Di Greta Thunberg, voli aerei e concerti in Central Park

Dal blog http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it

di Dario Bressanini 27/09/2019

Ho un’automobile. La uso ogni giorno per andare al lavoro, per fare la spesa, per andare a trovare mia mamma nel paese vicino, per andare al cinema o dal medico, per accompagnare i figli di qua e di là, per le vacanze. Insomma, per vivere. E abitando in un piccolo paese senza neanche una stazione ferroviaria non riesco neppure a pensare come sarebbe sconvolta la mia vita se non potessi guidarla.

Mentre schiaccio il tasto “pubblica” per mettere online questo articolo sto prendendo l’aeroplano per andare in Sardegna. A maggio ho volato fino a Bari dove ho tenuto una conferenza divulgativa a Cassanoscienza, e a febbraio sono stato a Londra per l’Educon, una riunione mondiale di divulgatori ospite di YouTube. Se questi tre voli li posso, con un po’ di elasticità, classificare come “lavoro”, non posso fare lo stesso per il viaggio precedente: esattamente un anno fa ero New York per il concerto di fine carriera di Paul Simon. Mi ero perso lo storico concerto in Central Park di Simon & Garfunkel del settembre 1981 (ero al liceo all’epoca) e non potevo certo mancare l’ultima occasione di vedere dal vivo uno dei miei idoli musicali. Certo ci ho attaccato anche degli appuntamenti di lavoro, ma ecco, non fosse stata l’ultima occasione per avere la pelle d’oca sentendo “American tune” al Corona Park (avete presente “Goodbye Rosie, the queen of Corona”? ecco) non sarei andato a New York in aereo.

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Oggi è venerdì 27 settembre 2019 e in questo momento moltissimi studenti sono nelle strade a protestare perché probabilmente gli è stato scippato il futuro. Un futuro dove avrebbero potuto prendere felici un aereo per andare a fare l’Erasmus all’estero e tornare ogni tanto a casa, o più semplicemente prendere l’auto per andare a una grigliata con gli amici a mangiare costine e salamelle. Il tutto con un costo limitato e senza avere dei sensi di colpa. E senza neppure nominare le mille conseguenze pratiche, anche potenzialmente catastrofiche, che un innalzamento delle temperature medie porterà nelle nostre, e loro, vite.

Il mio volo A/R per NY ha prodotto 1,6 tonnellate di anidride carbonica (CO2). Anche tralasciando gli altri tre voli, ma aggiungendo le 2,4 tonnellate di CO2 (sono stime ovviamente) prodotte in un anno dalla mia auto, sono già ampiamente al di sopra del tetto massimo di 2,1 tonnellate pro capite di CO2 che dobbiamo raggiungere entro il 2050 se vogliamo mantenere l’aumento di temperatura del nostro pianeta sotto i 2 °C. E questo tralasciando tutti gli altri miei consumi.

Nel 2017 Greta Thunberg non aveva ancora iniziato a protestare, e di questi temi non si parlava quasi mai sui giornali. “Nessuno vuole più sentire parlare di ambiente e riscaldamento globale” si lamentava un collega divulgatore esattamente due anni fa alla riunione annuale dei divulgatori scientifici che si tiene a Strambino, piccolo paese vicino a Ivrea. Di quei paesi dove, appunto, se non hai l’automobile sei morto. È quindi probabile che non abbiate letto di un articolo del 2017 (molto discusso e ripreso sulla stampa estera), pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters, dove si parla delle possibili scelte personali che ognuno di noi può intraprendere per ridurre la propria impronta carbonica, le tonnellate di CO2 che le nostre azioni, ma dovrei dire la nostra vita, riversano nell’atmosfera.

Il modo migliore per ridurre la nostra impronta carbonica ci viene nascosto dai governi”. Titolava una rivista. Se l’avessero scritto tutto in maiuscolo, con qualche 11!1! in fondo sarebbe sembrata la solita spazzatura complottista che gira sulla rete. Ma era un titolo della prestigiosa rivista Science. L’articolo originale si focalizza sulle scelte personali e non su quelle collettive, perché queste ultime richiedono tre cose che purtroppo scarseggiano: tempo, consapevolezza e consenso sociale. Perché i cambiamenti collettivi che ci vengono prospettati, banalmente, per essere messi in atto devono essere socialmente accettati, dopo aver acquisito sia la consapevolezza del problema che quella delle conseguenze economiche delle possibili azioni. E serve tempo. E se non si inizia ne servirà sempre di più.

I cambiamenti individuali invece possono essere attuati immediatamente senza contrattazioni sociali, politiche ed economiche. Almeno in teoria. Avrei potuto ben scegliere di perdermi l’ultimo concerto di Paul Simon ma non posso, io, decidere di impiantare un parco eolico da qualche parte, o una centrale nucleare, o di chiudere un’acciaieria, o di tassare pesantemente i viaggi aerei.

Richiamarsi all’autorità della scienza sperando che i cambiamenti collettivi possano avverarsi magicamente, senza un consenso diffuso, oltre che essere ingenuo, è totalmente inutile. Ed è stupido chiedere a Greta Thunberg e a chi protesta le soluzioni a questo casino. Sono giovani. Io alla loro età avrei riempito il mondo di centrali atomiche. Poi ho capito che le cose erano un po’ più complicate e quindi non faccio neanche la chiosa “se l’avessimo fatto non saremmo in questo casino.”, perché davvero non lo so, anche se continuo a rimanere a favore dell’energia nucleare. Probabilmente lo saremmo lo stesso. È tutto molto più complicato di quello che uno vorrebbe.

Lo stesso anno del concerto in Central Park di Simon & Garfunkel, il 1981, ho iniziato a leggere Le Scienze (e anche la defunta Scienza e Vita Nuova). Ero al liceo e avevo solo due anni in più di Greta Thunberg quando si è messa con un cartello davanti al parlamento Svedese in segno di protesta verso la mancanza di azione contro il cambiamento climatico in atto. Nel corso degli anni ogni mese correvo in edicola a comprare il nuovo fascicolo e leggevo avidamente tutti gli articoli, ma proprio tutti. Anche quelli che faticavo a capire. Quelle letture sono state formative e hanno plasmato le mie idee di adolescente. Rigide e senza possibilità di appello ovviamente, come quelle di qualsiasi adolescente. Mi ricordo ancora delle mille discussioni con amici, che frequentavano altre letture, in cui difendevo a spada tratta l’energia nucleare, forte dei dati e delle previsioni che avevo letto in tanti fascicoli della rivista (che non ha mai nascosto la sua posizione, partendo dal fondatore Felice Ippolito). “Ma non li hai visti i numeri?!?”.

In tanti anni su quelle pagine sono passati moltissimi articoli che avvertivano di un riscaldamento del pianeta in atto e delle possibili conseguenze. Molti oggi in piazza a protestare non erano ancora nati nel 1997, quando a Kyoto venne redatto il trattato internazionale sul riscaldamento globale. Se ne parlò molto in quegli anni, e nei successivi, ma dopo un po’ il tema sparì dalle pagine dei giornali. “Nessuno si fila più il riscaldamento globale, non c’è un pubblico interessato”. Beh, oggi c’è. E meno male.

L’articolo, che vi esorto a leggere, mette insieme i dati da 39 fonti diverse e avverte che troppo spesso ci si focalizza su scelte individuali che sono o irrilevanti o molto molto meno efficaci (su scala globale) di quello che potremmo pensare e sperare.

Vivere senza automobile è il secondo gesto personale che più può ridurre l’impatto del singolo: fa risparmiare 2,4 tonnellate di CO2 all’anno. Vi ricordo sempre l’obiettivo del 2050 di 2,1 tonnellate per anno a testa. E badate bene che senza vuol dire andare a piedi o in bici. Se usate i trasporti pubblici la riduzione sarà inferiore. Il terzo comportamento più virtuoso nella lista è evitare un singolo volo aereo oltreoceano. UNO. Costa 1,6 tonnellate di CO2. Ovviamente è un valore medio che dipende dal peso del bagaglio, dalla lunghezza del volo e così via. Ora sto andando in Sardegna, quindi forse impatta un quarto o un quinto di quel mio viaggio a NY.

Poi si può comprare un’auto più efficiente, elettrica, e infine, tra i comportamenti ad alto impatto, c’è il passare a una dieta a base completamente vegetale, che fa risparmiare nella media 0,8 tonnellate di CO2 per anno. Ovviamente quest’ultimo dato varia moltissimo: il risparmio è tanto più elevato quanto più è alto il consumo di partenza (i dati fanno riferimento a documenti di paesi anglosassoni, per cui stimo che io diventando vegano contribuirei decisamente meno, data la mia alimentazione attuale).

Il primo in classifica – e anche il motivo per cui due anni fa questo articolo fece molto parlare di sé – è “non fare un figlio”. Un figlio “costa” 58,6 tonnellate di CO2 ogni anno.

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Capite benissimo come sia estremamente delicata una discussione, che però è abbastanza ineludibile, sull’aumento di popolazione, il convitato di pietra di ogni discussione sull’ambiente. E le cose, come al solito, sono complicate e proprio qui si intersecano le scelte individuali con quelle collettive: perché quel numero elevatissimo è “pesato” soprattutto dai futuri bambini che nasceranno nei paesi che consumano tanta energia. Un bambino che nascesse in Sud Sudan non avrebbe di certo quell’impatto. Ma chi non desidererebbe per il futuro bambino del Sud Sudan tutte le opportunità, con i loro costi energetici, concesse ora a un bambino australiano, statunitense, o anche italiano?

Greta Thunberg dice giustamente che “bisogna ascoltare la scienza”. Leggevo Le Scienze più o meno alla sua età quindi figurarsi se non concordo. Ma ci ho messo un po’ a capire e ad accettare che il decidere di impiantare o meno una centrale nucleare fosse una questione scientifica solo in piccola parte. Sarebbe ingiusto che lo pretendessi dai giovani oggi. Ma lo pretendo dagli adulti consapevoli del problema. Ci si può solo rallegrare che, finalmente, il tema sia arrivato sui giornali. Ma si deve andare oltre il comprensibile assolutismo adolescenziale senza che questo sia vissuto con fastidio da parte degli adulti che sanno benissimo che le cose sono maledettamente complicate. Dire che non basta “ascoltare la scienza” non è un “attacco” a Greta Thunberg. E scrivere “se leggessero i numeri, i dati della scienza allora…” è quello che nella comunicazione della scienza si chiama Deficit Model e viene di solito bollato come una enorme ingenuità. L’idea semplicistica che basti snocciolare i numeri per convincere le persone, senza capire il loro “frame”, il modo con cui interpretano e incasellano le informazioni all’interno del loro sistema di valori e conoscenze pregresse. Perché c’è la scienza e c’è la comunicazione della scienza. E sono cose diverse. E la seconda è altrettanto importante se si vuole creare consapevolezza e consenso intorno alla prima invece che lo scontro permanente.

Scrivevo in tempi non sospetti

“pensare che con una lezione stile universitaria “dalla cattedra al banco” le persone cambino idea su XXX è semplicemente illusorio. Una piccola parte forse lo farà, ma dipende molto da cosa e soprattutto da come vengono dette le cose.”

Valeva per gli OGM, vale per i vaccini, e vale anche per il cambiamento climatico.

Vi confesso, ragazzi che siete in piazza, che non riesco proprio a sentirmi in colpa per le mie scelte individuali. Sono felice di avere avuto due figli meravigliosi, con le loro tonnellate di CO2 annesse, che hanno la vostra età e spero potranno aiutare a trovare una soluzione al casino in cui la mia generazione e quella precedente li ha infilati. Uso l’automobile. Davvero non riuscirei a vivere senza (anche se c’è sempre qualcuno che fa il miglior fico del bigoncio e ti vuol spiegare come vivere la tua vita, anche se poi fa solo virtue signaling). E a quel concerto di Paul Simon non avrei rinunciato per niente al mondo.

Ridurre il consumo di prodotti animali: ecco una cosa che posso fare. Ma l’impatto è più limitato di quello che potremmo pensare, e anche qui c’è da distinguere tra i più impattanti bovini e il meno impattante pollame. E poi non è solo questione di CO2 (e di altri gas serra), ma anche di acqua, di suolo. Insomma io, singolo, non riesco a risolvere il problema. È troppo grande. E neanche tutti noi presi singolarmente. Diventare tutti vegani lasciando uguale tutto il resto non risolverà affatto il problema. E non è giusto lasciare il peso sulle nostre singole spalle.

Ed è qui che si innestano le scelte collettive di cambiamento perché solo quelle possono aggredire il mostro. Il movimento innescato da Greta Thunberg ha riportato l’argomento nella discussione pubblica, e sono contento di vedere ragazzi – forse c’è anche qualche mio studente che si ricorda della mia lezione sull’efficienza energetica nel corso di termodinamica – che passano le giornate a leggere e discutere dei documenti dell’IPCC. Forse mi ricordano me stesso al liceo che leggevo Le Scienze e mi guardavano tutti come se fossi un po’ sfigato, come si guardava fino a qualche anno fa quelli che oggi chiamiamo Nerd (anche se ora siamo stati un po’ riabilitati).

Ma a un certo punto gli adulti devono prendere in mano la situazione. E ammettere che sì, è anche una questione di soldi, e che non c’è nulla di strano o vergognoso. Perché servono risorse per fare qualsiasi cosa. Risorse che andranno tolte a qualcos’altro e a qualcuno. Che si lamenterà perché ne soffrirà. È un pensiero che mi pare a Greta Thunberg disgusti, e non mi stupisce, ma le leggi dell’economia reggono le nostre società. Sarebbe ingiusto pretendere da un adolescente la padronanza della complessità del problema e ancor più di tutte le implicazioni economiche, etiche, e di giustizia sociale di qualsiasi approccio venga proposto. Quindi va bene l’”Ascoltate la scienza!” di Greta Thunberg, ci mancherebbe. Ma se ci si fermasse qui sarebbe un’occasione buttata. La scienza non dà risposte ai problemi etici o di giustizia, come ben ricorda un articolo di commento su Nature Climate Change intitolato “I limiti retorici del movimento #FridayForFuture” (paywall, mi spiace), anche se serve indubbiamente per incanalare la discussione nei giusti binari.

L’Europa è storicamente responsabile del 20% di tutte le emissioni passate. Ma ora le ha ridotte del 20% rispetto al 1990. Noi europei siamo responsabili adesso del 9% di tutte le emissioni di CO2. Dovremmo pagare per il 9% o per il 20%? E come? Pensate che sia una domanda a cui la scienza può dare una risposta? Certo, abbiamo un’emissione di CO2 pro capite molto più alta di 2,1: siamo a circa 7, quasi tre volte tanto. I maggiori emettitori ora sono i cinesi. Pro capite stanno a 7,7 tonnellate ma in valore assoluto registrano un impressionante 27% destinato a crescere ancora nei prossimi anni.

Tra la UE (terza) e la Cina (prima) ci sono gli USA, con il 15% del totale, le cui emissioni sono rimaste sostanzialmente stabili nell’ultimo decennio. Spero comprendiate il ginepraio di domande che questi numeri automaticamente generano, ancora prima di avere un’idea chiara di come fare per ridurre la CO2 nella pratica. Hanno banalmente ragione coloro che indicano nella Cina la nazione dove primariamente agire, e in prospettiva l’India (ora in quarta posizione). Lo dicono i numeri. Ma non ha ovviamente senso chiedere che Greta Thunberg vada in Cina a parlare.

Certo al clima interessa la CO2 totale, non quella pro capite, che però ha una rilevanza enorme sia per l’impatto sulla vita delle persone sia per tutte le questioni etiche relative a ciò che sarebbe giusto o sbagliato fare. E se gli americani buttano in atmosfera circa 15 tonnellate a testa, il Canada ne butta 18, l’Oman 19 e il Qatar 38. Facciamo pagare tutto al Qatar? Ma poi in pratica come si fa? E comunque sono quattro gatti.

Rifuggete dall’artificio retorico di immaginare che tutta questa CO2 derivi da energia “superflua”: SUV, condizionatori d’aria e inutili fabbriche di merendine. Ci sono anche quelli, certo, ma se fossero solo quelli il problema sarebbe di più facile soluzione. Il miliardo e più di indiani che nel 1990 emetteva 0,7 tonnellate per anno, nel 2017 ne emette 1,8 con la prospettiva di migliorare le proprie condizioni di vita. Un frigorifero costa energia. Mangiare costa energia. Andare a scuola costa energia. Avere cure mediche dignitose costa energia.

E la giustizia? Cosa fare coi responsabili per la CO2 emessa in passato? Di certo, per analogia, se l’Amazzonia brucia adesso non ha molto senso, razionalmente, prendersela anche con chi secoli fa ha distrutto le foreste europee. Ma è anche giusto? Passata la festa gabbato lo santo?

Come faremo? Non lo so, sembra tutto troppo più grande di noi, ma so che non è solo una questione di scienza, e sì è anche una questione di soldi, e di politica, e di economia, e di etica, e di giustizia. Nelle mie letture giovanili di Le Scienze pochi articoli mi affascinavano come quelli sul dilemma del prigioniero e sulla teoria dei giochi: sebbene teoricamente la cooperazione tra individui porti al risultato migliore per tutti, nella pratica questo non sempre succede. Come diceva Yogi Berra, “In teoria non c’è differenza fra la teoria e la pratica. Ma in pratica c’è”. E ho il presentimento che gli economisti esperti di teoria dei giochi potranno dare il loro contributo per aiutare se non a risolvere almeno a dipanare la faccenda davanti al pubblico.

Ci sono alcuni, sia tra i pro che i contro, che vedono questo movimento come una rivalsa tardiva contro il capitalismo e l’economia di mercato. E mentre i contro si immaginano chissà quale complotto mondiale, i pro accomunano ai negazionisti del riscaldamento climatico chiunque faccia notare una cosa banale e cioè che non solo il “chi paga” questo casino non lo può decidere la scienza da sola, ma che non si capisce proprio come questo possa accadere in pratica, se non all’interno dei meccanismi economici e politici condivisi che bene o male regolano le nostre società e i rapporti tra stati. Ma finché la discussione pubblica non andrà oltre gli schieramenti su Greta Thunberg, noi contro di voi, permettendo anche a questa ragazzina di tornare a scuola, e non si discuterà pubblicamente di quanto costerebbero, alle persone e alle loro vite quotidiane, i vari scenari che gli economisti e gli esperti di scenari economici e sociali (che non sono meno da ascoltare dei climatologi) stanno studiando per riuscire a rallentare il maledetto riscaldamento, rimarrò col pessimismo che la mia età mi consente.

Certo, esistono anche coloro che pensano non ci sia alcun problema. Ma esattamente come per i vaccini, dove i numeri dicono che solo una piccola parte di chi ha timore di vaccinare i propri figli è quello che viene chiamato un irriducibile novax, credo che i “negazionisti climatici” duri e puri siano una minoranza. Ed è il momento giusto per non dargli troppa corda e troppa importanza. Gli altri vanno presi per mano e accompagnati, con un po’ di buona comunicazione della scienza. Perché come dicevo, per agire prima bisogna costruire un consenso sociale diffuso.

La complessità non piace ad alcuni di entrambi gli schieramenti. Non dovrebbero esistere schieramenti qui, noi contro voi. Il pianeta è uno solo e ci viviamo tutti. Ma siamo assuefatti purtroppo al pensiero semplice. Quando tempo fa ho parlato della pellicola di plastica che ricopre i broccoli, alcuni hanno pensato che stessi parlando solo della pellicola di plastica che ricopre i broccoli. Forse per miopia loro o più probabilmente per incapacità comunicativa mia. Fatto sta che stavo cercando, con un esempio provocatorio, di svelare la complessità di un tema ridotto a slogan e simboli. E mostrando che qualcuno, da qualche parte, aveva studiato seriamente quel tema e quindi valeva la pena mettere da parte slogan e simboli, e ascoltarlo. Avete presente l’abusato detto del dito e della luna? Ecco, si può usare la pellicola del broccolo per suggerire che esiste una complessità che non va nascosta, e c’è chi invece vede solo il broccolo e l’attentato al suo simbolo.

A me i simboli, l’ho già detto, non piacciono. Accetto malvolentieri che possano essere utili per portare milioni di persone a fare qualcosa, inizialmente, ma poi possono diventare una gran limitazione.

Ragazzi che oggi siete nelle strade, come ha detto Paul Simon all’inizio di American Tune al Corona Park: “Don’t give up”, non mollate. Ma cominciate ad abbracciare la complessità nascosta dietro i simboli e gli slogan.

paulsimon

Ciao

Dario Bressanini

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