“Soprattutto, contro il contadino testone”

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Posted on 24/01/2019 by Miguel Martinez

Sto leggendo adesso (in inglese, ma esiste un’edizione italiana che non ho consultato) Il secolo ebraico di Yuri Slezkine, slavista russo residente negli Stati Uniti.

In fondo parla di se stesso, perché dedica il libro a una nonna cristiana perseguitata dai bolscevichi, diventata fedele cittadina sovietica; e anche all’altra nonna, ebrea e rivoluzionaria, diventata anticomunista.

Slezkine ci offre chiavi originali per capire le tragedie del Novecento, che non rientrano in nessun luogo comune, e riesce a cogliere i meccanismi sottostanti senza demonizzare nessuno.

Il suo libro è immenso, complesso e ricco di sfumature, per cui semplifico un po’, nel dire che divide l’umanità in apollinei (contadini, operai, stanziali, ma anche pastori nomadi, insomma tutti quelli che “fanno qualcosa di concreto”, come anche i loro aristocratici) e  mercuriali (che vengono e vanno, campano di espedienti, scambi, astuzie).

Mercurio, dio dei viaggiatori, dell’eloquenza, del commercio, dell’inganno, dei ladri, dei truffatori, dei bugiardi, della divinazione

Slezkine è il primo a notare una cosa fondamentale: l’affinità tra il ruolo storico degli ebrei (nella Polonia/Russia del Sette/Ottocento, poniamo) e minoranze analoghe e ben più numerose nel mondo: cinesi in Asia Orientale, mercanti e fabbri in Africa, cristiani d’Egitto con le loro farmacie,  zingari, che occupano saldamente nicchie economico-sociali di mediazione tra uno stato e l’altro.

I mestieri dei mercuriali variano:

il cambiavalute e il banchiere…

il violinista ai matrimoni…

il cristiano che vende vino al poeta musulmano Abu Nuwas nella taverna di Baghdad…

il mercante di schiavi (pensate a quanto gli zingari abbiano contribuito al commercio degli schiavi in Brasile)…

quello che ti fa uscire dalla malattia…

 quello che ruba denti d’oro nei cimiteri…

gli urtisti romani: il mestiere più mercuriale di tutti, che permette ai cristiani di non commettere simonia, vendendo oggetti sacri; e agli ebrei di scaricare ai cristiani la feccia idolatrica, e a tutti insieme di guadagnare scaricandosi addosso a vicenda l’impurità.

(gli esempi sono miei, non di Slezkine)

Slezkine sottolinea come il rapporto tra apollinei e mercuriali sia insieme complementare e conflittuale.

Il rapporto spontaneo tra esseri umani infatti non è commerciale:

io ti salvo dalla tigre dente di sciabola, e quando mi dici “grazie”, rispondo, “ma che scherzi, siamo amici!”

Tre anni dopo, tu salvi mio figlio che sta per annegare, e quando io provo a dirti grazie, rispondi, “ma di che?”

Quattro anni dopo, io ti incontro e ti ammazzo, perché mi hai guardato male

(storiella mia, non incolpate Slezkine)

Il rapporto tra apollinei e mercuriali è insieme necessario e conflittuale, perché viola questa regola spontanea.

Il contadino malesiano che si rivolge all’usuraio cinese, lo considera ipso facto un ladro; e lo stesso cinese deve disprezzare il malesiano, per poterlo costringere a pagargli gli interessi, che non chiederebbe invece a un altro cinese (almeno del suo stesso clan).

Ecco che i mercuriali creano un muro loro stessi per escludere gli apollinei e rafforzare la solidarietà interna, unico mezzo di sopravvivenza in un mondo in cui l’astuzia è tutta da una parte, e le armi dall’altra.

Lo zingaro ubriaco beve una bottiglia di birra dopo l’altra, poi le lancia nel cortile

Se ne sbatte della romnì furibonda, che gli grida, ‘ma potresti far male ai miei figlioli’

… e lui mi racconta…

della mahalla del Kosovoprima che gli albanesi la distruggessero e cacciassero nel mare gli zingari, dei suoi fabbri, ‘era una meraviglia’, poi mi dice:

‘Ascolta… c’è uno che passa la frontiera con un asino, e lo fermano, e perquisiscono l’asino, ma non trovano niente…

l’anno dopo, lui passa ancora la frontiera con un asino, e non trovano niente..

e ancora, e non trovano mai niente che non sia in regola…

anni e anni dopo, il doganiere che è in pensione chiede, ma, ‘dimmi adesso che non posso farti più niente, cosa contrabbandavi, che non sono mai riuscito a capire?

E quello: contrabbandavo asini!”

(avventura mia, assolvete Slezkine)

“Phirinì!”, potete tradurre, banalmente, come “furba!”

immaginatevi la mamma di cinque figli, che sa che uno morirà presto ammazzato, un altro annegato, un altro incarcerato, a uno gli andrà bene, e la quinta ha la disgrazia di essere femmina, con una  vita di botte e dolore davanti…

Eppure, è phirinì!

O Devla!

Tanti benintenzionati fanno fatica a capire che non siamo esattamente “noi che discriminiamo gli zingari”.

Sono gli zingari a dividere il mondo in zingari e gagè, ad avere problemi a mangiare assieme ai gagè, a ritenere (con mille sfumature e livelli) che il contatto fisico con i gagè contamini (ma anche spesso il contatto tra diversi clan e livelli di zingari).

Consiglio ai curiosi, Gypsy Law Romani Legal Traditions and Culture a cura di Weyrauch, che chiarisce che stiamo parlando di diritto e non semplicemente di “strane usanze”.

Eppure basterebbe riflettere per un momento (come ha fatto da qualche parte Ugo Bardi) sul fatto che le zingare sanno di essere poco amate, anzi temute, eppure si vestono clamorosamente da zingare.

Che non è nemmeno facile trovarli, quei vestiti:

“E’ arrivato il mercante delle gonne da Istanbul, dove puntano tutte le antenne del Campo, e c’era con lui uno che cantava, e se tu solo potessi capire le parole che diceva, piangeresti da morire!”

Precisazione: dico ‘zingari’ perché ‘rom’ non è sinonimo di zingaro. ‘Rom’ vuol dire maschio sposato, tipo ‘signore’, con accanto la sua ‘romnì’ o ‘signora’. Anzi, che io sappia, tra gli zingari esiste una parola ben precisa per definire gli altri, ma nessuna per definire se stessi.

Onore allo Zio Bechir, – ‘O daio becìri!

Non so cosa avesse – la sindrome di Down? – arrivato clandestino in Italia su una barchetta, e mi parlava sempre a raffica in gadzhokanè, nella lingua dei gadzhè. E cioè in serbo. E poi è morto, e mi manca.

Ma è esattamente questo muro che permette agli zingari di non diventare dei clochard, frammenti insensati di umanità collassata, a morire sui bordi delle strade.

Questi muri sono mentali e linguistici: il Romané ha una base indiana, ma è una lingua voluta, costruita, per non essere la stessa dei gagè; e Slezkine nota come anche lo Yiddish, sebbene a base tedesca, fosse una lingua arbitraria, che permetteva a un popolo sacro di distinguersi.

Come la lingua, anche la visione dell’altro è in funzione di separazione: il contadino russo è ubriacone, passionale, stupido, sporco e violento, l’ebreo è intelligente, giudizioso, pulito e morigerato.

Oppure, se preferite, il contadino russo dice pane al pane e vino al vino, lavora con le mani, mentre l’ebreo è chiuso, segreto, ingannatore, incapace di autentici sentimenti, privo di amore per i luoghi, fa un profitto che è sempre percepito come un furto, e poi se ne va.

Considerazioni analoghe, ovviamente, separano il contadino tailandese dal mercante cinese.

Slezkine poi dice che questo teso equilibrio è saltato quando la rivoluzione industriale ha trasformato gli apollinei in mercuriali – siamo tutti migranti, scolarizzati, con mestieri che mutano continuamente, che campano di astuzie:  e ci proteggiamo, o alla maniera “ebraica” diventando un “popolo sacro” (e quindi inventando il nazionalismo) oppure alla maniera “protestante”, vincolandoci ad astratte leggi.

E’ quando tutti diventano mercuriali, che esplode lo scontro.

I mercuriali non hanno più un motivo particolare per esistere come tali; ma anche gli apollinei hanno perso ciò che li rendeva orgogliosi, entrambi si devono reinventare.

I mercuriali, con le loro abilità accumulate e le loro reti familiari, dilagano ovunque, occupando gli spazi economici, culturali e politici, a discapito degli apollinei infuriati; ma entrambi hanno perso la propria bussola, perché competono sullo stesso terreno.

E gli stessi mercuriali sono costretti a reinventarsi come apollinei: nazionalisti tedeschi o russi; rivoluzionari comunisti universalisti; inventori di un’Apollonia sionista.

I mercuriali non necessariamente barano, anzi hanno l’occhio fresco, di chi per la prima volta vede ciò che altri non hanno mai notato.

Isaac Levitan, nato e morto ebreo, è stato il più grande pittore di paesaggi russi

Ciascuna di queste scelte è carica di rischi straordinari, come dimostra la storia di Essad Bey, e qui divago, perché non ne parla Slezkine.

Di Essad Bey ho raccolto ad uno ad uno i libri, tanto diffusi negli anni Trenta, quanto introvabili oggi.

A suo dire di padre aristocratico russo e di madre rivoluzionaria azera, cantore in lingua tedesca di tutta l’immensa varietà umana e culturale che la rivoluzione bolscevica aveva cercato di annientare, con racconto su racconto, dove cogli che i fatti sono spesso inventati o esagerati, ma l’essenza è vera.

Essad Bey guarda il mondo che ha attorno e se ne innamora, una sensazione che capisco profondamente:

“Ho visto le grandi distese del sabbioso deserto arabo, ho visto i cavalieri, i loro burnus bianchi come la neve nel vento, ho visto il gregge del Profeta che pregava verso la Mecca, e volevo essere una sola cosa con questo muro, con questo deserto, con questa incomprensibile e intricata scrittura, uno con tutto l’Oriente islamico”

Fedele allo zar di cui aveva raccontato la vita e la morte, morì a Positano a trentasette anni. In piena guerra mondiale, scegliendo di stare quindi dalla parte sbagliata del fronte.

Solo in anni recenti, si è scoperto che Essad Bey in realtà si chiamava Lev Nussimbaum; la madre, ebrea quanto il padre, era morta suicida; ed Essad Bey è morto a sua volta di una rara malattia che colpisce solo gli ebrei ashkenaziti; ed era fuggito nell’Italia fascista, dalla Germania nazista.

Aveva amato i cosacchi, i pellegrini della Mecca, i montanari del Caucaso, come nemmeno loro amavano se stessi, eppure non era mai riuscito a essere uno di loro.

Ma citiamo direttamente Slezkine:

Gershon Shalom scriveva che “per molti ebrei, l’incontro con Friedrich Schiller contava più del loro incontro con i veri tedeschi”.

E chi erano i veri tedeschi?

Secondo Franz Rosenzweig, erano “il geometra, lo studente membro della confraternita goliardica, il piccolo burocrate, il contadino testone, il maestro di scuola pedante”. Se volevi essere un tedesco, dovevi farne parte, abbracciarli, diventare uno di loro – se ci riuscivi”.

Slezkine riassume l’esito finale, con la più sintetica descrizione del Novecento che io conosca:

“In Germania, il geometra, lo studente membro della confraternita goliardica, il piccolo burocrate, il contadino testone, il maestro di scuola pedante riuscirono a  reagire contro le impossibili imposizioni della modernità, identificandole con gli ebrei e organizzando il pogrom più brutale e meglio organizzato della storia;

in Russia, i figli dell’intelligentsia (molti di loro ebrei) si impossessarono del potere e riuscirono a portare a termine una visione senza compromessi del ‘modello francese’ conducendo l’attacco più brutale e meglio organizzato della storia contro  il geometra, lo studente membro della confraternita goliardica, il piccolo burocrate, il contadino testone. Sopratutto, contro il contadino testone.”

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