Dromocrazia. Il potere della velocità

16 Ottobre 2019 by Roberto Pecchioli

dal blog https://www.qelsi.it/

Nel futuro, chi vorrà descrivere le caratteristiche del nostro presente avrà l’imbarazzo della scelta. Tempo della tecnologia, del superamento dell’umano, dell’illimitato, della privatizzazione del potere, dell’informatica. Ma anche dell’istante, della rapidità, del cosiddetto “tempo reale”. E’ la dromocrazia, il potere della velocità che rimpicciolisce lo spazio e illude di estendere il tempo. Dromocrazia è un termine introdotto da Paul Virilio, singolare figura di autodidatta, architetto, urbanista e filosofo francese, scomparso a 86 anni nel 2018. Figlio di un comunista italiano e di una devota bretone, scelse a 18 anni il cattolicesimo, cui restò fedele per tutta la vita. La dromologia da lui fondata è la scienza e la logica della velocità, studiata in relazione al potere e con riferimenti all’arte, all’architettura, ai trasporti, all’urbanistica, alla guerra. Un brano del suo primo libro, Bunker Archeologie è illuminate: “chi controlla il territorio lo possiede. [Esso] non riguarda le leggi o i contratti, ma principalmente la gestione del movimento e della circolazione. “Indagò i rischi delle nuove tecnologie, che la tecnocrazia dominante tende a nascondere.

La velocità si è impadronita dell’uomo occidentale dal XIX secolo. Che cos’è un romanzo come Il Giro del Mondo in 80 giorni, se non un inno alla rapidità delle nuove tecnologie di trasporto, i piroscafi a vapore, le ferrovie in grado di tagliare in due interi continenti? Nel XX secolo il futurismo nacque e visse sotto il segno del dinamismo. Il movimento diventa per Marinetti essenza dell’epoca; la convinzione di vivere “nel promontorio estremo dei secoli” acquista carattere metafisico e inaugura un nuovo modello estetico “ Noi affermiamo che la bellezza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile ruggente (all’epoca si scriveva al maschile N.d.R.) è più bello della Vittoria di Samotracia.” Nella seconda metà del Novecento, gli Usa, sviluppatisi psicologicamente nel XIX secolo come nazione in corsa verso nuove frontiere, (“vai all’Ovest, giovanotto”) hanno conosciuto la generazione “on the road”, sulla strada, di Kerouac, Bukowsky, Ferlinghetti.
La novità contemporanea è l’informatica che cancella le distanze, proietta fuori dello spazio, nella virtualità di una nuova dimensione che annienta i territori, trasferisce in una realtà aumentata dove vince l’attimo, una corsa il cui fine sembra raggiungere e superare se stessa. Immobile resta il potere, esercitato “da coloro che regnano sulla velocità, controllano quella degli altri e squalificano socialmente coloro che restano fermi, i localizzati. “Interessante definizione, localizzati, per gli uomini normali, legati al territorio, alla comunità, lontani dalla frenesia della mobilità obbligatoria.

Evidente è la dimensione biopolitica della velocità. Bisogna correre, competere, battere primati senza voltarsi mai. I mercati finanziari vivono della celerità con cui gli algoritmi degli apparati informatici reagiscono ad ogni variazione dei titoli e delle condizioni, determinando fortune rapidissime e altrettanto fulminee cadute, come quella di Lehman Brothers nel 2008, il cui simbolo restano le meste figure degli impiegati che abbandonano rapidamente gli uffici con gli scatoloni degli effetti personali.
Per usare il lessico di un appartato studioso francese, Jacques Camatte, marxista antimoderno, la velocità penetra nell’ontosi, nel divenire della specie umana per effetto della società, delle costrizioni, dell’educazione. Il destino delle ultime generazioni è quello di essere trasportati alla massima velocità possibile, già a pochi mesi di vita, dalla casa dei genitori al nido. La prima corsa della vita strappa al ritmo naturale, costringe la madre al gesto simbolico dell’abbandono e la consegna subito dopo a una nuova prestazione: correre verso il posto di lavoro, in automobile o su mezzi di trasporto scomodi e affollati, prigioniera degli orari, schiava dell’orologio, viandante dei nonluoghi, intenta a calcolare il tempo per “gestirlo”, ovvero comprimerlo.

A grandi balzi, la velocità fa sì che il tempo divori lo spazio, per essere annientato a sua volta nell’universo virtuale. L’alienazione conseguente è il risultato della pervasiva onnipresenza della tecnologia. Ivan Illich dimostrò facilmente la controproduttività della velocità generalizzata, destinata a trasformarsi in immobilità per sovraccarico, cui opponeva la tranquilla lentezza della bicicletta: eterogenesi dei fini dromocratica! Avverte Virilio: “a lato dell’inquinamento delle sostanze, c’è quello delle distanze: il progresso riduce a niente l’estensione del mondo. E’ una perdita insopportabile, più rapida dell’inquinamento ambientale, ed avrà conseguenze ben più drastiche di quelle indicate da Foucault a seguito della grande reclusione, la realizzazione della prigione totale, l’incarcerazione del mondo, in un mondo ridotto dall’accelerazione dei trasporti e della trasmissione [dei dati, delle notizie]. “
Lo scenario diventerà insostenibile per le prossime generazioni, incarcerate in spazi ridotti a nulla. La tecnologia fa balenare un rimedio, la conquista di nuovi pianeti, la terra promessa oltre la Terra. Sarà una vita in esilio, ai limiti dell’estremo, annunciata dai segni patologici dell’esodo. René Guénon scrisse pagine memorabili sulle capacità allucinatorie del mondo moderno. Pensiamo ai giovani – e meno giovani – sul metrò o in treno, ristretti in pochissimi metri quadrati, intenti a trascorrere lo spazio/ tempo (per non “perderlo”!) con gli occhi fissi sui centimetri degli schermi dello smartphone. Peggio ancora, a bambini di pochi anni già ipnotizzati e alienati da una tecno dipendenza che li renderà obesi, asessuati, sradicati, invertebrati umanamente e politicamente schiavi, nell’esultanza del sistema. Per Virilio, si tratta della nuova colonizzazione. Il virtuale surclassa il reale, il cyber spazio è il sesto continente, la colonia destinata a sostituire i cinque della geografia. “La globalizzazione è un fenomeno di endo colonizzazione. Il colonizzatore è la velocità, generata dal progresso della tecnica (trasporti, informatica ecc.).”
Chi osa riflettere, è pervaso da un sentimento di occupazione; la mondializzazione ci colonizza e imprigiona, ma l’esito più diffuso è la rimozione del disagio, anzi, con il linguaggio di Jacques Lacan, la forclusione, la cancellazione dalla memoria psichica. La velocità è spesso un’illusione fatta di code, sale d’attesa, reclusione in spazi minimi su auto, aerei, treni. Il giudizio di Virilio si fa tagliente: “chi sono i sedentari? Coloro che non lasciano mai il loro seggiolino sull’aereo, sull’automobile, quelli che sono dappertutto a casa loro, grazie al telefono portatile.” La risposta di Virilio è utopistica. Immagina una teologia della povertà contrapposta alla teologia della velocità, un ritorno dell’umiltà, sinonimo di verità per Santa Teresina di Lisieux. Quella della mistica normanna, paradossalmente, è una frase da affidare agli scienziati e agli esperti, superbi ciarlatani postmoderni (Debord) che non vogliono comprenderla.
Alla dromocrazia non si sfugge se non attraverso l’esodo nel virtuale, debole consolazione di prigionieri. Con la velocità del tempo reale, il sistema incute meraviglia, timore, ma fa di più: dissuade. La mondializzazione impone una dissuasione civile su scala globale, in cui i divieti di agire, pensare, si moltiplicano e ci rendono, appunto, dei “dissuasi”. La prigione senza sbarre di cui parlava Aldous Huxley non è più in costruzione, ma in via di completamento. Siamo dissuasi dall’agire, perché c’è la prigione; dal parlare, per timore di ammende, risarcimenti e cause civili; dal pensare perché è inutile, un esercizio di autismo ai limiti della patologia. E oggi, persino dal vivere, poiché la nostra presenza inquina.
Il matrimonio tra tecnica e velocità ha creato un’instabilità sconosciuta in passato, tale da divorare spazio e tempo e lasciare in balia dell’incompiutezza. Per Virilio gli adoratori del Progresso sono “una pericolosa banda di nani afflitti da gigantismo”, la cui concezione scientifica sfocia in nichilismo mascherato. Nel 1993 anticipò in Lo schermo e l’oblio il mito dell’eterna connessione, che “porterà all’implosione del mondo visibile e renderà l’informazione il solo rilievo della realtà”, capace di rendere l’uomo “un bersaglio continuamente sovreccitato la cui unica salvezza risiede nella fuga dalla realtà”. L’interattività diventa un’ideologia deformante, mentre la velocità si risolve in febbre.
La critica alla tecnocrazia è per Virilio il riconoscimento dell’insuperabilità del limite, deriso dal tronfio ottimismo progressista. La tecnologia non può esistere senza l’incidente, la possibilità del fallimento. “Quando si è inventato il battello, è nato anche il naufragio, quando si è inventato il treno, tecnologia per spostarsi più velocemente, è nata la catastrofe ferroviaria.” Un salutare monito alla convinzione di avere tutto sotto controllo, di prevedere ogni evento, possedere una soluzione “tecnica”.
Oggi non si può più essere viaggiatori, semplicemente ci si sposta alla massima velocità possibile con lo spazio come ostacolo. Uno degli ultimi esploratori letterari del viaggio, Bruce Chatwin, fu lettore appassionato di Paul Virilio, il lucido descrittore della progressiva restrizione del mondo, simboleggiata dal passaggio dal viaggio allo spostamento. Ne La velocità di liberazione, la Francia è rappresentata fuoriuscendo dalla geografia; il suo territorio non è che un quadrato di un’ora e trenta di lato, con allusione ai tempi di percorrenza degli aerei. Dalla scoperta dell’automobile, o forse da quella del motore a scoppio, è stata ingaggiata una lotta mortale tra il tempo e lo spazio. Il primo è comprimibile, come dimostrano le tecnologie informatiche, il secondo è meno facilmente colonizzabile. Possiamo recuperare tempo, ma non occupare contemporaneamente spazi differenti.
Virilio fu un urbanista sostenitore dell’architettura obliqua, deciso a rompere l’egemonia dell’angolo retto di matrice razionalista, per reintrodurre il movimento e moltiplicare le possibilità d’uso dello spazio. Una sua tesi è che la modernità ha sostituito l’urbanizzazione dello spazio con quella del tempo, in cui l’uomo e il suo corpo degradano nel cittadino terminale munito di protesi interattive, il cui modello patologico è l’handicappato motorio equipaggiato per controllare il suo ambiente domestico senza spostarsi fisicamente. Una figura catastrofica che ha perduto, con la motricità naturale, le sue facoltà di intervento immediato, e si abbandona, in mancanza di meglio, alle capacità dei sensori, dei recettori e degli altri segnalatori di distanza. E’ smascherata l’essenza disumanizzante della domotica, la scienza che studia le tecnologie da utilizzare negli ambienti antropizzati.
Il titolo La velocità di liberazione allude agli 11,2 km al secondo, obiettivo inconscio della dromocrazia, oltre i quali ci si libera dalla camicia di forza della gravità, il punto limite superato il quale alto e basso non hanno più senso. Interessante è la riflessione relativa all’ estetica della sparizione. Fu il cinema a sconvolgere le forme della percezione umana, introducendo forme di allucinazione collettiva e di accelerazione impossibili in anteriori forme artistiche. La sostituzione della conoscenza tattile con quella visiva, anticipata da movimenti come la pittura impressionistica, iniziava il cammino, concluso con il computer e lo smartphone.
Sulle piste di Walter Benjamin, Virilio prende atto che le tecnologie postmoderne producono la sparizione dei corpi per smaterializzazione, svalutando l’esperienza. Viviamo in un’epoca di voyeurismo permanente, spettatori del mondo e di noi stessi attraverso lo sguardo mediato di macchine- fotografie, TV, computer, telefono- protesi visive divenute insostituibili, parti integranti della nostra personalità. Le tecnologie di prossima generazione arriveranno a sostituire le dita con l’occhio: uno sguardo, un battito di ciglia, dirigeranno gli apparati artificiali.
Non si può dimenticare, al proposito, Ernst Juenger e la sua “motorizzazione della vista “sperimentata nella mobilitazione totale bellica, in cui si congiungono il “genio della guerra” e il “genio del progresso”. Le tecnologie comunicative modificano gli stessi Stati–nazione, il cui tramonto funzionale, tecnico, è parallelo alla perdita di influenza politica. Il futuro è all’insegna del nomadismo esistenziale di esseri privati dei legami sociali e territoriali, tendente a sopprimere la libertà di masse anonime incontrollabili, se non attraverso mezzi coercitivi “tecnici”. La vera essenza del mondo accelerato è per Virilio l’incidente, la successione di catastrofi, di cui l’informazione fornisce ogni giorno la cronaca, tanto che se non vediamo immagini di eventi disastrosi ci convinciamo che non sia accaduto nulla. All’interno dell’accelerazione continua, ci muoviamo non verso il futuro, ma di incidente in incidente, la modalità attraverso cui si mostrano le relazioni tra i fenomeni. Il grande architetto Le Corbusier, di fronte al panorama di New York, città simbolo della velocità, esclamò: sembra una catastrofe al rallentatore.

La corsa si è convertita in obbligo, con tanto di primati da abbattere. Sono trascorsi venticinque secoli dal gesto fisico, ma innanzitutto patriottico e morale del soldato Fidippide in corsa da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria sui Persiani, morto stremato dopo aver pronunciato la parola nike, vittoria. Pochi giorni fa, un atleta keniano, Eliud Kipchoge ha percorso la canonica distanza di oltre quarantadue chilometri in meno di due ore, una soglia ritenuta invalicabile. Un altro successo della dromocrazia, un passo importante per scoprire i limiti fisici dell’essere umano, in attesa di trascenderlo, superarlo, renderlo definitivamente antiquato per mezzo di supporti tecnologici.
Se fosse ancora in vita, Paul Virilio pronuncerebbe un’ulteriore requisitoria contro il progresso tecnoscientifico senza limiti che sta trasformando la realtà in virtualità televisiva e la democrazia in farsa per un’umanità teleguidata, regredita allo stadio infantile. Ci fidiamo ciecamente dei cosiddetti scienziati, i maghi del progresso, ma rifiutiamo di ascoltare le voci che chiamano al rispetto dell’etica, dei limiti, dell’uomo e del creato. Di corsa, avanziamo verso un futuro senza avvenire, da osservare in mondovisione tra un incidente in diretta e una scoperta per procedere più veloci, ma privi di una meta, atleti del nulla. Meglio le ali spiegate della Vittoria di Samotracia.

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