Emergenza climatica o emergenza ecologica?

È uno stratagemma semantico discutere fra: “emergenza climatica ed emergenza ecologica“?

Sono temi inflazionati in questi tempi, amplificati dai media internazionali, ma che spesso confondono le idee e creano semplificazione sia nel proporre la tematica, sia nelle soluzioni.

Una tematica culturale rilanciata dal movimento Friday For Future e proseguita sui media.

Non ne parlo in modo negativo intendiamoci, poco interessa la figura costruita a tavolino di Greta, sono argomenti da decenni, in vario modo, proprietà di movimenti ambientalisti che hanno qui avuto una accelerazione di comunicazione non solo fra i giovani cui serve dare elementi per fare un passo avanti in senso critico e costruttivo.

Nell’emergenza climatica conclamata, ci può stare, con lievi modifiche, lo “sviluppo del capitalismo” così come lo conosciamo nella sua storia recente sino alla sua deformazione moderna del capitale finanziario?  Chi parla di inquinamento solo perché fumi, tossicità, polveri sono portate in ogni dove dal vento non va alla radice del tema, la superficialità oggi è colpevole e usata dai partiti per depistare

Se il clima change deriva da” non attenzione” sul verde dei boschi, sulle fonti d’acqua, dalla mole di crescita mondiale della popolazione negli ultimi cento anni, dall’inquinamento atmosferico, dell’acqua e della terra, esiste una via di comportamento ecocompatibile con un capitalismo etico o illuminato? Ricordiamo uno per tutti il colosso di Microsoft dove all’interno ha condizioni di lavoro uniche e piacevoli, dove con i margini enormi di guadagno Bill Gates fa beneficienza tradotta da esperimenti sociali di conduzione in territori africani difficili, in medicina, in mille forme… 

Non è un caso che sia sostenuto da porzioni di cultura nostrana “Calendiana” o dei verdi alla Rutelli per cui l’economia segue l’etica del business prima di tutto nel suo continuo rinnovarsi per non cambiare. Quindi mercato innanzi a tutto, quella del PIL che deve crescere sopra ogni cosa, poco importa se fabbrico armi o uso chimica devastante per dare lavoro o uso l’acqua per agricoltura poco utile imposta da trattati UE o se continuo a produrre all’Ilva di Taranto in un territorio devastato ambientalmente con morti accertati e bambini deformi nati.

Vuol dire che chi interpreta l’ambiente come emergenza climatica è dentro un mondo in cui si può comunque vivere, che produce alterazioni, ma anche possibilità di sopravvivenza, basta declinare piccole modifiche personali o di gruppo, come pratica sociale. Da sempre il lavoro senza se e senza ma è il cavallo di battaglia di un sindacato succube che difende solo “privilegiati” (nel senso che il lavoro già lo hanno) o di una triste sinistra come metro di difesa sociale di stampo morale che in sintesi accetta ogni cosa.

Un pizzico di capacità alternativa, modelli di indirizzo diversi dalla media e l’emergenza climatica darà fastidio agli orsi cui si sciolgono i ghiacci ai poli, ma a cui si può resistere nell’occidente benestante almeno…… L’ambientalismo di moda non è radicale, non ha obiettivi a lungo termine se non il clima che va ricondotto nei termini vecchi, quasi fosse una iattura calamitosa capitata, ma di cui non si ha davvero idea delle cause, del come e dei “perché” di fondo esistono situazioni di produzione e sviluppo imposto. Tipico di chi mette in discussione la forma, non la sostanza di queste che sono le scelte del potere nazionale e globale.

Cominciare a parlare di chiudere fabbriche che producono morte o schifezze, di un modo diverso di dare reddito e agibilità sociale ambientale è indispensabile. Cominciare a pensare a grandi navi come dispensatori morte e lavoro possibile diversamente è indispensabile. Come pensare a città meno stressanti e pulite non è una chimera . Contrattare non ha senso, le alternative ci sono già oggi, ma è da ribaltare tutta l’impostazione.

Non serve scomodare Marx o altri pensatori, basta un attimo di attenzione al buon senso.

L’economia dalla post industrializzazione che ha bruciato in velocità ogni traguardo possibile dove in nome del profitto ogni aspetto è stato passato in secondaria importanza. Così dalla scelta di mobilità individuale su ruote, di sviluppo degli aerei e delle navi per persone e merci, all’uso privilegiato dell’energia fossile soprattutto ( anche con l’attuale degenerazione di uso della tecnica di fracking per la ricerca di fonti), con l’applicazione della chimica e soprattutto dei derivati dal petrolio (leggi plastica che oggi è dappertutto) si sono plasmati territori e continenti per rendere altamente remunerative intere regioni con agricoltura intensiva, con pesticidi e OGM e devastante per il terreno, quindi per l’intero ambiente uomini e animali compresi . Non sono solo specie animali che stanno scomparendo , si sono ridotte le possibilità di vita anche per il cambio climatico di milioni di persone, diventati nomadi invasori mentre la popolazione viaggia verso i 7 miliardi di abitanti.

L’inefficienza energetica della stragrande maggioranza degli edifici pubblici e privati oltre ad essere un peso economico per le bollette alle famiglie rimane evidente come richiesta continua oggettiva di quantità enormi di combustibili inquinanti (Petrolio, gas, carbone, ecc) buttati via letteralmente per produrre calore, energia o costruire dighe per usare acqua in territori dove l’acqua in sé era fonte di vita e diventa ambiente artificiale che esclude l’uomo (pensiamo a grandi dighe, alla modifica di fiumi, all’allagamento di regioni), per la mobilità in auto, navi, aerei. Che cos’è la democrazia se non abbiamo fonti rinnovabili e continue, se l’acqua non è pubblica e accessibile, mentre circa 800 milioni non ne hanno proprio e da questa dipendenza dipende la vita ?

C’è una vera emergenza ecologica in questo impatto fra struttura e infrastruttura delle varie nazioni e i conflitti interni e le condizioni sociali vissuti dalle popolazioni. Ciò che una volta era il lavoro, cioè fonte di sicurezza di vita oggi è un ostacolo per le condizioni di svolgimento in un mercato planetario dove l’aumento di merci e di possibilità tecnologiche non si traduce in benessere oggettivo. Così siamo il secolo dei nuovi schiavi economici creati da paghe da fame e condizioni di inquinamento i cui costi sono assorbiti pubblicamente mentre i profitti rimangono sempre più ristretti a poche persone.

È sufficiente esserne lontani, non informati e se compriamo una t-shirt di cotone a 2,5 euro al Decatlon in Italia cosa sappiamo di tutta la catena di disperati che l’ha resa possibile dall’altra parte del mondo in cui il lavoro come valore, è scomparso?

Cosi in breve scendere nello specifico dominato da PIL e finanza che in un ora bruciano risorse equivalenti al reddito per milioni di abitanti non è più accettabile se la disuguaglianza distributiva è la norma e anzi in certi casi diventa modello di emulazione, dove la politica se ne assume la responsabilità di continuità. I nuovi mercati dell’Africa o del Medio Oriente, fino alla Cina dove è “mercato” demolire navi, grandi strutture metalliche e opere dell’occidente degradate o dove inviare la plastica usata o i rifiuti, anch’essa come “merce di valore” per alzare il PIL e non ha benefici sul singolo reddito delle persone, anzi devasta la salute in quelle zone poiché non c’è neanche il tentativo di proteggerla.

Non si può prescindere dalla domanda di fondo: cosa produco e perché, dal suo impatto sociale e ambientale. Serve ripensare a come l’acqua, l’energia, la terra ritornano ad essere patrimonio sociale goduto e non prodotto di mercato.

 C’è un’ampia quota di lavoro che produce spreco, inquinamento, povertà attraverso migrazioni e guerre indotte, che non si può più tollerare.

La prima elementare azione deve essere quella di ripensare un equilibrio fra lavoro necessario e suo valore sociale, fra tempo di vita e diritto all’ozio (che significa tempo da dedicare ad attività scelte e piacevoli di cultura, arte, sport, ecc), fra territorio vivibile e popolazione presente, fra agricoltura biologica e salute alimentare a km zero. Ad esempio, piattaforme come quella della Maersk di Vado L. che come scopo hanno poi fare arrivare frutta e verdura dall’estero o merci cinesi a basso costo senza concorrenza e dirottano risorse che non ritornano sul territorio ma vanno a grandi aziende che non pagano neppure le tasse in Italia.

Un abitante che si inserisce bene nel suo territorio di origine ci rimane, non si muove di continuo per trovare lavoro spostandosi, lo difende per sé e per i figli. Siamo un mondo di imprese al 90% di piccole e medie dimensioni, ma governato dagli interessi di quel 10% di caimani predatori finanziari.

Un territorio i cui boschi e gli spazi verdi sono gestiti non lascia spazio a inquinamenti e devastazioni, anzi ne fa un elemento di vita collettiva.  Un cittadino solo, inserito in una comunità di anziani con autonomia costa relativamente poco, ottimizza relazioni e esperienza acquisita, fa volontariato utile. Si può continuare, non ho detto nulla di nuovo, ma aggiungere è ripetere il concetto, dobbiamo riappropriarsi dell’agibilità dell’ambiente in modo ecocompatibile.

A mio giudizio personale, il lavoro utile di chi pensa che la politica NON SIA QUELLA RAPPRESENTATA ATTUALMENTE DAI PARTITI è quella di trovare strumenti per parlarsi, riconoscersi, tessere rete dentro le mille piccole imprese etiche, di agricoltura e autoproduzione, di commercio equo, di solidarietà sociale e co-housing, di ricerca e tecnologia applicata, di arte, musica e teatro, di sport come conoscenza e ricchezza individuale, compresi movimenti e comitati su temi specifici  ambientali sparsi per l’Italia.

La nostra nazione è forse rappresentata in modo importante da quel 20-25 % che COSCIENTEMENTE non ha votato alle europee, oltre a quelli che hanno annullato la scheda (6 % -1 milione), perché non si sentiva rappresentata sia pur con ragioni diverse di fondo.

È LA QUOTA DI PERSONE ATTENTE E ATTIVE che non sta a piangersi addosso, cerca soluzioni di gruppo, si difende con attività di piccolo conto, ma di grande efficacia sociale, che cerca di tornare comunità ovunque.

C’è un mondo senza voce che deve imparare di nuovo a confrontarsi direttamente, che chiede udienza alle istituzioni perché vuol farsi rispettare con idee chiare sul tipo di ambiente, di economia e di società in cui intende vivere. Un mondo che parte dalla vita reale non dal mercato!

La crisi ecologica che come ho cercato di dire non è limitata solo a discariche e aspetti pur importanti della nostra esistenza, ma è la deriva di un’economia senza un domani letteralmente, scelta da grandi gruppi e dalla politica che ne rappresenta gli interessi orientando le risorse e le decisioni determinanti, perché insopportabile e insostenibile dall’ambiente inteso come insieme di persone, animali e biosfera. Va fermata e chiusa un’epoca.

Si può fare con un lento processo di formazione, culturale, di ri-abitudine al confronto positivo.

Non partiamo da zero, l’esperienza storica che è passata e vive in tanti movimenti e gruppi ha utilità sociale anche se spesso contradditoria per arrivare ad elaborare progetti e forme di aggregazione, che tengano conto della memoria e la superino con soluzioni innovative, aggreganti, efficaci.

Gatti Gianni

11/06/2019

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