Italpizza, quando l’unità sindacale si fa nella lotta

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Simone Fana 24 Maggio 2019

Nel sito Italpizza di Modena, la solidarietà tra gli scioperanti e i lavoratori chiamati dall’azienda per sostituire i ribelli ha imposto il blocco della produzione, in un’inedita alleanza tra i sindacati di base e la Cgil

Alla periferia di Modena, nel cuore pulsante dell’economia italiana, la vertenza dei lavoratori e delle lavoratrici di Italpizza sta contribuendo a svelare la degradazione delle condizioni di lavoro e la crisi delle relazioni industriali in Emilia-Romagna e nel resto del paese. Dallo scorso ottobre i lavoratori e le lavoratrici iscritte al sindacato Si Cobas hanno avviato un ciclo di mobilitazioni per denunciare le condizioni di sfruttamento a cui sono sottoposti. Dalla reiterata violazione nell’applicazione dei contratti collettivi (i lavoratori che si occupano della farcitura delle pizze sono inquadrati con il contratto delle pulizie) a un’organizzazione del lavoro che impone turni massacranti in cambio di salari da fame.

A protestare sono i lavoratori e le lavoratrici in appalto, assunti da due cooperative, Evologica e Cofamo. Lo schema è comune ad altre realtà produttive del settore agro-alimentare: l’azienda committente, in questo caso Italpizza, utilizza lavoratori alle dipendenze di cooperative per abbattere il costo del lavoro e ottenere un potere illimitato nella gestione del ciclo di produzione. Nel sito di Italpizza solo una piccola parte dei lavoratori impiegati sono assunti dall’azienda committente (circa 50), la stragrande maggioranza (500) sono invece lavoratori in appalto alle dipendenze delle due cooperative. Gli alti profitti e la posizione di forza nel mercato dell’agro-alimentare sono l’esito di un modello di compressione salariale e di intensificazione dei ritmi di lavoro, con giornate che superano le 10 ore.

Un sistema che ha fatto scuola, assurto a modello di disciplinamento della forza lavoro, reclutata lungo le filiere del lavoro povero, spesso migrante e privo dei diritti di cittadinanza. Una condizione che riporta alla memoria la condizione dei braccianti nella Romagna del secondo Ottocento, raccontati con maestria da Valerio Evangelisti nella saga Il Sol dell’Avvenire. Come allora, anche oggi, i lavoratori e le lavoratrici hanno ripreso in mano il loro destino, organizzando un fronte di lotta che non conosce soste. Nel punto più basso della forza operaia, in cui tutto lasciava presagire la sconfitta, i lavoratori e le lavoratrici si sono riprese la scena, scrivendo un altro capitolo della lotta di classe di questo paese. Mercoledì scorso la solidarietà tra gli scioperanti e i lavoratori chiamati dall’azienda per sostituire i ribelli ha imposto il blocco della produzione. Il ricatto e le intimidazioni dei padroni hanno suscitato una reazione collettiva, alimentata da un sentimento di appartenenza che travalica i confini etnici, razziali e religiosi. Una classe operaia multietnica ha ripreso il testimone di una grande tradizione, che chi governa questa terra ha deciso di relegare nel mausoleo dei ricordi, isolando il passato dal futuro, in questo eterno presente.

La forza delle mobilitazioni è irrobustita dalla continuità delle lotte. Nelle ultime settimane gli scioperi si susseguono senza tregua, costringendo la proprietà di ItalPizza a richiedere costantemente l’intervento delle forze dell’ordine per placare le agitazioni. In un contesto di forte conflittualità le istituzioni locali e regionali sono rimaste silenti, lasciando spazio all’interventismo della questura che ha convocato svariati tavoli con l’obiettivo di normalizzare il conflitto. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’assenza dei vertici di Italpizza al tavolo convocato dal Ministero la scorsa settimana. Una vera e propria provocazione che racconta il senso di impunità di cui gode una parte del padronato italiano, nel vuoto di autorevolezza del personale politico locale e nazionale. Il rifiuto dell’azienda a intavolare una trattativa con le organizzazioni sindacali che hanno condotto le agitazioni di questi mesi ha rafforzato anziché indebolire il fronte di lotta. Non ha pesato il ricordo recente della sconfitta nella vertenza che ha visto protagonisti lavoratori in appalto dell’azienda Castelfrigo. Anche in quell’occasione il regime autoritario in fabbrica aveva incontrato la risposta degli operai, in presidio davanti allo stabilimento produttivo per mesi. Una vicenda su cui è piombato un silenzio inquietante, che si è deciso e voluto dimenticare, come un piccolo passo falso nella storia di progresso civile e democratico di questa terra.

L’unità sindacale nella crisi del modello emiliano

In un contesto segnato da un’aperta ostilità verso i lavoratori in sciopero, alimentato dagli accordi separati siglati da Cisl e Uil con la proprietà, il sindacato SI-Cobas ha trovato nella Flai-Filt e Filcams Cgil un alleato che rischia di spostare gli equilibri in campo. Un fatto inedito nel contesto delle relazioni sindacali italiane, spesso caratterizzate dall’ostilità esplicita tra i sindacati confederali e organizzazioni di base. Ci sarà da capire se questa alleanza potrà diventare un modello, per riempire di sostanza la retorica dell’unità sindacale, troppo spesso sventolata come feticcio per coprire il vuoto che separa classe e organizzazione, lavoro e rappresentanza. Ma questo lo vedremo più avanti. Oggi resta da capire perché proprio qui, nella frontiera del lavoro sfruttato, nei confini incerti tra legalità e illegalità si siano aperte prospettive nuove per l’azione sindacale.

Un fatto merita subito di essere raccontato. La vertenza Italpizza si colloca in una regione, l’Emilia-Romagna, in cui nel 2014 all’indomani del tracollo della partecipazione elettorale con l’elezione di Stefano Bonaccini a presidente della regione con il 37% di affluenza al voto, un accordo tra sindacati confederali e Confindustria provava a rimettere in piedi le fondamenta traballanti del Modello Emiliano. Il Patto per il lavoro provava a inserirsi in una storia collaudata, lineare, nata all’inizio degli anni Sessanta e fiorita nei decenni Settanta e Ottanta. Una storia di relazioni industriali solide dirette e organizzate dal governo guidato dal Pci. Un modello neo-corporativo, in cui la cooperazione tra le parti era garantita dagli alti tassi di crescita e dalla partecipazione del sindacato al processo di sviluppo. Il conflitto operaio che aveva segnato gli anni Cinquanta, iniziato con l’uccisione di sei operai modenesi dopo una manifestazione sindacale e culminato con la strage di Reggio Emilia nel 1960 (in cui vennero assassinati cinque operai) aveva segnato un’epoca e scosso le coscienze della società emiliana.

Il tempo nuovo doveva garantire pace e sviluppo, benessere e coesione sociale. Tanto inchiostro è stato consumato per celebrare il modello emiliano, la mitizzazione ha spesso tralasciato i conflitti e le crepe che si aprivano nei margini di un mercato del lavoro che restava segnato, anche in quegli anni, dalla proliferazione delle piccole imprese poco sindacalizzate e inclini alla svalutazione salariale. Tuttavia, non si può, con le giuste osservazioni critiche, nascondere il successo che quel modello ottenne tra generazioni di uomini e donne nate in terra emiliana. Ma l’Emilia Romagna degli anni Novanta e Duemila aveva già spezzato il legame con il passato. Lo specchio si era rotto per sempre. La solidità delle relazioni sindacali aveva lasciato il posto alla frammentazione dell’organizzazione del lavoro, alla rottura dei supporti sociali che avevano garantito la composizione degli interessi tra capitale e lavoro. In questo scenario prendono forma gli scioperi e le mobilitazioni del lavoro nei punti strategici dello sviluppo. Il settore agro-alimentare celebrato con i titoli dell’eccellenza emiliana è l’epicentro di una ristrutturazione che coinvolge i rapporti di forza nel mondo del lavoro. La competizione internazionale è stata usata come arma per decentrare la struttura d’impresa e scomporre il ciclo di produzione, distribuzione e consumo lungo filiere di appalti e subappalti, in cui le responsabilità dell’impresa si disperdono sino a scaricarsi sugli anelli deboli della catena. Il movimento cooperativo da forma alternativa allo sviluppo capitalistico viene rovesciato nel suo contrario, diventando strumento di controllo e sfruttamento. Il reclutamento della forza lavoro aggira i canali tradizionali e si serve di una fitta rete di agenzie private che forniscono lavoratori e lavoratrici per brevi periodi di tempo, scavalcando il ruolo di mediazione della rappresentanza sindacale.

In questa nuova configurazione dell’organizzazione del lavoro emerge una frattura tra la centralizzazione del sistema di relazioni industriali e il decentramento dei conflitti. Le organizzazioni sindacali perdono efficacia nel ristabilire un rapporto organico con una classe lavoratrice dispersa e restano impigliate in un assetto burocratizzato, distante da un corpo sociale spinto fuori dal perimetro del contratto. Un fenomeno che ha una portata strutturale, in linea con le modificazioni intervenute nell’organizzazione della produzione e che richiede quindi un cambio di assetto del sistema delle relazioni industriali. Una consapevolezza che sembra emergere proprio dentro la vertenza Italpizza, negli scarti che disegnano le nuove prospettive dell’unità sindacale. Unità che nasce nelle lotte e dalle lotte, nel rapporto conflittuale che si produce dentro l’organizzazione del lavoro e da lì ritrova la forza per spingersi in alto, nel governo della crisi. Basso e alto, in un rapporto dialettico che ricostruisce le basi della forza operaia laddove queste si danno, e poi tenta da lì di scalare i vertici del comando. Come tanto tempo fa, nell’alba del movimento operaio, quando nulla era compiuto e una strada nuova veniva battuta, contro istituzioni senza consenso e dentro i rapporti di potere che ne riproducono l’esistenza.

*Simone Fana si occupa di servizi per il lavoro e per la formazione professionale. Autore di Tempo Rubato (Imprimatur). Scrive di mercato del lavoro e relazioni industriali.

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