L’Emilia affonda

Dal blog https://jacobinitalia.it/le

Alessandro Canella19 Novembre 2019

Due alluvioni nel giro di pochi mesi nella provincia di Bologna ci dicono come cambiamento climatico e consumo di suolo stiano minacciando i nostri territori. La politica ha molte responsabilità

Nella pianura a nordest di Bologna si sta verificando un perfetto esempio di responsabilità antropica nei disastri ambientali. Nel giro di nove mesi lo stesso territorio è stato oggetto di ben due alluvioni, che hanno provocato sfollati, danni alle abitazioni, all’agricoltura e al tessuto produttivo.
La rete idraulica dell’intera provincia sembra non reggere più l’effetto dei cambiamenti climatici, aggravato dal consumo di suolo. E quella che all’inizio del secolo scorso era una palude torna a esserlo, seppure episodicamente, ma con tempistiche preoccupantemente ravvicinate.

Il primo episodio risale al febbraio scorso. Il fiume Reno, che scende dall’Appennino e attraversa la città di Bologna proseguendo in pianura, ha rotto l’argine in una frazione del Comune di Castel Maggiore, nella prima periferia bolognese. Le acque hanno registrato una violenza e una velocità tale da viaggiare per una decina di chilometri e allagare anche il limitrofo Comune di Argelato, sempre a nordest del capoluogo di regione. Centinaia di famiglie si sono ritrovate l’acqua in casa ed è scoppiata una polemica politica sullo stato di manutenzione degli alvei e, soprattutto, su alcuni lavori di rafforzamento dell’argine che evidentemente non hanno funzionato.

Appena nove mesi dopo, domenica 17 novembre, si è presentato uno scenario identico ad appena venti chilometri di distanza. L’Idice, un torrente che analogamente scende dall’Appennino, ha rotto l’argine in una zona rurale nel Comune di Budrio. Il primo bilancio parla di 250 sfollati, con cento pecore e una cinquantina fra maiali e mucche annegati.

Visto il brevissimo tempo intercorso tra le due alluvioni, viene il sospetto che qualcosa non funzioni nel sistema idraulico, le cui basi sono state gettate dalle bonifiche cominciate a cavallo tra le due guerre mondiali.
L’intera provincia di Bologna ha due distinte reti idrauliche. Quella dei corsi d’acqua naturali, composta da fiumi e torrenti, è in capo alla Regione Emilia Romagna e viene utilizzata principalmente per il decorso delle acque montane provenienti dall’Appennino. La pianura, invece, è munita di una rete idraulica artificiale, composta da duemila chilometri di canali, ventisei impianti idrovori per il sollevamento e il pompaggio delle acque e ventisei casse di espansione e gestita dal Consorzio della Bonifica Renana.
Il meccanismo di funzionamento è piuttosto schematico: quando piove e il livello idrometrico sale, nei fiumi si attende prima il transito delle piene montane, che a causa dello scioglimento delle nevi e alla pendenza del terreno hanno una velocità maggiore, e successivamente si pensa a smaltire l’acqua di pianura in eccesso, opportunamente stoccata nei canali e nelle casse di espansione, pompandola nei corsi d’acqua naturali che finiscono nel Po e poi nel mare.

Il meccanismo ha funzionato per decenni, ma ora qualcosa si è rotto. Qualcosa che porta due nomi: cambiamento climatico e consumo di suolo.
Se l’innalzamento delle temperature e il conseguente scioglimento dei ghiacci sono fenomeni che hanno iniziato a riempire le cronache di diversi contesti del mondo, anche l’Appennino bolognese ha cominciato a manifestare una dinamica simile. Le precipitazioni nevose che lo interessano si sciolgono a una velocità molto più elevata che in passato, aggiungendo ingenti masse d’acqua alle normali portate dei fiume che mettono sotto stress i territori a valle. 

Tuttavia non si tratta dell’unico fenomeno ascrivibile ai cambiamenti climatici. Secondo le analisi dell’Arpae Emilia Romagna, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, nei primi sedici giorni di questo mese è stato registrato il 50% di precipitazioni in più rispetto alla media di novembre, mentre ottobre scorso è stato un mese piuttosto secco. La stessa dinamica si era verificata a gennaio, quando il Po e il Reno registravano una siccità tipicamente estiva, per poi riempirsi pericolosamente il mese successivo fino a provocare l’alluvione.

Se si consultano i saldi annuali dello stesso istituto, però, non si trovano variazioni significative nelle quantità di precipitazioni e ciò è spiegabile solo in un modo: la piogge sono le stesse nell’arco di dodici mesi, ma più concentrate e violente. Fenomeni estremi che il territorio non è preparato ad affrontare, poiché il suo sistema idraulico fu pensato per una diversa distribuzione pluviale e nevosa.

Come se non bastasse, ad aggravare la situazione in modo ancor più tangibile e diretto ci ha pensato l’uomo con il cemento. Da uno studio di Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), l’Emilia Romagna risulta quarta a livello nazionale per consumo di suolo. L’urbanizzazione ha reso impermeabili ingenti fette di territorio, sottraendole al loro ruolo di assorbimento delle precipitazioni. Di conseguenza, le acque rimangono in superficie e finiscono nei canali di scolo, che vanno a ingrossare ulteriormente i corsi d’acqua. Il sistema idraulico non regge più proprio perché fu pensato in un’epoca, la fine degli anni Trenta del secolo scorso, in cui il territorio era profondamente diverso e non era così urbanizzato.

A favorire processi di urbanizzazione e cementificazione sono state le stesse amministrazioni di centrosinistra, Pd in primis, che governano la Regione ininterrottamente dal secondo dopoguerra.
Gli ultimi trent’anni sono stati contraddistinti da continue battaglie da parte di comitati territoriali che si opponevano a progetti pubblici o privati che consumavano suolo, tra cui molte infrastrutture autostradali.

Sul finire del 2017 l’amministrazione regionale guidata da Stefano Bonaccini, governatore uscente e ricandidato alle consultazioni del prossimo 26 gennaio, ha approvato una nuova legge urbanistica che la maggioranza ha presentato come un provvedimento per fermare il consumo di suolo.
Per la minoranza di sinistra in consiglio regionale e per molte associazioni ambientaliste, però, quello di Bonaccini e della sua maggioranza è da ascrivere a un tentativo di green washing, dal momento che la nuova legge contiene tutta una serie di criticità che difficilmente consentiranno di raggiungere l’obiettivo dichiarato dello stop alla cementificazione.
Le maggiori critiche hanno riguardato l’aumento della volumetria degli edifici nella rigenerazione urbana, l’esclusione dei nuovi insediamenti produttivi dal tetto del 3% di nuove aree urbanizzabili e la moratoria di tre anni per i diritti edificatori già acquisiti.

Spaventato dall’incombere della Lega, che per la prima volta contende seriamente il governo della Regione, il presidente Bonaccini nelle scorse settimane ha promesso una «svolta green» agli ambientalisti che lo incalzavano per il suo stimolo condizionato alla realizzazione di grandi opere autostradali. Una svolta che non è sembrata molto sincera, poiché alla prima occasione, l’annuncio della plastic tax nella nuova manovra economica nazionale, è stato lo stesso Bonaccini a salire sulle barricate e opporsi a una pur debole misura dell’esecutivo. La tesi del governatore è che anche una piccola imposta per chi produce imballaggi non sostenibili gli avrebbe fatto perdere le elezioni. Per contro, giovedì scorso ha annunciato una misura alternativa: due milioni di euro (da incrementare nel bilancio regionale in discussione) di incentivi destinati alle imprese che intendono procedere verso una riconversione. In altre parole: invece di punire chi non si assume la responsabilità ambientale, si danno soldi a chi inquina affinché smetta di farlo.

A proposito di risorse economiche, l’alluvione dello scorso febbraio ha provocato più di tre milioni di danni, i cui risarcimenti però finiscono a carico della fiscalità generale. Anche sul piano locale, quindi, appare chiaro il meccanismo con cui si intende gestire la crisi climatica: incentivi a chi l’ha creata, costi ambientali e sociali a chi ne è vittima.

Alessandro Canella è direttore responsabile di Radio Città Fujiko, una delle più longeve esperienze radiofoniche indipendenti in Italia.

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