Solo una donazione?

Dal blog https://jacobinitalia.it

Giorgia Judeca18 Settembre 2019

Un saggio uscito negli Stati uniti mette a dura critica le istituzioni benefiche. La filantropia, sostiene lo scienziato politico Rob Reich, in alcuni casi costituisce un attacco alla democrazia

Rob Reich, docente di scienze politiche alla Stanford University, co-direttore del Centro per gli studi sulla società civile e la filantropia presso la medesima Università, l’anno scorso ha pubblicato Just giving. Why philanthropy is failing democracy and how it can do better per Princeton University Press. Il volume, recensito tra gli altri da The Atlantic, in Italia è passato completamente inosservato, non una recensione né tanto meno una traduzione. D’altronde, nel nostro paese, il dibattito sul tema è molto ridotto: qualche intervento critico è stato pubblicato in occasione dell’incendio di Notre Dame proprio da Jacobin Italia, seguito poi da altri due interventi (su The Vision e Internazionale). Più in generale i pochi articoli sul tema non propongono alcuna lettura critica, come il recente di Claudio Magris sul Corriere della sera.

Eppure il volume di Reich pone alcune questioni relative alla relazione tra i cittadini e lo stato, così come tra i cittadini abbienti e meno i abbienti,  che vanno ben oltre il tema circoscritto della filantropia e che richiamano, invece, al corretto funzionamento di una democrazia liberale sotto il profilo delle tutele e delle garanzie anche in relazione alle categorie di eguaglianza e di libertà. Il volume si articola in 5 capitoli piuttosto densi che alternano cenni storici, dati economici e elementi di filosofia politica nel tentativo di elaborare una vera e propria teoria politica della “filantropia” termine nel quale l’autore racchiude sia le donazioni da fondazioni sia, seppure dedicandogli meno spazio, quelle da parte di singoli individui. 

Per comprendere gli elementi teorici e di più ampio respiro del volume conviene partire dalle reazioni, riportate dall’autore nelle prime pagine, che ebbero i deputati del Congresso degli Stati uniti nel 1909 in occasione del dibattito sulla nascita della Fondazione Rockefeller. In quegli interventi non pochi valutarono in modo profondamente negativo la nascita della Fondazione, esplicitavano gli aspetti per cui quell’ente poteva costituire una vera e propria minaccia per la democrazia. Le fondazioni erano considerate istituzioni profondamente antidemocratiche, entità capaci di minare l’equità politica, perché mettevano un singolo nella condizione di avere maggior voce in capitolo nella definizione delle politiche pubbliche grazie al proprio denaro e di farlo per una durata temporalmente illimitata. 

Quegli interventi – alcuni pronunciati da membri del partito repubblicano – restituiscono una fotografia provocano nel lettore quasi uno “spaesamento culturale” vedendo come critiche che oggi percepiremmo come “radicali” venissero pronunciate con convinzione. A fronte di un diffuso e introiettato atteggiamento di deferenza verso i ricchi e la loro benevolenza Rob Reich, l’autore del volume, afferma che le Fondazioni esprimevano ed esprimono tutt’oggi una forma di “potere plutocratico capace di mutare le politiche pubbliche”. 
Venendo all’oggi, Reich segnala che stiamo assistendo ad una crescita esponenziale delle fondazioni, il che rende il problema sempre più attuale anche perché, rileva l’autore, le fondazioni non dipendono esclusivamente dalla benevolenza dei benestanti e dalla loro “libertà di donare” ma sono profondamente influenzate dalle norme fiscali che le regolano e che le connettono  allo Stato, alle politiche economiche e alla relazione coi cittadini.

Pur senza addentrarsi nelle norme fiscali che determinano il funzionamento delle fondazioni e delle donazioni individuali – ma il volume le illustra in modo molto semplice e esaustivo – vale la pena di riportare uno dei punti su cui l’autore si sofferma, ovvero, che il beneficio delle deduzioni cresce al crescere del reddito imponibile del donatore e che dunque a parità di importo donato i cittadini e le cittadine con un reddito medio/basso ottengono minori deduzioni rispetto a cittadine e cittadini benestanti. Al di là del vantaggio che questo comporta a favore dei singoli individui – che comunque disegna già uno scenario iniquo – Reich rileva il costo in termini di “mancato incasso da parte dell’erario”. Norme di questo genere non sono cioè “neutre” perché pesano sulle casse dello Stato in quanto a mancati introiti fiscali, determinando un costo per tutti i cittadini. I cittadini perciò “contribuiscono” per ogni donazione di un ricco o di una fondazione senza acquisire voce in capitolo sulla definizione delle politiche pubbliche di cui al contrario godono i più benestanti che possono definire a beneficio di quale “causa” vadano indirizzate le proprie elargizioni.

Al di là delle diversità di norme fiscali e di contesto culturale ciò interessa anche ai lettori italiani è la volontà dell’autore di aprire una riflessione sulle ineguaglianze insite nei meccanismo della “filantropia” – un tema difficile e scivoloso nel quale qualunque critica viene registrata come eccessiva, radicale e “sgarbata” rispetto alla benevolenza del donatore e rispetto al vantaggio di avere dei fondi a cui attingere – e sulla legittimità del concedere ad alcuni maggior voce in capitolo rispetto ad altri.

Proprio a causa del “costo” a carico della collettività dei mancati introiti per detrazioni fiscali – che Reich stima negli Stati uniti in 50 miliardi di dollari nel 2016 – e dell’influenza dell’opinione dei donatori sulle politiche pubbliche, l’autore ritiene opportuno esaminare quali siano gli obiettivi delle fondazioni, quali progetti sostengano, e quali siano gli strumenti di valutazione dell’impatto e di trasparenza delle fondazioni stesse. Si domanda cioè se i benefici fiscali possano essere giustificati dal fatto che poi il denaro raccolto o stanziato venga utilizzato secondo un criterio di giustizia redistributiva, ovvero se in prevalenza vadano a vantaggio di persone in difficoltà. Le risposte non sono confortanti: dalla sua analisi emerge che gli ambiti di interesse del donatore spesso hanno poco a che fare con il sostenere interventi per i più fragili, anzi sembra esservi una correlazione negativa tra la ricchezza del donatore e il grado di interesse verso le porzioni più fragili della società; né esiste, aggiunge Reich, un obbligo di trasparenza o di valutazione di efficacia rispetto ai progetti sostenuti. 

Dall’esame degli ambiti su cui le fondazioni intervengono Reich deduce che spesso i beneficiari sono settori vicini agli interessi del donatore (cultura, scuole, università) con meccanismi che finiscono per essere addirittura causa di maggiore diseguaglianza.

L’esempio che Reich fa al proposito è semplice e molto chiarificatore: gli americani, come singoli individui, donano alle scuole, ma per lo più, donano alle scuole dei loro figli. I ricchi arricchiscono le scuole dei ricchi con laute donazioni, i più poveri fanno piccole donazioni alle già povere scuole dei propri figli. Un meccanismo che pare disegnato per aumentare le diseguaglianze, a spese della collettività, più che per ridurle. Il meccanismo di allocazione delle risorse da parte delle fondazioni è, a detta dell’autore, analogo: solo un terzo delle donazioni degli americani è destinato ai meno abbienti e questa proporzione si riduce a un quinto se si esaminano solo le donazioni dei più ricchi. Insomma le donazioni e le fondazioni non sono inserite in una cornice che si possa dire, per usare un termine di Reich, redistributiva.

Nelle conclusioni il volume mostra alcune debolezze che sembrano attribuibili al desiderio di salvare qualcosa del meccanismo di funzionamento delle fondazioni rinunciando a  mettere in discussione il modello fiscale che le regola. 

La loro durata illimitata nel tempo e la loro mancanza di trasparenza nella rendicontazione e nella valutazione di impatto – oggetto di critica nella prima parte del volume – divengono nelle conclusioni fattori di opportunità. Secondo Reich proprio questi elementi darebbero alle fondazioni la possibilità di sperimentare, anche sul lungo periodo, su temi e progetti rischiosi; una cosa che i governi, tipicamente connotati da uno sguardo breve e dalla necessità di rendere conto delle proprie spese, non possono fare. 

Tuttavia, questo atteggiamento “propositivo” aggira, senza affrontarlo, il problema della destinazione equa e redistributiva dei fondi: le fondazioni, infatti, potrebbero sì sperimentare e rischiare ma sempre su ambiti che non è detto che vadano a vantaggio di tutte e tutti.

Più convincente sarebbe stata una chiusura che proponesse un sistema di tassazione equo e proporzionale – che darebbe margine per politiche eque e redistributive e che consentirebbe ai singoli anche non ricchi di “farsi collettivo” e di donare insieme per atti di disobbedienza civile e politica a favore di cause minoritarie o dissonanti rispetto a quelle della maggioranza di governo in carica, disponendo di uno strumento in più per fare sentire la propria voce. Nonostante non affronti questi aspetti il volume è di grande interesse perché permette di osservare i diversi attori sociali nelle loro reciproche relazioni e nella loro capacità di influenzare le politiche pubbliche; perché porta dentro il dibattito delle categorie di analisi (l’equità, la definizione di politiche pubbliche redistributive) che in Italia sono completamente assenti sia nel dibattito pubblico complessivo sia, più che mai, sul tema della filantropia o del “dono” un ambito nel quale non esiste alcun dibattito. Su questo tema al momento le uniche due posizioni che si possono rintracciare sono quella dei tecnici del settore che discutono esclusivamente di metodi e strumenti considerandoli neutri rispetto al loro impatto politico e quella della diffusa benevolenza verso i donatori espressa da molti che lo reputano un atto esclusivamente positivo e che non vengono nemmeno sfiorati dall’esigenza di un’analisi critica.

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