La montagna è una attrazione fatale che riflette la politica sociale ?

Ho appena letto un libro che consiglio vivamente, regalo di un’amica cara:

Alpi Ribelli di Enrico Camanni (ed. Laterza)

Non è un testo usuale come altri mille di imprese alpinistiche o similari, ma parla di situazioni, di evoluzione fra montagne e persone che l’hanno popolata, condita di diverse storie documentate, di modi di vita passati e visioni del presente, cambiate nel tempo, con le ragioni di tutto ciò scandite nel racconto preciso senza retorica di circostanza. Ovviamente anche di storie documentate di arrampicate particolarmente appassionanti l’evoluzione dal primo ‘900 ad oggi, fra sfida individuale alla natura e a se stessi e velocità data anche dall’applicazione di tecnologia dei materiali (compreso un modo diverso di vivere la montagna).

Dall’avventura di Fra Dolcino (1300 circa) e dei suoi fedeli in quei del Piemonte di sabauda memoria, vittime di inflessibili, autoritari e violenti metodi inquisitori attraverso vescovi della chiesa cattolica che con mercenari svizzeri e ogni sopruso possibile ai tempi, dà la caccia a chi aveva un modo diverso di vivere la socialità e concepire la religione. Così è nata nell’intolleranza ideologico-temporale la comunità che oggi è nota come “Chiesa Valdese” evangelista protestante, sopravvissuta in territori sempre più alti e ostili per sfuggire a repressione e stragi epiche dove contadini si trasformavano in guerrieri capaci.

Prosegue con viaggio trasversale fra le Alpi fra storie di resistenza antifascista, di fatti tragici voluti in nome dello sviluppo, come il Vajont con il suo seguito politico di rapina sociale.

Storie di alpinisti, ma soprattutto con descrizioni di carattere e forme di antagonismo (Notav) che hanno per centro la montagna come luogo e…. non potrebbe essere altrove, quando il marchio della testarda resilienza si coniuga con il carattere tosto dei montanari.

Camanni non si limita al racconto, fa poesia delle parole, dando un valore aggiuntivo ai fatti documentati che esprime modi diversi di un mondo contrapposto alla città, allo sviluppo economico, alla concentrazione alienante.

Città dove la socialità della massificazione perseguita si esprime con una soglia di individualità lasciata a sé.

Non c’è soccorso per questa contrapposizione fra chi in montagna è abituato per vita reale o per passione da alpinista, solitario, silenzioso, rispettoso della natura, sognatore che si basta nel suo piccolo scopo contro la retorica sparsa di città dove scompare l’uomo e regna la massa informe senza pregio. I piccoli agglomerati di persone che erano abituati a aiutarsi, a sopportarsi, a garantirsi a vicenda, spalla a spalla in un’etica naturale sfociata nelle regole dei “masi” del trentino o dei territori “incedibili” delle valli piemontesi.

Risultati immagini per immagini di Desmaison alpinista

Una montagna fatta di piccoli grandi gesti di alpinismo eroico, perché fine a se stessi dove figure come Desmeson guida atipica sul Bianco salva due sconosciuti tedeschi rimasti imbottigliati in una scalata difficile e pericolosa dal maltempo, con la generosità normale di chi sente questa necessità vissuta anche come sfida a se stessi sempre prima di tutto, senza garanzie contro la burocrazia dei soccorsi della protezione civile e della “camarilla delle guide” e quindi mortali per chi dopo sei giorni attende in bivacco senza possibilità oggettive un aiuto.

Lo confesso, mi sono ritrovato in pieno in queste descrizioni perché da trent’anni a circa cinquanta ho trascorso la mia piccola esistenza anche come alpinista, non da abitante, ma da praticante nel tempo libero, così per caso attraverso amici. Senza particolari meriti sportivi proprio perché non era nel nostro modo di vivere la montagna, la gara era un processo, un gioco intimo ma dentro all’ambiente dei boschi, delle montagne, delle palestre di roccia, senza seguire guide cartacee, ma improvvisando, buttando il coraggio al di là del muro, con piccoli gruppi , godendo dell’ospitalità delle valli sperdute, dei prodotti tipici.

Fra tutte come non ricordare la trattoria di Arnaud ormai chiusa, dove con poche lire ti riempivano di cose buone fatte da loro, genuine che seguiva ad ogni arrampicata in alta valle d’Aosta, contorno di una fame insaziabile in compagnia dopo la fatica con zaini da 30 kg.

Ho pieno rispetto per il CAI che mi è stato utile insegnante dei primi rudimenti con corsi alla Rocca Sbarua nel pinerolese, ma subito dopo l’ho rigettato come organizzazione ideologica, politicamente controllata che ha permesso o almeno non si è opposto decisamente, con poche eccezioni per convenienza politica, all’affermazione delle colate di cemento, dei comprensori sciistici, della massificazione turistica per lo sviluppo del PIL in posti unici, snaturandoli in cambio di pochi rifugi permessi e finanziati con gestione.

Si è evoluto anche il concetto di chi va a scalare, basta leggere il libro di Bonatti in cui racconta la sua battaglia vinta al Dru (gruppo del Bianco) in solitaria a gennaio, con circa sei giorni di permanenza in parete con soluzioni al limite del suicidio, come espressione di un metodo di ricerca interiore che era anche la ricerca di un’emozione che solo quell’adrenalina può dare, affermazione del proprio modo di cercare e superare limiti in sé stesso. La morte era un contorno accettato

Chi ha fatto e fa queste cose, sa che il limite fra sfida e eutanasia cosciente è molto sottile e nel momento in cui attua quella pratica lo ha già superato.

Si potrebbe prendere in prestito il detto di Mc Luhan nella comunicazione: il messaggio è il medium, la scalata è la sintesi.

Chi va in montagna non ha secondi fini in genere e rischia del suo, lo fa per soddisfazione personale e anche come espressione personale.

Tutto diverso da chi va a far code alle sciovie e a prendere il sole in chalet esosi, un procedimento suggerito dai media sponsorizzati da grandi società nel turismo senza etica se non il mercato.

Il turismo di massa in una società con sovrappopolazione in aumento è una risposta insensata per ciechi, che di fatto spopola molti territori per affollarne pochi e che vanifica tutte le risorse che sono sempre state alla base della società dei montanari senza rispetto per l’ambiente e di chi lo abita.

Seggiovia, Sci Alpino, Sci

Quale mondo si nasconde dietro queste storie cancellate da quintali di polenta concia a caro prezzo, senza capire che è la morte di un territorio diventato inabitabile, dove la montagna è vista come motivo di business, come miniera di ricavi di un turismo sciatto senza futuro dove l’idea dell’esperienza “unica” è venduta a molti trasformando il territorio irrimediabilmente. Per realizzare quelle opere in condizioni difficili racchiude acque, controlla bacini, spreca quantità di energie in mille modi, crea stress distrugge luoghi di pace naturale.

Oggi vivo a Savona, vicino a Finale, palestra di calcare ideale che frequentavo, ma che ha nel mare l’altra faccia del “progresso esibito”, l’altra faccia della montagna.

Quante similitudini si potrebbero fare fra un mare di pescatori coraggiosi che pur con una vita difficile avevano scelto di campare “di mare” ed oggi con il pesce che manca dopo tutto un ecosistema devastato e la pesca industriale, è anch’esso senza futuro costretto a vivere con poche spiagge inondate di folle, con enormi navi che vanno e vengono a portare merci che non servono e moltitudini di turisti inebetiti su navi con pranzi continui e proposte di divertimento e gioco , irrorando di fumi i porti.

Risultati immagini per immagini di pescherecci in azione sul mare

Speculari le due diverse storie con tanti aspetti comuni, perché alla fine l’uomo decide come sacrificare sé stesso consapevole solo di dover fare forzature alla natura, all’ambiente per creare guadagno ad una ristretta cerchia, mentre il quotidiano in paesi di montagna come in porti minori è di fatto una rottura di equilibri, di sopravvivenze, di storie comuni collettivi, sino ad entrare nell’intima coscienza personale della popolazione che ne trasforma i comportamenti.

La Chiesa non persegue più protestanti, ma continua con le sue 6.000 aziende e immenso patrimonio immobiliare ad influenzare la società economica dichiarandosi religione di fratellanza. Vero è che non si può semplificare, poiché va detto per amor di verità, c’è una quota importante di cattolici tolleranti che fanno dell’aiuto reciproco le fondamenta di un modo sociale di vivere e praticare la religione cristiana in cui vanno sempre distinti vertici di potere e persone partecipanti.

L’eroe della montagna è sostituito con carrozzoni tecnologici dalla politica che dà sicurezza, basta avere soldi per pagare questa forma di assicurazione perché finalizzata all’uso di massa di questi ambienti (l’elisoccorso arriva ma poi presenta il conto salato), le montagne sono diventate percorsi frequentati da folle con discarica incorporata, mentre i ghiacciai si sciolgono per l’aumento del sistema di sviluppo energivoro e sprezzante.

Il capitano Acab è sostituito da ONG e scafisti (spesso assassini) per trasportare disperati migranti in fuga da situazioni insostenibili, da guerre e anche furbetti in cerca di gloria. I pesci li mangiamo surgelati da allevamenti con antibiotici o pescati in mari inquinati di mercurio o da radiazioni nucleari e non c’è nulla degno di eroismo sul mare riempito di plastica con i pescatori costretti a rapinare le ultime buone pescate al limite territoriale libico a rischio di una pallottola o di confisca barche.

Fa piacere leggere libri come questo di Camanni perché nella vita reale quelle fotografie della storia sono sgranate e la psicologia di massa attraverso la comunicazione ha sostituito gli sforzi dell’individuo per godere dell’ambiente e della propria capacità filtrando la vita attraverso esperienze dirette. E’ utile ritornarne coscienti e consapevoli di che mondo, sia mare o montagna, vogliamo mantenere vivo.

Scalare montagne o vivere sul mare sono esperienze olistiche, che formano carattere, formano cultura, formano storia di individui che sono società. Come lo facciamo, se coscienti o no dipende da ognuno di noi.

Gianni Gatti

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