Virginia), presidente uscente del Judiciary Committee della House, si è anch’egli dichiarato favorevole alla revisione della normativa antitrust federale data la posizione indiscutibilmente dominante di Google, il cui controllo è superiore al 90% del mercato di ricerca. Ma Goodlatte si è spinto oltre auspicando che nella revisione sia considerata anche l’esistenza di un “conservative bias”, ossia di un pregiudizio anti-conservatore, nelle attività delle Big tech companies. Questa affermazione ha esacerbato proteste già esistenti dal lato conservatore per il solo prospettare una revisione della normativa antitrust. L’energica opposizione è pervenuta dai più prestigiosi think tank conservatori, tra cui il Cato Institute, la Free State Foundation, l’American Enterprise Institute, ed Americans for Prosperity, organizzazione dei fratelli David e Charles Koch.

Why it matters

Mentre finora è stata l’Unione Europea ad essere molto più aggressiva nella sua azione a tutela della concorrenza contro le Big Tech americane rispetto ai regolatori statunitensi, la posizione espressa da Cicilline apre ad un cambio di passo imminente da parte degli Stati Uniti in materia.

Durante l’audizione del ceo di Google, Cicilline ha pressato Pichai sulle presunte discriminazioni attuate da Google contro i suoi rivali commerciali attraverso i propri prodotti, un’accusa che il ceo di Google ha negato ma che negli ultimi anni e’ stata ricorrente. Già le autorità di regolamentazione dell’Ue, infatti, hanno imposto multe a Googleper aver declassato i suoi concorrenti nei suoi risultati di ricerca, dando allo stesso tempo un posizionamento preminente al proprio shopping service.

L’azione prospettata dai Democratici potrebbe trovare un alleato “inaspettato” in Trump, dato il suo rapporto conflittuale con i giganti della tecnologia, siano Google, Facebook o Jeff Bezos che per Trump è molto di piùdella sola Amazon. L’appoggio di Trump sarebbe importante poiché le posizioni di critica espresse da Goodlatte non sono rappresentative del GOP, il quale, invece, si oppone (come già visto relativamente ai think tanks di riferimento conservatore) in gran parte all’aumento della regolamentazione delle società tecnologiche.

Secondo un’analisi effettuata da The Atlantic, vi è un divario crescente di conoscenza tra i leaders a Washington D.C., per lo più giuristi e avvocati che vivono serie difficoltà nel comprendere i recenti progressi tecnologici, ed i leader nella Silicon Valley, per lo più ingegneri, matematici e fisici che cercano (con difficoltà) di seguire le dinamiche (non quantitative) della politica internazionale, del lobbying e dell’esercizio del potere.

In passato, i policy makers al Congresso riuscivano a seguire e comprendere l’essenza di nuove tecnologie poiché il ritmo dell’innovazione era più gestibile. Oggi, la digitalizzazione permea ogni momento della vita, la diffusione è capillare ed invasiva, l’Internet of Things (IoT) è alla base di ogni decisione personale e professionale, il mondo è pressocché interamente social, impossibile da contenere. La tradizionale analisi politica ed economica non è più sufficiente per contrastare potenze tecnologiche come Cina e Russia.

Chiudere questo divario è diventato un imperativo di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti per due motivi:

  1. La Silicon Valley è oggi territorio preferenziale per i finanziamenti cinesi. Secondo dati del Pentagono a gennaio 2018, negli ultimi sei anni investitori cinesi hanno partecipato al finanziamento di 51 società statunitensi operanti nell’Intelligenza artificiale, contribuendo alla raccolta di 700 milioni di dollari. Oltre a costruire una capacità innovativa propria, Pechino sta anche sfruttando l’expertise straniero per il proprio sviluppo. Traendo spunto da uno studio recente, giganti tecnologici cinesi come Baidu, Tencent e Didi Chuxing hanno aperto laboratori di Intelligenza artificiale nella Silicon Valley, ed avviato loro proprie startup. Come spiegato da Robert Kimmitt (già Vice Segretario al Tesoro nell’Amministrazione G.W. Bush), davanti al Financial Services Committee della House nel Dicembre 2017, nella fase di venture financing per le tech startups statunitensi la potenziale minaccia rappresentata da finanziatori stranieri non è un problema. Secondo Kimmitt, molti ceo operanti nella Silicon Valley non considerano (o non hanno presente) quanto il Committee on Foreign Investments of the United States (CFIUS) tenga in considerazione gli investimenti in startups e quanto problematiche inerenti la proprietà azionaria e la conseguente partecipazione nella governance possano facilmente far scattare una indagine sull’operazione (ed il conseguente blocco).
  2. Nell’ultimo anno, Google, citando preoccupazioni etiche, ha annullato sia l’apporto (fondamentale) dell’azienda a Project Maven, progetto di Intelligenza Artificiale del Pentagono, sia la propria disponibilità di avanzare offerte per il Progetto Joint Enterprise Defense Infrastructure (JEDI) da 10 miliardi di dollari relativo al cloud-computing del Dipartimento della Difesa statunitense. Nel contempo, Google ha abbracciato Pechino, aiutando il governo cinese a sviluppare un motore di ricerca più efficace (“Dragonfly Project”) nonostante le proteste dei gruppi per i diritti umani, dei politici americani e, più recentemente, anche dei propri dipendenti.

È il Pentagono, dunque, più che il Congresso (grazie anche alle lezioni apprese nel gestire il difficile rapporto con l’industria della Silicon Valley), che si sta ponendo in maniera costruttiva il problema di come chiudere questo divario di conoscenza e generazionale.

Dal 2016, al riguardo, è operativo un importante organismo creato dall’allora Segretario alla Difesa, Ash Carter, ossia il Defense Innovation Board (DIB). Il DIB, un advisory group(attualmente presieduto da Eric Schmidt, già Executive Chairman of Alphabet, società controllante Google), ha suggerito l’esigenza di “un programma di scambio e collaborazione con esperti nei settori dell’accademia e dell’industria” per rafforzare le capacita’ militari nel settore dell’Intelligenza Artificiale.

Il DIB ha pubblicato una serie di raccomandazioni che enfatizzano l’importanza dell’adozione di Intelligenza Artificiale (IA), Machine Learning (ML), e Deep Learning (DL), stressando il concetto che la superiorità tecnologica realizzata con l’IA è tanto importante quanto “nuclear weapons in the 1940s and with precision-guided weapons and stealth technology afterward.”

Al riguardo, il Pentagono ha già favorito l’apertura nella Silicon Valley (l’HQ è a Mountain View, California, il cuore della Silicon Valley) di un suo spinoffcommerciale della ricerca militare, la Defense Innovation Unit, acceleratore commerciale con il compito di aiutare il Pentagono ad accedere in maniera più rapida alle tecnologie emergenti, anche presenti in early-stage startups.

Alla fine, dunque, l’insegnamento è universale e senza confini: ciò che le persone conoscono e il modo in cui pensano è fondamentale per la difesa di un Paese tanto quanto i sistemi d’armamento impiegati.

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Fabio Vanorio è un dirigente in aspettativa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Attualmente vive a New York e si occupa di mercati finanziari, economia internazionale ed economia della sicurezza nazionale. È anche contributor dell’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli”.

DISCLAIMER: Tutte le opinioni espresse sono integralmente dell’autore e non riflettono alcuna posizione ufficiale riconducibile né al Governo italiano, né al Ministero degli Affari Esteri e per la Cooperazione Internazionale.

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