Un Green New Deal per la Decarcerazione

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Seth J. Prins Brett Story4 Settembre 2019

Gli Usa sono il maggior produttore di inquinamento e incarcerano più cittadini rispetto a qualsiasi altra nazione. Lo sfruttamento alla base del cambiamento climatico è anche quello che fomenta la criminalizzazione. Per salvare il pianeta si deve trasformare l’intera società

Lo scorso giugno, dopo quasi due decenni di battaglie, i gruppi di attivisti locali del Kentucky dell’est hanno fermato la costruzione di una prigione federale a Letcher County. Con il rimbrotto fatto al Deputato del Kentucky Hal “Principe dei Maiali” Rogers, il progetto di costruire una prigione sulla cima di una montagna protetta sembrerebbe essere morto per sempre: il budget 2020 proposto da Trump ha stralciato i 510 milioni di dollari precedentemente stanziati per la costruzione.

La notizia rappresenta una grossa vittoria, non soltanto per gli attivisti contrari alla prigione, che hanno lottato per decenni contro la costruzione della nuova struttura, ma anche per gli ambientalisti che sono diventati loro alleati.

Nelle battaglie contro l’incremento delle prigioni, gli attivisti di tutto il paese stanno forgiando alleanze su un terreno comune inaspettato: la lotta contro la devastazione ambientale. La lezione di queste battaglie – cioè che la lotta contro l’incarcerazione di massa e quella per la giustizia ambientale sono strettamente collegate, e hanno bisogno delle stesse alleanze politiche – dovrebbe essere d’ispirazione alle politiche e ai principi del Green New Deal.

In Appalachia, le immediate ricadute negative sul piano ecologico della proposta di una prigione federale a Letcher County si sono dimostrate un grido di guerra efficace. Organizzazioni locali come il Letcher Governance Projetc e il Prison Ecology Project, insieme con gruppi ambientalisti nazionali come il Sierra Club e il Centro per la Diversità Biologica, hanno sostenuto che la nuova struttura avrebbe contaminato il bacino idrico locale, inquinato l’aria, e minacciato la flora e la fauna selvatiche, inclusa una rara foresta secolare. E, lo scorso inverno, ventuno prigionieri federali della Contea di Letcher hanno fatto causa alla Bureau of Prisons, sostenendo che di essere stati esclusi dal processo di valutazione dell’impatto ambientale.

Detto questo, gli attivisti ambientalisti e gli abolizionisti sono riusciti insieme a mettere in stallo il progetto per due anni e mezzo, una mossa decisiva per vedere finalmente ritirati i fondi promessi per finanziare la prigione. Come gli attivisti del California Prison Moratorium Project a inizio anni Zero, e gruppi come The Mothers of East LA prima di loro, i militanti anti-prigione in Appalachia hanno colto il collegamento implicito tra l’estrazione ecologica e la carcerazione di massa.

La devastazione provocata dal far esplodere le cime delle montagne per estrarne combustibili fossili fa il paio con la rovina delle comunità causata dal rimuovere a forza i residenti dai loro quartieri per rinchiuderli in enormi, lontane istituzioni di massima sicurezza. Entrambi i fenomeni causano un ingente danno agli uomini e agli habitat. Nessuno dei due offre benefici economici a lungo termine, sicurezza o salute alle comunità nel cui nome sono pubblicamente giustificate queste estrazioni.

Queste comunità meritano di meglio. Invece di prigioni spacciate per sviluppo locale, meritano investimenti reali in lavori dignitosi, infrastrutture sociali per una vita sana, soluzioni eque ai problemi ecologici e sociali, dalle ineguaglianze crescenti all’emergenza climatica.

In altri parole, meritano un Green New Deal. E, come le persone rinchiuse dentro gli istituti correttivi che sono chiamate ad accogliere, quello che veramente meritano è ciò che noi chiamiamo un Green New Deal per la Decarcerazione.

Il Green New Deal per la Decarcerazione riecheggia i progetti radicali di Bernie Sanders per la riforma della giustizia penale e il Green New Deal presentati nelle scorse settimane. Ma per far crescere i movimenti sulla giustizia climatica e la decarcerazione, e costruire le alleanze necessarie a evitare la catastrofe carceraria ela catastrofe ecologica, abbiamo bisogno di intrecciare queste lotte, e raccontare più chiaramente un storia fatta di valori, obiettivi e strategie condivise. Dobbiamo dire esplicitamente che lo sfruttamento e il razzismo che sono alla base del cambiamento climatico sono anche i fattori che fomentano la criminalizzazione e l’incarcerazione di massa.

Stessa logica, stessi obiettivi

Da anni gli attivisti di base stanno creando collegamenti tra la giustizia ambientale e la giustizia penale, e noi abbiamo imparato da loro. Siamo accademici impegnati nelle lotte contro il carcere e la povertà. Una di noi studia, e gira documentari su, l’intersezione del capitalismo razziale con il paesaggio carcerario e il cambiamento climatico; l’altro studia le conseguenze brutali dell’incarcerazione di massa sulla salute pubblica. Siamo entrambi interessati all’emergenza climatica e alle devastazioni causate dall’incarcerazione di massa. E guardiamo entrambi all’idea di un Green New Deal come alla possibilità di ampliare gli obiettivi condivisi di abolizione del carcere e giustizia sociale.

In realtà, la logica sottesa al Green New Deal ha in comune qualcosa di fondamentale con il movimento per l’abolizione del carcere. Gli abolizionisti del carcere amano dire che il loro obiettivo non è tanto l’abolizione del carcere in quanto tale ma l’abolizione della società che rende possibile il carcere. L’abolizione delle prigioni non è semplicemente un movimento contro le prigioni. È anche un movimento per modi alternativi di vivere insieme e costruire infrastrutture sociali.

Allo stesso modo, il Green New Deal riguarda l’abolizione dell’inquinamento da carbone e la stabilizzazione del clima. Riconosce, inoltre, che l’unico modo per noi di ottenere queste cose è trasformare l’economia e le relazioni socio-ambientali che ne sono alla base. Ma al di là di queste premesse condivise, cosa ha a che fare il Green New Deal con l’abolizione del carcere, o anche semplicemente con i più modesti sforzi sistematici per la decarcerazione?

Gli Stati Uniti sono il maggior produttore di inquinamento da combustibili fossili della storia. Oltre a questo, incarcerano, in percentuale, un numero maggiore di cittadini rispetto a qualsiasi altra nazione nel mondo. Le pratiche che ci hanno portato alle devastazioni ecologiche che oggi affrontiamo fanno parte di sistemi economici e sociali, radicati nelle relazioni sociali di sfruttamento, dominio e ineguaglianza. Minano anche il benessere di un gran numero di persone, soprattutto le persone povere, le comunità non bianche, le persone indigene, e i migranti – gli stessi gruppi che poi sono presi di mira dalla giustizia penale, la modalità preferita dallo stato per risolvere le crisi.

Tutto questo accenna a come il Green New Deal possa sposarsi con una profonda riforma del sistema carcerario. Come recita la risoluzione del Green New Deal presentata da Alexandria Ocasio-Cortez, il cambiamento climatico e le diseguaglianze dovrebbero essere affrontate insieme, garantendo a tutte e tutti, oltre a un lavoro sicuro, «una sanità di qualità; abitazioni accessibili, sicure, e adeguate; sicurezza economica; acqua pulita, aria pulita, cibo sano e accessibile, e accesso alla natura». Queste stesse misure possono aprire la strada a una decarcerazione importante, o addirittura all’abolizione del carcere.

Ecco tre fronti sui quali il Green New Deal può ampliare la sua agenda con la riforma del sistema carcerario, diventando così un Green New Deal per la Decarcerazione.

Ridefinire il concetto di sicurezza pubblica affinché includa la stabilità economica e sociale

– Lavoro

Il Green New Deal chiede già la garanzia di nuovi posti di lavoro, creati dall’espansione delle energie rinnovabili, dalla rigenerazione degli ecosistemi, e da opere pubbliche imponenti. Una simile garanzia può fare una grossa differenza nelle vite delle persone che sono entrate in contatto con il sistema della giustizia penale, o che sono a rischio di entrarci.

Come ha dimostrato il sociologo Bruce Western, quando l’incarcerazione di massa ha subìto un’accelerazione negli anni Novanta, un terzo degli uomini incarcerati era disoccupato al momento dell’ingresso. Western e altri sostengono da tempo che l’incarcerazione di massa sia in parte un’istituzione del mercato del lavoro. Il sistema correttivo è una risposta razzializzata al surplus di popolazione lavorativa: il fatto che non ci sono abbastanza lavori a tempo pieno e ben pagati per assorbire le energie delle persone e soddisfare i loro bisogni. L’incarcerazione di massa serve dunque a dividere e a disciplinare la working class, mentre allo stesso tempo diminuisce artificialmente il tasso ufficiale di disoccupazione.

Oggi, le prospettive di impiego per le persone uscite di prigione sono ancora pessime, anche dopo le campagne per “bandire il riquadro” in cui coloro che facevano domanda per un lavoro dovevano indicare se avessero o meno precedenti penali. Ora, nei posti dove i datori di lavoro non possono più chiedere i precedenti, si assumono semplicemente meno neri e latini. Il tasso di disoccupazione tra persone che sono state in prigione è del 27 percento.

La garanzia di un lavoro ridurrebbe il tasso di recidiva, aiuterebbe a raggiungere una giustizia razziale, economica e ambientale, e a distruggere la supremazia bianca – ma solo se fosse davvero per tutte e tutti. Questo vuol dire che chiunque dev’essere considerato idoneo, indipendentemente se sia stato arrestato o condannato, alla prigione o ai servizi sociali, per un reato minore o un reato grave. Potrebbe sembrare scontato, ma dev’essere detto esplicitamente.

– Educazione

La garanzia di un lavoro, con le misure appropriate a sostenere i sindacati e rafforzare i diritti dei lavoratori, eliminerebbe una delle cause principali dell’incarcerazione di massa. Ma, come riconosce anche il Green New Deal, la garanzia di un lavoro richiede investimenti per un’istruzione di alta qualità.

Su questo fronte, le priorità irrazionali di ciò che il criminologo Jonathan Simons chiama «governare attraverso il crimine» sono ben chiare. Negli ultimi trent’anni, la spesa statale e locale in prigioni e carceri è aumentata tre volte più della spesa nell’istruzione pubblica. Nello stesso periodo, gli stanziamenti statali e locali per college e università pubbliche sono rimasti fermi, mentre i fondi per gli istituti correttivi sono aumentati del 90 percento.

Ma «governare attraverso il crimine» vuol dire molto più che stabilire le priorità di spesa. Riguarda anche cambiare le istituzioni pubbliche e internalizzare la logica e le pratiche del sistema carcerario.

Un esempio lampante è l’influenza della polizia sulla scuola. Ormai la polizia si occupa di problemi che un tempo erano gestiti internamente dalle autorità scolastiche, con effetti devastanti: gli arresti in ambito scolastico sono schizzati del 300-500 percento dagli anni Novanta, rendendo più probabile per molti studenti finire nei riformatori o nel sistema di giustizia criminale che ricevere un’educazione di alta qualità. Questa criminalizzazione è sproporzionatamente diretta agli studenti non bianchi e Lgbtq. Il numero degli ufficiali di polizia di New York assegnati alle scuole pubbliche (più di 5.000) rende l’unità di poliziotti scolastici di New York tra le dieci forze di polizia più grandi del paese.

Il Green New Deal per la Decarcerazione può invertire queste priorità, dirigendo gli investimenti pubblici verso infrastrutture come quelle educative, che aiutano davvero le persone a sopravvivere, a vivere bene, e a prendersi cura l’uno dell’altra. Questa sì che sarebbe una sicurezza degna di questo nome.

– Casa

Un lavoro a tempo pieno con una paga dignitosa e l’educazione necessaria a svolgere quel lavoro sono soltanto una parte del tipo di stabilità economica e autonomia finanziaria di cui le persone hanno bisogno per sentirsi sicure e prosperare. I sostenitori del Green New Deal hanno suggerito, ad esempio, che le politiche abitative sono di fatto politiche climatiche, e ci sono stati appelli per integrare il Green New Deal con un coraggioso programma di alloggi popolari. Ma le politiche abitative influenzano anche le politiche di giustizia carceraria.

Un’abitazione stabile è il prerequisito per vivere una vita normale – tenersi un lavoro, accedere ai servizi sanitari e sociali, garantirsi la sanità fisica e mentale. Eppure le persone intrappolate dal sistema carcerario sono sistematicamente escluse sia dalle abitazioni private che da quelle pubbliche. (Per le persone non bianche, è spesso la prima delle forme di esclusione e discriminazione che si trovano ad affrontare da parte di un mercato immobiliare e da politiche abitative storicamente razziste, come ha dimostrato Keeanga-Yamahtta Taylor.)

I proprietari privati possono escludere le persone con precedenti penali dai loro complessi. E le autorità per le case popolari, invocando la politica federale dell’one-strike [che permette alle autorità pubbliche di cacciare gli inquilini che hanno partecipato ad attività criminali anche solo una volta, ndt], hanno negato la casa a milioni di persone con precedenti penali, sia temporaneamente che permanentemente. Queste politiche crudeli e severe fanno sì che le famiglie non possano riunirsi. I membri di una famiglia senza precedenti penali rischiano la loro stessa idoneità a un’abitazione pubblica se accolgono i loro cari usciti di prigione.

E così non sorprende che l’insicurezza abitativa aumenti il rischio di recidiva. L’insicurezza abitativa aggrava inoltre altri problemi che le persone che escono di prigione si trovano ad affrontare. Le persone che entrano ed escono dal carcere hanno un rischio più alto di sviluppare malattie mentali e dipendenza da sostanze, di contrarre la tubercolosi, l’epatite B e C, l’Hiv e altre malattie sessualmente trasmissibili, di subire violenza sessuale e suicidarsi. Questi problemi richiedono trattamenti estensivi e costanti e spesso non solo abitazioni stabili, ma abitazioni di sostegno.

I programmi abitativi di sostegno combinano l’alloggio con servizi per la salute mentale e trattamenti contro l’uso di sostanze, oltre a programmi di formazione professionale, e si sono dimostrati efficaci per ridurre significativamente i tassi di recidiva.

L’ambizioso Green New Deal per l’Abitare può diventare un Green New Deal per la Decarcerazione se include anche le persone colpite dalla criminalizzazione di massa e dall’incarcerazione di massa e garantisce supporto alle loro necessità specifiche. È necessario rimuovere le restrizioni abitative che colpiscono le persone con precedenti penali, e creare complessi abitativi di sostegno adeguati alle loro necessità. I sostenitori del Green New Deal, così come uniscono i punti e formano coalizioni politiche con il movimento per la giustizia abitativa, dovrebbero cercare alleati anche nei movimenti per la sanità pubblica, la sanità mentale e il contrasto all’uso di sostanze, perché stanno combattendo le stesse forze politiche ed economiche.

Investimenti e alleanze rurali-urbane

Così come il movimento per il Green New Deal ha reso popolare l’idea che l’emergenza climatica e l’emergenza economica sono la stessa cosa, il movimento per l’abolizione del carcere ha dimostrato da tempo che l’incarcerazione di massa è pienamente intrecciata al disinvestimento sistemico connaturato al capitalismo.

Come hanno fatto notare geografi come Ruth Wilson Gilmore, la maggior parte dei prigionieri proviene da una manciata di quartieri urbani delle maggiori città della nazione, eppure la maggior parte delle nuove prigioni sono costruite negli hinterland rurali: tutti luoghi che hanno sofferto per il disinvestimento cronico durante quattro decenni di deindustrializzazione, deregulation e austerità economica di stampo neoliberista.

Il risultato è quello che Gilmore chiama «abbandono organizzato». Da un lato, ci sono quartieri poveri urbani, spesso popolati principalmente da residenti non bianchi, con pochi lavori e strutture fatiscenti nell’ambito dei trasporti, delle abitazioni, eccetera. Dall’altro, ci sono zone rurali povere, devastate ecologicamente ed economicamente, prima sfruttate e poi abbandonate dalle industrie.

La polizia inonda i quartieri poveri urbani con quote di arresti e ordinanze sulla qualità della vita, mentre i fautori delle prigioni calano sulle povere cittadine rurali promettendo lavoro e prosperità grazie alle nuove strutture correzionali costruite sulle vecchie proprietà industriali o sulle vecchie fattorie. Alla fine del complesso carcerario-industriale, comunità fragili ed ecologie delicate pagano lo scotto un’infrastruttura carceraria in espansione, anziché godere di investimenti, rigenerazione e colture.

Per le comunità rurali, i benefici economici di questa cura carceraria sono effimeri – se e quando ci sono. Analizzando i dati provenienti dall’Indiana, New York e Washington, la scienziata politica Hannah Walker e i suoi colleghi hanno scoperto che ammassare prigionieri urbani nelle comunità rurali funziona solo temporaneamente come «sussidio occulto». Oltre a creare dipendenza dai lavori carcerari, il sussidio occulto genera un aumento fittizio della popolazione in zone altrimenti spopolate, cosa che incrementa il numero di aiuti statali che le contee ospitanti ricevono in relazione alle tasse versate.

In compenso, questo profitto economico di breve termine scoraggia «forme alternative di sviluppo, promuovendo al loro posto cicli di sussistenza di base e dipendenza dai continui tassi di incarcerazione». Le comunità povere rurali sono così sfruttate come «discariche sociali convenienti… in cambio di un benessere economico limitato e transitorio».

Mentre i benefici economici del boom carcerario nell’America rurale sono di fatto temporanei, il danno ambientale delle strutture carcerarie potrebbe essere permanente. La contea di Letcher non è l’unica comunità rurale che ha recentemente combattuto contro la costruzione di un carcere su terreni protetti. Nel 2014, la Black Warrior Riverkeepers, un’organizzazione no-profit dell’Alabama, ha concluso con successo un procedimento legale dopo aver scoperto che la Donaldson Correctional Facility ha scaricato 800 mila galloni di liquami nei ruscelli della zona.

Porre fine all’incarcerazione di massa richiede nuovi modelli economici per portare prosperità sia ai quartieri poveri urbani sia alle comunità povere rurali. E questa prosperità dev’essere ecologica.

Stiamo già assistendo ad alcuni inizi promettenti. Alcuni attivisti e politici fautori del Green New Deal stanno promuovendo una visione della decarcerazione che riconosce le atrocità umane e ambientali perpetrate dal sistema carcerario. Per esempio, la consigliera del Queen Costa Constantinides ha proposto di convertire Rikers Island in una fattoria solare che potrebbe produrre virtualmente elettricità sufficiente a chiudere tutti gli impianti energetici secondari e inquinanti della città, sparsi tra i distretti poveri e i quartieri working-class. E questo con solo un quarto di Rikers Island coperta da pannelli solari.

I proponenti del Green New Deal hanno anche cominciato a individuare i prossimi obiettivi delle lotte rurali-urbane, ad esempio dove collocare gli impianti solari ed eolici, come ristrutturare il sistema agricolo e alimentare, e la necessità di restaurare il diritto dei neri alla proprietà terriera. Noi suggeriamo che le alleanze rurali-urbane che discutono democraticamente di queste questioni siano le stesse alleanze che possono prevenire la prosecuzione della logica espansiva dell’incarcerazione di massa.

Come il capitalismo fa leva sull’antagonismo di classe per ostacolare la trasformazione del nostro sistema energetico e alimentare, fa anche leva sull’incarcerazione di massa per scavare un solco tra le comunità povere rurali e quelle povere urbane, facendole competere tra loro per accaparrarsi le briciole degli investimenti neoliberisti. Il Green New Deal potrebbe fondarsi sulle coalizioni già esistenti e intrecciare queste lotte, facilitando il dialogo e costruendo solidarietà tra le comunità che “mandano” e quelle che “ricevono”, sia in senso carcerario che ambientale. L’alternativa è l’apartheid ecologico.

Più potere al lavoro di cura, meno potere alla polizia

Ma allora che fare di fronte alla violenza concreta, e a chi la agisce? E cosa ha a che fare questo con il cambiamento climatico? La risposta sta in parte nel ridurre la militarizzazione delle comunità vulnerabili, fornendo invece servizi reali che favoriscano la prosperità individuale, interpersonale e sociale, e nel dare potere alle donne, che sono in prima linea sia sul fronte del contrasto al cambiamento climatico che nell’attivismo contro il carcere. Queste misure sono profondamente coerenti con gli appelli a mettere il lavoro di cura al centro di una società e di un’economia carbon-free.

Come abbiamo suggerito, collegare il Green New Deal alle strategie di decarcerazione presenta l’opportunità di ripensare cosa vuol dire per le comunità essere accudite e “sicure”. Una questione che diventerà sempre più urgente man mano che si alzeranno i livelli del mare e i fenomeni atmosferici estremi causeranno instabilità sociale e la fuga dalle regioni costiere. Riprodurremo lo status quo violento e controproducente di una polizia razzista e militarizzata sotto l’apartheid ecologico?

Aumentare radicalmente la trasparenza e la supervisione della comunità, oltre a disarmare la polizia dei suoi arsenali militari, è il minimo sindacale per produrre una riforma della giustizia penale che abbia senso, come le comunità soggette a un controllo poliziesco esagerato vanno dicendo da tempo.

Negli ultimi decenni il ruolo della polizia è cresciuto sempre di più, con il compito di sorvegliare le comunità per gestire le conseguenze del collasso del welfare state. Come risultato, la polizia è spesso la prima, e a volte l’unica, a rispondere ai problemi quotidiani che nascono dal vivere senza risorse materiali sufficienti, senza opportunità economiche e investimenti pubblici, incluse le crisi indotte dall’abuso di sostanze e dai problemi mentali, il non avere una casa, la violenza domestica e le infrazioni alla disciplina scolastica. Le comunità, specialmente quelle soggette a un controllo poliziesco asfissiante, sanno che la polizia spesso peggiora queste situazioni, a volte in maniera fatale.

Di tutta risposta, gli attivisti sul campo, come le organizzazioni Project NiaGenerationFIVE, e INCITE! Women of Color Against Violence stanno sviluppando altri modelli di giustizia riparatrice e trasformativa nelle loro comunità. Queste strategie non si appoggiano al sistema statale di criminalizzazione e persecuzione. Al contrario, la lezione di questi gruppi e del più vasto movimento contro la violenza è generalmente che la polizia e la prigione non diminuiscono i pericoli, ma li aumentano. Le persone che affrontano la violenza domestica, basata sul genere o di natura sessuale sono spesso rivittimizzate dall’impiego della polizia come primo intervento. Le vittime di violenza da parte del partner spesso si trovano accusate se non addirittura arrestate a loro volta dalla polizia – se e quando la polizia si presenta.

Le comunità soggette al controllo poliziesco pervasivo hanno già articolato chiaramente le alternative che preferiscono alla risposta automatica della polizia. Per dirla con il titolo di un report del 2017 dell’Ella Baker Center for Human Rights, la sicurezza pubblica comincia dalla salute pubblica. In tutto il paese, le comunità che soffrono per disinvestimenti di lungo corso stanno chiedendo la riallocazione delle risorse dalla polizia alla sanità pubblica, inclusa la creazione di team di civili ben pagati e ben addestrati a intervenire in situazioni di crisi.

Questi primi soccorritori pubblici di stampo sanitario sono equipaggiati non con armi, ma con le capacità per disinnescare le situazioni di tensione, fare da tramite con i servizi sociali, mediare i conflitti, e aiutare le persone a superare le crisi dovute a problemi mentali o all’abuso di sostanze. Uno qualsiasi di questi gesti funziona molto meglio delle pistole.

Attraverso investimenti mirati alle comunità razzializzate e working-class, il Green New Deal per la Decarcerazione può rendere queste richieste ragionevoli e razionali una realtà. Nel contesto di una sanità gratuita e universale e concentrata sugli investimenti locali, tutte cose già incluse nel Green New Deal, è facile immaginare un mondo nel quale ogni quartiere, e ogni nuovo complesso abitativo popolare, abbia una clinica all’avanguardia. Cliniche del genere includerebbero strumenti per la riduzione del danno come siti di iniezione sicuri e programmi per lo scambio di aghi, e darebbero anche accesso all’educazione sessuale e riproduttiva e all’assistenza sanitaria. Non sono richieste utopiche, affatto – in un anno o due dall’approvazione del Green New Deal, questi servizi porterebbero enormi benefici nelle comunità di tutto il paese.

Così come gli investimenti sugli stipendi, sulla garanzia di una casa, sui meccanismi di reddito minimo garantito e altre risorse materiali darebbero soprattutto alle donne e alle persone di genere non conforme opzioni migliori per affrontare la violenza interpersonale, inclusa quella intima del partner. La posta in gioco è alta.

Ora come ora, le donne e le persone di genere non conforme affrontano la violenza domestica trovandosi di fronte due pessime opzioni: chiamare la polizia, o difendersi da sole. Entrambe hanno dimostrato di incrementare la criminalizzazione e aumentare i danni sia per le sopravvissute sia per gli autori di violenza.

Il caso recente di Marissa Alexander, una donna afro-americana della Florida inizialmente condannata a vent’anni dopo aver sparato – e averlo mancato – al marito da cui era separata e che minacciava di farle del male, è solo uno di una lunga sequela di casi di auto-difesa in cui le vittime di abuso sono perseguite per aver provato a difendersi.

Non c’è nessuna ragione per cui una forza di polizia militarizzata, la cui capacità e il cui orientamento principale è l’aggressione armata, l’arresto, la detenzione e la persecuzione dovrebbe essere in prima linea nella risposta statale alla violenza interpersonale, soprattutto quella basata sul genere e di natura domestica. Quando le donne possono accedere ad abitazioni economiche, sicure e adeguate, è più difficile che rimangano in situazioni di abuso domestico. Quando le donne hanno più autonomia finanziaria, hanno più possibilità di lasciare coloro che le abusano o di accedere a condizioni di maggior sicurezza. E i dati che derivano dagli esperimenti con il reddito minimo garantito dimostrano che alleviare l’isolamento sociale e la deprivazione materiale può abbassare significativamente i tassi di abuso domestico.

L’impegno femminista a dare più potere alle comunità, e soprattutto alle donne all’interno delle comunità, sia da un punto di vista finanziario che sociale, dev’essere parte del Green New Deal per la Decarcerazione.

In tutto il mondo, le donne sono già alla testa delle lotte contro il cambiamento climatico, soprattutto in quelle che il Green New Deal chiama le comunità di prima linea. Negli ultimi modelli delle scienze climatiche, le politiche femministe di aiuto sociale producono una maggiore riduzione delle emissioni di carbone e una maggior resilienza agli eventi atmosferici estremi. E attiviste femministe sono in prima linea anche nel movimento per l’abolizione del carcere, dove in particolare le donne nere sono alla testa della lotta per una nuova società così come della lotta per un futuro senza carcere. Il femminismo è per tutti, per dirla con le famose parole di bell hooks. E anche l’abolizione del carcere lo è.

Mettere fine alla dipendenza dal carbone e dal carcere

Gli attivisti contro il carcere di Appalachia costruiscono oggi su una lunga storia fatta di unione delle lotte, che ha portato gli abolizionisti a unirsi agli attivisti per la giustizia climatica. Craig Gilmore e Rose Braz, ad esempio, raccontano come agli inizi degli anni Zero i giovani della Central Valley in California spinsero gli attivisti per la giustizia climatica e gli ambientalisti mainstream ad allargare la nozione di ciò che veniva considerato “tossico” nelle loro vite quotidiane. Identificarono la polizia, l’inquinamento e la prigione come le maggiori minacce alla loro comunità. La gioventù della Valley considerava le minacce tossiche provenienti da fonti chimiche alla stregua degli effetti tossici derivanti dall’ospitare più della metà delle nuove mega prigioni dello stato.

Allora come oggi, vediamo l’attivismo contro il carcere e per la giustizia ambientale emergere nella resistenza alle pratiche calamitose di sfruttamento del suolo che prendono di mira le comunità povere e di colore. Invece dell’assistenza sanitaria, di una casa, un lavoro, dell’istruzione e della sanità pubblica di base, le comunità rurali e le loro controparti urbane sono soggette a sorveglianza, alla microgestione comportamentale, e alla criminalizzazione e l’incarcerazione.

Il Green New Deal ci offre l’opportunità di andare oltre un sistema che definisce la giustizia come punizione e feticizza l’esilio e il castigo come strategie di sicurezza, verso un sistema di decarcerazione trasformativa: meno persone, che scontano meno anni, in meno prigioni. Ma anche più persone, che vivono vite migliori e più sane, all’interno di infrastrutture sociali migliorate e aumentate.

Abbiamo bisogno urgente di una transizione non solo verso formulazioni liberali di giustizia riparative, che rendono prioritaria la riparazione tra individui, ma anche di una giustizia strutturalmente riparativa tra persone, istituzioni e società. In altre parole, non solo di una giustizia riparativa, ma di una giustizia redistributiva. E suggeriamo che la giustizia redistributiva possa essere sia giustizia economica che ecologica; una giustizia che si sposa bene con gli obiettivi e le ambizioni del Green New Deal.

La criminalizzazione di massa e l’incarcerazione di massa sfruttano le nostre paure in modo da strappare le persone al loro ecosistema sociale, mentre distruggono le comunità e le reti di cura e supporto necessarie a condurre vite produttive e sane. Sì, abbiamo bisogno di un Green New Deal per salvare il pianeta. Ma abbiamo anche bisogno di un Green New Deal per la Decarcerazione per supportare e nutrire i guardiani di questo pianeta – e cioè noi.

*Brett Story è professoressa alla Ryerson University e documentarista; il suo lavoro si concentra sulla geografia carceraria. È regista di The Prison in Twelve Landscapes, e autrice di Prison Land: Mapping Carceral Power Across Neoliberal America (University of Minnesota Press, 2019). Seth J. Prins è professore di epidemiologia e scienze sociosanitarie alla Columbia University. Studia le conseguenze collaterali all’incarcerazione di massa sulla salute pubblica, e come la divisione e la struttura del lavoro influenzino la depressione, l’ansia e l’abuso di sostanze.Questo articolo è uscito su Jacobinmag.com. La traduzione è di Gaia Benzi.

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