Il mito della “crescita verde” porterà al collasso ecologico

Dal blog https://www.ariannaeditrice.it/

di Francesco Panié – 30/08/2019

Fonte: La Stampa

Che la crescita infinita in una biosfera finita sia un controsenso, lo sappiamo dal 1972, quando un gruppo di giovani scienziati del Massachussets Institute of Technology ha pubblicato il rapporto I limiti dello sviluppo, spalancando un dibattito mondiale sull’ambiente. Tuttavia, è bastato fingere di accogliere i loro rilievi creando i concetti di “sviluppo sostenibile” e “crescita verde” per frenare la carica trasformativa di quell’allarme. Le istituzioni hanno riconosciuto i rischi ambientali della crescita a tutti i costi, consentendo però al sistema economico di non cambiare le sue logiche. Si è diffusa la narrazione in base alla quale, investendo in efficienza, il PIL potesse continuare a salire, mentre l’impatto climatico e ambientale della produzione sarebbe sceso. Tutto questo non è mai avvenuto e l’ultimo rapporto dello European Environmental Bureau (EEB), una rete di oltre 143 organizzazioni con sede in più di 30 Paesi, dimostra che nel futuro non ci sono segnali di un disaccoppiamento fra crescita economica ed impatto ambientale. Il team internazionale di ricercatori che ha lavorato per l’EEB ritiene prioritario non più aumentare, ma ridurre la produzione di beni e servizi, soprattutto nei paesi ricchi. L’efficienza è importante, ma più importante dev’essere la sufficienza. In parole povere, dobbiamo recuperare un senso del limite individuale e collettivo.
Il dossier apre una crepa nella narrazione granitica sulla “crescita verde”, abbattendo il pilastro del disaccoppiamento che la sorregge. Per comprendere quanto sarebbe radicale l’introduzione del concetto di sufficienza come faro del policymaking, basti pensare che – se gli esperti dell’EEB hanno ragione – tutte le politiche ambientali e climatiche andrebbero ripensate, così come le politiche economiche ad ogni livello. Le istituzioni internazionali e i governi dovrebbero indirizzare l’economia su binari ecologici, riducendo la scala della produzione, del commercio e dei consumi. Praticamente un’inversione a U dalla globalizzazione così come la conosciamo. Un’operazione estremamente difficile anche soltanto a livello semantico, dal momento che l’idea della “crescita verde” e della sua capacità di slacciare il progresso economico dal degrado ambientale ha innervato tutti i documenti di visione delle principali istituzioni mondiali negli ultimi vent’anni. Tutto è cominciato nel 2001, quando l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha sposato l’obiettivo del disaccoppiamento, poi divenuto un perno della sua strategia verso la “crescita sostenibile”. A ruota è seguita la Commissione Europea, che nel suo sesto Programma d’azione per l’ambiente, ha annunciato il suo obiettivo di «rompere il vecchio legame tra crescita economica e danno ambientale». Nel 2011 la strategia dell’UNEP – il Programma ambientale delle Nazioni Unite – ha scommesso sulle capacità della “crescita verde” di «ridurre significativamente i rischi ambientali e la miseria ecologica». Il 2012 ha visto scendere in campo anche la Banca Mondiale, in un coro unanime coronato dall’inclusione del disaccoppiamento fra i target specifici degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, la “Bibbia” dell’ONU per il futuro dell’umanità sul pianeta. Di qui in poi, è stato un proliferare di ricerche e studi che confermavano come l’economia in alcuni settori e in alcuni paesi stesse progressivamente liberandosi dello stigma delle emissioni.
Secondo i ricercatori dell’European Environmental Bureau, che hanno condotto la prima analisi di tutta la letteratura empirica e teorica sul tema, «non solo non ci sono prove empiriche a sostegno dell’esistenza di un disaccoppiamento della crescita economica dalle pressioni ambientali in misura anche solo vicina a ciò che servirebbe per affrontare il collasso ambientale, ma, e forse è ancora più importante, sembra improbabile che tale disaccoppiamento si verifichi in futuro». Il rapporto arriva a queste forti conclusioni partendo da un assunto: la validità del discorso sulla “crescita verde” presume un disaccoppiamento globale, assoluto e permanente, ampio e abbastanza rapido della crescita economica da tutti gli impatti negativi sull’ambiente. In tutti i casi considerati – materie prime, energia, acqua, gas serra, terra, inquinanti idrici e perdita di biodiversità – il disaccoppiamento è solo relativo, temporaneo o localizzato. È successo nel 2007-2008 per la crisi economica e nel 2015-2016, come si legge da entusiastici rapporti dell’Agenzia inernazionale dell’energia (IEA) poi rivelatisi fuochi di paglia. La Cina stava spostando una parte significativa della produzione energetica dal carbone all’oil&gas, mentre gli Stati Uniti accrescevano la quota di gas nel mix energetico. Ben presto, però, completata la transizione, economia ed emissioni sono tornate ad accoppiarsi (+1.6% di CO2 nel 2017 e +2.7% nel 2018). Prendendo altri casi settoriali in cui il disaccoppiamento dovrebbe verificarsi, il rapporto rivela che non si è mai vista una forbice, anzi. Per quanto riguarda i flussi di risorse minerali e organiche estratte dall’ambiente, ad esempio, nei paesi OCSE l’accoppiamento stabile fra loro uso e crescita è evidente. La cosiddetta material footprint è aumentata del 50% fra il 1990 e il 2008 registrando un +6% di utilizzo ogni +10% di PIL. A dirci che siamo già in forte debito con l’ecosistema sono anche i numeri assoluti: per essere ecologicamente sostenibili, dovremmo limitare il consumo di risorse a circa 50 miliardi di tonnellate l’anno. Già nel 2009, però, questo numero era a 67,6. Il rapporto dimostra come l’entusiasmo dei sostenitori della “crescita verde” sia frutto di «una sostanziale finzione statistica», e indica almeno sette ragioni per essere scettici riguardo al verificarsi di un disaccoppiamento assoluto e sufficiente nel futuro. La prima è che andiamo incontro a un aumento della spesa energetica: l’estrazione risorse di solito diventa più costosa man mano che le scorte si esauriscono, con conseguente aumento della pressione sull’ambiente. Poi ci sono gli effetti rimbalzo: i miglioramenti nell’efficienza sono spesso compensati, del tutto o in parte, da un utilizzo dei risparmi per aumentare i consumi nello stesso settore o in altri. Non è raro, ad esempio, che un’auto a basso consumo venga utilizzata più spesso, o che il denaro risparmiato alla pompa di benzina sia speso in un viaggio aereo che altrimenti non ci si poteva permettere. Non va sottovalutato nemmeno lo spostamento dei problemi: soluzioni tecnologiche a un problema ambientale possono crearne di nuovi o esacerbarne altri. La produzione di energia elettrica per la mobilità privata, per dirne una, causa pressioni sulle riserve di litio, rame e cobalto, mentre i biocarburanti sottraggono suolo alla produzione di cibo. Quarta ragione per diffidare risiede nell’impatto sottostimato dei servizi, che poggiano su un’economia reale: la loro impronta ecologica si somma alla produzione materiale, non la sostituisce. È necessario essere anche sinceri sul potenziale limitato del riciclo. Oggi si ricicla poco, i tassi crescono lentamente e il settore ha una capacità limitata di supportare un’economia materiale in crescita. Cambiamenti tecnologici insufficienti e inappropriati sono inoltre alla base di una direzione sbagliata del progresso tecnico, troppo poco interessato ai fattori che contano per la sostenibilità ecologica, poco dirompente e non abbastanza veloce. Infine, le analisi più ottimistiche non prendono in considerazione il cost shifting, cioè l’esternalizzazione dell’impatto ambientale in altri paesi, favorita dalle regole del commercio internazionale. È sbagliato rilevare un disaccoppiamento in una zona del pianeta senza calcolare il peso delle delocalizzazioni.
Di fronte a questi risultati, e con una decina d’anni appena per invertire i trend di riscaldamento globale, il rapporto dell’European Environmental Bureau pone una questione non più rinviabile: andare oltre la crescita nella scrittura delle politiche. Vent’anni di strategie improntate alla “crescita verde” da parte di tutte le più importanti istituzioni internazionali non hanno portato ai risultati previsti: «Il disaccoppiamento – scrivono i ricercatori nelle loro conclusioni – ha fallito nel raggiungere la sostenibilità ecologica che aveva promesso. Non è che gli aumenti dell’efficienza non siano necessari, ma è irrealistico aspettarsi che possano scollegare in modo assoluto, globale e permanente dalla sua base biofisica un metabolismo economico in costante crescita». Basarsi soltanto su questo per risolvere i problemi ambientali «sembra essere estremamente rischioso e irresponsabile». E cercare di risolvere questioni di giustizia sociale ed ecologica con il disaccoppiamento «è come provare a tagliare un albero con il cucchiaio: un’operazione probabilmente lunga, e ancora più probabilmente destinata a fallire».

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