La vita è un’opera d’arte, ci disse Bauman. Ecco il segreto per la felicità.

Dal blog https://youmanist.it/

13 NOVEMBRE 2019AUTORE: LUCIA TEDESCO

Michael Rustin, professore di sociologia presso l’Università di East London, nel 2007 ha pubblicato un articolo sulla rivista Soundings, il cui titolo era “What is wrong with happiness?”, “Cosa c’è che non va nella felicità?”. Il quesito nasceva dall’urgenza di Rustin di interrogarsi sull’idea stessa felicità, un principio inalienabile, impalpabile, ma che dà forma al mondo.

La felicità nella Dichiarazione d’indipendenza americana venne considerata come un diritto universale dell’uomo, e venne sancita anche durante la Rivoluzione francese: “Lo scopo della società è la felicità comune”. Teoricamente, in quanto diritto umano, tutti meriteremmo di essere felici, così come di poter nutrirci e avere una casa. Ma cos’è questa felicità? E cos’è diventata nella nostra epoca? L’uomo contemporaneo tende a misurare il proprio benessere, anche interiore, sulla base della ricchezza personale: in breve, il benessere economico è considerato un aspetto cruciale della felicità, eppure questa equazione non sembra essere esatta. A dimostrarlo è uno studio pubblicato di recente sulla rivista Harvard Business Review: “Time for Happiness”. Un gruppo di economisti ha condotto un’indagine analizzando 100mila lavoratori adulti ed è emerso che quelli disposti a dedicarsi al proprio tempo libero, anche a discapito di un guadagno maggiore, “instaurano relazioni sociali più profonde, hanno carriere più soddisfacenti, maggiori gioie e, complessivamente, vite più felici”.

Nel 1974 Richard Easterlin, professore di economia statunitense, ha individuato un vero e proprio paradosso della felicità: ovvero, che una una società che vive una crescita economica rilevante, non sperimenti contestualmente un aumento significativo del benessere individuale. I dati empirici da cui è partito si basavano sulle risposte di un campione di individui – analisi cross-section – alla seguente domanda: “Presa la tua vita nel suo insieme, ti consideri: molto felice, abbastanza felice, infelice, molto infelice?”. Le autovalutazioni soggettive della felicità che ne emersero vennero poi confrontate con il reddito percepito dai soggetti in esame. Il risultato che ottenne è che le persone benestanti affermavano di essere più felici rispetto a chi viveva in condizioni economiche più svantaggiate, ma anche che a un aumento del reddito nel tempo non corrispondeva necessariamente un incremento di felicità soggettiva. In sintesi, chi è povero sperimenta maggior benessere nell’aumento di beni, ma quando viene superato il valore minimo di ricchezza – in cui sono stati soddisfatti i bisogni primari – l’aumento di reddito non equivale a una felicità assicurata. Il paradosso è contenuto proprio nell’illusione che uno stile di vita più agiato garantisca per forza una vita felice, mentre Easterlin – ma non solo – suggerisce che per aumentare la propria felicità, sarebbe meglio destinare il proprio tempo agli affetti o ai “beni non posizionali”.

Nel 2009, il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman ne L’arte della vita arriva a teorizzare la “coercizione a cercare la felicità”. Secondo l’autore è necessario interrogarsi su quali siano i contenuti della felicità e come sia possibile raggiungerla anche nelle più penose realtà tipiche della moderna società liquida. Le analisi sociologiche di Baumann lo hanno reso uno dei più grandi pensatori della nostra epoca. Secondo Bauman, una società è liquida se “le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. La vita liquida, come la società liquido-moderna, non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo. La vita liquida è, insomma, una vita precaria, vissuta in condizioni di continua incertezza”.

Per trovare risposta alla domanda di Michael Rustin, però, sembra si possa ricorrere proprio a questo libro del filosofo polacco. Ne L‘arte della vita, Bauman afferma che, in una società consumista, la felicità non è uno stato definitivo ma una ricerca perenne. La felicità coinciderebbe con l’idea stessa dell’acquisto, un consumo che non deve avere mai fine: la fine della ricerca determinerebbe la fine della felicità stessa. “La visione della felicità si sposta dalla gioia prevista, successiva all’acquisto, all’atto precedente, l’acquisto, che trabocca di gioiose aspettative perché colmo di una speranza ancora intatta, immacolata e non ancora delusa”. La precarietà della vita liquida sarebbe determinata da una totale mancanza di identità solide, in cui l’uomo moderno sceglie l’atto del consumo come un modo per potersi affermare socialmente. L’identità è manipolata dal consumo e, come la società stessa, cambia forma continuamente.

Secondo Bauman, partendo da questo presupposto, per vivere al meglio la vita è necessario porsi degli obiettivi, delle sfide che vadano ben oltre la nostra portata. Al pari di un artista che forgia la propria arte, dovremmo tentare l’impossibile, perché se la felicità corrisponde al raggiungimento di un desiderio, allora questo dovrebbe essere il più nobile che possiamo immaginare. Perché, dato che secondo lui siamo tutti dotati di libero arbitrio, “Volontà e scelta lasciano la propria impronta sulla forma di vita”. La nostra vita assume la forma di ciò che ricreiamo con l’espressione della nostra volontà, con l’azione, con un’idea autotelica di quelli che sono i nostri obiettivi, i nostri scopi. Quindi, per il filosofo polacco esercitare l’arte della vita significa così trovarsi in uno stato di trasformazione perpetua, in cui poter ridefinire se stessi e diventare perennemente altro, proprio come un liquido che assume la forma del contenitore che lo ospita. Essere liberi, poter scegliere secondo la propria volontà, significa essere in grado di cambiare forma in modo volontario e non inconsapevole e di perseguire gli obiettivi che ci si è preposti e avere, come diceva Sartre, un projet de la vie.

L’arte della vita è creare e ricreare se stessi e il mondo sfuggendo all’incertezza – che ogni giorno assume una forma diversa – che sembra rendere sempre più inaccessibile la felicità “autentica, adeguata e totale”. Il mondo può cambiare, può diventare un luogo meno mesto se ci si trasforma in artisti, accettando la responsabilità del risultato della nostra opera invece di incolpare incessantemente gli altri. Vivere diventa così un lavoro artistico: ognuno di noi è potenzialmente capace di dar forma e struttura a ciò che altrimenti sarebbe informe, se solo decide di farlo. “A ogni artista della vita si chiede di accettare (proprio come agli artisti) tutta la responsabilità del risultato della sua opera, raccogliendone i meriti o le colpe”, afferma il filosofo. La felicità, autentica arte della vita è raggiungibile solo grazie alla perseveranza che si manifesta attraverso una scelta “che si deve fare quotidianamente, per restarvi tenacemente fedeli e riaffermarla giorno dopo giorno”.

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