Gli abitanti della terra dei fuochi non si arrendono

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Angelo Mastrandrea, giornalista4 novembre 2019 

Una mattina di ottobre del 2015, mentre è al lavoro nel laboratorio di radiologia dell’ospedale Cardarelli di Napoli, Gerardina Caruso riceve una telefonata da un collega. Le dice che può passare a ritirare le analisi di suo marito, aggiungendo però che “c’è qualcosa che non va”. Quando la incontra di persona, le spiega che i medici hanno riscontrato un aumento anomalo dei linfociti e le consiglia di approfondire l’esame con un ematologo.

In quel momento Enzo Tosti, suo marito, è alle prese con un gruppo di persone con disturbi psichiatrici all’Associazione italiana assistenza svantaggiati (Aias) di Afragola, dove lavora come operatore sociosanitario. Ha 56 anni, si sente bene e non sospetta nulla. “L’esame del sangue l’ho fatto solo perché mia moglie insisteva da tempo”, ricorda. Quando Caruso porta a casa la cartella con i risultati, lui non si fa prendere dallo sconforto. Anzi, dice di essersi sentito “come se non mi riguardassero”. Accade lo stesso quando all’ambulatorio di ematologia del Cardarelli gli dicono che ha “una leucemia” e che bisogna “tenerla sotto controllo”. I medici si stupiscono della sua reazione, ma lui dice di “essere fatto così, evidentemente è un mio modo di proteggermi”.

Da quel momento si sottopone ogni mese a dei controlli. Poi, un giorno, “il medico mi dice che devo fare un ciclo di chemioterapia, perché i linfociti sono aumentati troppo”. Nel reparto di oncologia però escludono la chemio, gli fanno una mielobiopsia – un prelievo di midollo dalla spina dorsale – e finalmente danno un nome preciso alla sua malattia: linfoma non Hodgkin. Ovvero una neoplasia del tessuto linfatico, frequente tra i militari esposti all’uranio impoverito in Iraq e durante le guerre balcaniche negli anni novanta. Tosti però non è mai stato da quelle parti. Lui e la moglie vivono a Orta di Atella, una cittadina di 27mila abitanti a metà strada tra Napoli e Caserta, nel cuore di quella disordinata periferia urbana da due milioni di abitanti che circonda Napoli come una corona di spine.

Il linfoma non Hodgkin è un tumore raro, ma non nei 52 comuni dell’hinterland partenopeo che fanno parte della terra dei fuochi, chiamata così per i roghi quotidiani di rifiuti. Lo studio Sentieri dell’Istituto superiore di sanità spiega che in quella zona il linfoma ha una diffusione superiore del 50 per cento rispetto alla media nazionale, in particolare tra gli uomini. Ma non riesce a rintracciarne le cause.

Le scorie nel sangue
Enzo Tosti però vuole capire perché si è ammalato, non si accontenta della sola diagnosi. Da quando la rivista statunitense The Lancet Oncology, nell’agosto 2004, ha pubblicato un articolo che definiva l’area tra Acerra, Marigliano e Nola “il triangolo della morte” a causa dell’inquinamento causato dai rifiuti industriali smaltiti illegalmente, non passa giorno senza che lui denunci una discarica abusiva o un incendio appiccato da chissà chi. Scavando sotto la superficie, sostiene, si possono comprendere le vere ragioni della crisi dei rifiuti e individuare i responsabili.

In dieci anni di esplorazioni ha trovato di tutto: pneumatici, teloni di plastica usati per coprire le serre, pannelli di eternit, strisce di cuoio e altri scarti delle decine di laboratori calzaturieri e tessili che lavorano per le grandi griffe e per l’industria del falso. Per questo si è convinto che le discariche abusive e i roghi non siano altro che il “sintomo di un sistema industriale malato”.

Sull’onda dell’articolo di The Lancet Oncology, Gerardina Caruso ed Enzo Tosti si sono messi in testa di far fare dei test tossicologici a chi abita nella terra dei fuochi. “Vedevamo persone che si ammalavano attorno a noi, da me in ospedale era un via vai continuo di tac e risonanze magnetiche alla ricerca di tumori e metastasi. Sospettavamo che i veleni ingeriti o inspirati potessero essere una delle cause dei tumori e anche di altre patologie”, racconta Caruso.

A sinistra: Angelica Romano, Casalnuovo, Napoli. Romano ha 47 anni, è malata di leucemia mieloide acuta. A destra: Enzo Tosti, 61 anni, Orta di Atella, in provincia di Caserta. - Mauro Pagnano
A sinistra: Angelica Romano, Casalnuovo, Napoli. Romano ha 47 anni, è malata di leucemia mieloide acuta. A destra: Enzo Tosti, 61 anni, Orta di Atella, in provincia di Caserta. (Mauro Pagnano)

Il primo passo è stato convincere un medico del Cardarelli a fare dei controlli pediatrici. Poi, con la dottoressa Filippina Onofaro hanno cominciato ad analizzare i capelli di adulti e bambini alla ricerca di metalli pesanti e hanno stabilito un percorso di disintossicazione. A loro si è unito Giampiero Angeli, un colonnello dell’esercito in pensione che è stato il precursore di questo genere di analisi. Qualche tempo prima aveva accusato dei malesseri e si era sottoposto a esami tossicologici, che avevano evidenziato una concentrazione molto alta di policlorobifenili (pcb), sostanze chimiche usate come isolanti termici ed elettrici, come fluidi in oli lubrificanti e nei circuiti idraulici, e come additivi in vernici e solventi. In Italia li produceva solo la Caffaro di Brescia finché nel 1983 i pcb sono stati vietati. Le quantità trovate nel sangue di Angeli erano addirittura “superiori a quelle rilevate nei bresciani che vivevano vicino alla Caffaro”, spiega. Lui vive nelle campagne di Castelvolturno, dove di impianti chimici non c’è ombra.

“Quando mio marito Enzo si è ammalato ha chiesto alla dottoressa Onofaro e ad Angeli cosa poteva fare, e loro gli hanno consigliato di andare al laboratorio Lg-Inca di Oderzo, nel trevigiano, e di cercare non solo i metalli pesanti ma anche i pcb”, dice Caruso. Tosti ha pagato tutto di tasca sua: ottocento euro più il viaggio e l’alloggio. Le analisi segnalavano “valori critici” di esaclorobifenile 153, 138, 187 e 170 – della famiglia dei pcb – ma sopratutto di esaclorobenzene, che la letteratura scientifica associa al rischio di leucemie linfatiche. “Mi sono chiesto subito come mai queste sostanze fossero finite nel mio corpo”, dice. La sua ipotesi è stata che si trattasse di veleni sepolti illegalmente nei terreni, poi finiti nelle acque dei pozzi usati per l’irrigazione e infine negli alimenti.

Bonifiche e minimizzazioni
Che nella terra dei fuochi siano state sepolte tonnellate di rifiuti tossici è un fatto acclarato. Dal 2002 Legambiente ha censito 119 inchieste giudiziarie sui traffici di rifiuti diretti alle discariche legali e illegali nel napoletano e nel casertano, con 447 ordinanze di custodia cautelare, 734 denunce e 177 aziende coinvolte. L’ultima operazione giudiziaria risale all’agosto 2019, quando i droni dell’esercito hanno individuato e consentito di sequestrare un deposito abusivo di oli esausti.

All’inizio del suo mandato da ministro dell’ambiente, il generale dei carabinieri Sergio Costa – già impegnato in passato in diverse inchieste sull’inquinamento nella terra dei fuochi – ha promulgato un decreto per la bonifica dell’area, che però non è mai cominciata.

Valerio Taglione, 50 anni, Aversa, provincia di Caserta. Ha un tumore ai polmoni.  - Mauro Pagnano
Valerio Taglione, 50 anni, Aversa, provincia di Caserta. Ha un tumore ai polmoni. (Mauro Pagnano)

Nessuno studio ha dimostrato invece la correlazione tra i tumori del sangue e i veleni sepolti nel terreno o diffusi nell’atmosfera. Al contrario, è sempre stata negata o minimizzata. Un esempio sono le parole pronunciate da Beatrice Lorenzin nel 2014. Secondo l’allora ministra della salute l’eccesso di tumori è dovuto a “stili di vita sbagliati” dei cittadini e non all’inquinamento ambientale.

Tosti non fuma, non beve, conduce una vita sana, eppure si è ammalato. La sua storia contraddice le parole dell’ex ministra, e non è neanche l’eccezione che conferma la regola.

Il progetto Veritas
Insieme alla moglie Gerardina Caruso, alla dottoressa Onofaro e al colonnello Angeli hanno discusso i risultati delle sue analisi. “Ci siamo detti: perché non vediamo se anche gli altri malati della terra dei fuochi hanno queste sostanze nel sangue?”, dice Tosti. Nessuno fino a quel momento aveva mai fatto una cosa del genere. Gli ostacoli da superare erano diversi. Il primo è stato convincere le persone a sottoporsi a dei test, vincendo ogni diffidenza ed eventualmente sobbarcandosi le spese, visto che non sono rimborsate dal servizio sanitario nazionale. Inoltre, i tre avevano bisogno di qualcuno che li aiutasse per l’aspetto scientifico della loro ricerca. E così si sono rivolti al professor Antonio Giordano, un oncologo che insegna all’università di Siena e dirige lo Sbarro institute for cancer research della Temple university di Filadelfia, negli Stati Uniti.

Caruso e Tosti lo hanno incontrato alla presentazione di un suo libro, Monnezza di Stato, nel quale affronta proprio il problema dei veleni nelle “terre dei fuochi italiane”. “Gli abbiamo chiesto se era disposto a darci una mano per andare oltre quello che gli studi fatti fino a quel momento avevano accertato”, racconta Tosti. Giordano alla fine ha accettato, mettendo a disposizione il suo staff e i laboratori, e ha proposto anche un nome per il progetto: “Veritas”.

Per passare alla fase operativa hanno chiesto aiuto all’associazione locale Lello Volpe, che si occupa di tutelare la salute dei ragazzi. E hanno nominato un comitato tecnico-scientifico, del quale fanno parte – oltre ad Angeli, Caruso, Onofaro e Giordano – anche l’avvocata Valentina Centonze, che ha seguito i ricorsi degli abitanti della terra dei fuochi alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, e Luigi Costanzo, medico di Marigliano che da anni denuncia l’aumento di allergie, malformazioni e tumori nei pazienti del suo studio.L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LA PUBBLICITÀ

Il passo successivo è stato cercare le persone ammalate per convincerle a partecipare al progetto. “Abbiamo chiesto a Costanzo di coinvolgere altri medici di base ma non ha risposto nessuno, è stato un disastro”, ricorda Caruso. Le cose non sono andate meglio all’ospedale Cardarelli. “Non erano abituati a curare le intossicazioni croniche, la prima risposta è stata che non dovevamo rivolgerci a loro”, aggiunge. Non è decollata neanche la campagna di crowdfunding sul web. Senza soldi, senza alcun sostegno e soprattutto senza il coinvolgimento delle persone ammalate, il progetto è stato a un passo dal naufragare prima ancora di partire.

Tuttavia, Tosti e gli altri non si sono persi d’animo. Hanno deciso di cambiare metodo, affidandosi al più tradizionale passaparola. Si sono rivolti alla Rete di cittadinanza e comunità, che raggruppa i comitati di cittadini e le associazioni della terra dei fuochi, e gli hanno chiesto di segnalare familiari, amici o conoscenti ammalati. Poi li hanno contattati. Gerardina Caruso è stata la più attiva: “Con ognuno di loro passavo ore al telefono per raccontare il progetto e ascoltare le loro storie. La maggior parte di loro aveva molta voglia di parlare”.

“Un giorno mi ha chiamato al telefono e mi ha spiegato cosa volevano fare, è stata molto convincente”, racconta Valerio Taglione, che incontro a Casal di Principe nella Casa di don Diana, una villa confiscata a un esponente del clan dei Casalesi e assegnata a un comitato composto da 51 associazioni e cooperative. Lui è il coordinatore, nonostante nel 2016 gli sia stato diagnosticato un tumore al polmone destro e da allora si sottoponga a una terapia e a periodici cicli di radioterapia. “La mia vita non si è mai interrotta, nonostante la malattia”, dice. Al termine della telefonata con Caruso, Taglione ha aderito al loro progetto con convinzione.

Le ricerche si sono concentrate su arsenico, cadmio, mercurio, piombo

Lo stesso è successo a Paola Cipolletta, una donna di 55 anni alla quale nel 2017 è stato diagnosticato un tumore al colon. Prima di ammalarsi, si occupava di immigrazione in un’associazione intitolata a Jerry Masslo, il giovane sudafricano ucciso durante un tentativo di rapina a Villa Literno nel 1989. Ha conosciuto Gerardina Caruso alle manifestazioni contro la discarica di Chiaiano, creata nel corso della crisi dei rifiuti a Napoli nel 2007 e chiusa a metà del 2018. Poi la malattia l’ha costretta a fermarsi e a sottoporsi a tre operazioni lunghe e rischiose, e a svariati cicli di chemioterapia. Come Tosti e Taglione, anche lei conduceva una vita sana. “La mia unica preoccupazione era di ammalarmi di diabete come mia mamma”, spiega. Quando ha ricevuto la telefonata di Caruso, ha accettato subito di partecipare all’iniziativa. “Mi sono detta: devo capire perché mi sono ammalata, è una domanda alla quale nessuno è mai riuscito a darmi una risposta”, spiega.

Le adesioni sono continuate. A tutti, spiega il professor Giordano, è stata fatta un’anamnesi “per escludere i casi in cui le cause della malattia fossero certe”. Sono stati perciò esclusi i fumatori, le persone che per lavoro o altri motivi sono stati a contatto con sostanze tossiche e chi ha avuto un familiare malato di tumore. Per non prestare il fianco ad alcuna critica, hanno adottato il protocollo Sebiorec, messo a punto dall’Istituto superiore di sanità per un’analoga ricerca della regione Campania. Alla fine, hanno selezionato cento malati di tumore, dieci persone sane che vivono nella terra dei fuochi e altre 15 in buona salute, ma che risiedono altrove. A questo punto bisognava trovare i soldi per pagare le analisi.

La Rete di cittadinanza e comunità ha deciso di avviare una campagna capillare di sottoscrizione. Il primo appuntamento è stato il 4 novembre del 2017 al teatro Lendi di Grumo Nevano, con uno show intitolato Schiattamm’ _’__e risate pe’ nu’ schiattà_ (Moriamo di risate per non morire). Quella sera si sono esibiti gratis alcuni comici del programma televisivo Made in Sud e musicisti napoletani come Valerio Jovine, il cantautore Maurizio Capone e il sassofonista Marco Zurzolo.

A sinistra: Paola Cipolletta, 55 anni, Mugnano di Napoli. Ha un tumore al colon e poi ha sviluppato altre patologie tumorali. A destra: Paola Barone, Orta di Atella, provincia di Caserta, ha il linfoma Hodgkin stadio III A.
 - Mauro Pagnano
A sinistra: Paola Cipolletta, 55 anni, Mugnano di Napoli. Ha un tumore al colon e poi ha sviluppato altre patologie tumorali. A destra: Paola Barone, Orta di Atella, provincia di Caserta, ha il linfoma Hodgkin stadio III A. (Mauro Pagnano)

Il biglietto d’ingresso costava 15 euro, i 520 posti del teatro si sono riempiti tutti e i quasi ottomila euro d’incasso sono serviti a pagare le prime otto analisi alla Lg-Inca. Enzo Tosti era soddisfatto. Un anno dopo la scoperta di avere un linfoma non Hodgkin, la sua malattia è diventa il punto di partenza di una battaglia che ha coinvolto un’intera popolazione. La raccolta fondi è andata avanti con eventi musicali o teatrali, cene di sottoscrizione in centri sociali e altre iniziative. Fino a oggi sono stati raccolti circa 60mila euro.

Dopo qualche mese, alla Rete è arrivata una lettera dell’associazione A sud, che si occupa di giustizia ambientale e sociale. La ong ha chiesto di diventare partner e di cercare finanziamenti. Secondo la presidente Laura Greco è un esperimento “da estendere nelle altre terre dei fuochi italiane come Brescia, Gela, Marghera e Taranto”. Ben presto si sono associati il Centro di documentazione sui conflitti ambientali, l’associazione Vinci e gli studenti della Rete della conoscenza. Grazie al sostegno delle fondazioni Con il sud e Charlemagne, A Sud ha gestito il progetto e ha coperto i costi, circa 150mila euro.

Infine, grazie all’aiuto della facoltà di farmacia dell’università Federico II e ad alcuni dei suoi macchinari nuovi di zecca – che permettono di controllare i veleni prelevando una sola goccia di sangue dal dito dei pazienti, invece dei dodici flaconi prelevati a Enzo Tosti nel laboratorio veneto – è stato firmato un protocollo d’intesa e il progetto Veritas è potuto entrare nel vivo.

Alla ricerca dei veleni
Le ricerche si sono concentrate su arsenico, cadmio, mercurio, piombo, diossine, furani, pcb, polibromodifenili, eteri. “La scelta è stata dettata dal fatto che sono tutte tossiche per la salute umana, al punto che il ministero della salute ha imposto dei limiti alla loro emissione”, spiega il professor Giordano. Insieme ai dosaggi ematici, con prove e controprove per verificare l’esattezza dei risultati, sono stati analizzati anche i capelli, che “potrebbero offrire informazioni sul metabolismo”, dice ancora l’oncologo.

Le prime otto analisi sono state effettuate alla Lg-Inca di Oderzo e rifatte alla Federico II. Poi sono state fatte direttamente all’università di Napoli, pagando ognuna “solo” 170 euro.

Tra le persone che si sono sottoposte ai test c’è stato anche Valerio Taglione. Nel suo caso, i risultati hanno evidenziato valori enormi di cadmio, arsenico, mercurio, diossine e pcb. “Erano talmente al di sopra della norma che al centro antiveleni si sono stupiti che riuscissi a stare in piedi”, racconta. Paola Cipolletta mostra le sue: spiccano i 104 milligrammi per litro di mercurio contro un massimo di 9,9, i 30 di cadmio contro gli 1,97 da non superare e i 246 di piombo contro un’asticella posta a 79,5. L’arsenico è più del doppio della soglia massima e non mancano pcb, diossine e furani. In tutte le persone che si sono sottoposte ai controlli cambiavano le quantità ma non la sostanza: i veleni sospettati di essere tra i responsabili delle loro malattie c’erano tutti e in gran quantità. In particolare, colpiva la presenza massiccia di cadmio e mercurio.

Il laboratorio di Filadelfia
Il 20 settembre 2018 il ministro dell’ambiente italiano Sergio Costa è andato allo Sbarro institute di Filadelfia diretto dal professor Giordano. I risultati delle analisi a cui si sono sottoposti i partecipanti al progetto Veritas dovevano ancora arrivare. L’oncologo intanto ha spiegato al ministro “l’importanza di indagare sulle sostanze velenose”. “Il professore ha fatto luce sul rapporto tra inquinamento e malattie nella terra dei fuochi e ora sta andando oltre”, ha dichiarato Costa al termine dell’incontro.

Il lavoro di analisi dei dati è cominciato a febbraio 2019 e i risultati definitivi, dopo un processo di peer review, saranno pubblicati sulla rivista scientifica statunitense Journal of Cellular Physiology. Giordano e i suoi collaboratori mantengono il più stretto riserbo sulle conclusioni dello studio, ovvero su quale sia il nesso tra i metalli pesanti, il pcb e le diossine trovati nell’organismo dei pazienti e la loro malattia. L’ipotesi è che i veleni agiscano sul sistema immunitario, che invece di proteggere l’organismo diventerebbe un agente patogeno.

L’obiettivo dei promotori, una volta pubblicata la ricerca, è dare la possibilità a tutti i cittadini di poter fare gratuitamente i test tossicologici e di accedere a terapie che gli permettano di eliminare i veleni dal sangue, visto che nella terra dei fuochi queste sostanze sono ancora nei terreni e nell’atmosfera. Dopo la prima fase di scetticismo, il Centro antiveleni del Cardarelli ha aperto le porte. Ai partecipanti del progetto Veritas è stata offerta la possibilità di una “terapia chelante” per purificare il sangue dai metalli pesanti. Enzo Tosti vi si è sottoposto per primo e i veleni nel suo sangue sono diminuiti drasticamente. A una ragazza è stata riscontrata una diminuzione del 70 per cento delle sostanze tossiche e una contemporanea riduzione della massa tumorale. Anche se è ancora troppo poco per affermare che la terapia funzioni, i promotori del progetto Veritas credono che qualche conferma in più arriverà dalla ricerca scientifica.

Le persone ritratte nelle foto pubblicate in questo articolo si sono sottoposte agli esami tossicologici del progetto Veritas, da cui sono emersi valori di metalli pesanti e pcb molto al di sopra della soglia critica.

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