L’Irlanda svolta a sinistra

dal blog https://jacobinitalia.it/

Daniel Finn15 Febbraio 2020

l successo dello Sinn Féin, nonostante la campagna di diffamazione è indice della spinta verso il cambiamento. Ma rischia di incepparsi nelle contraddizioni del movimento repubblicano

Ci sono voluti nove anni e tre elezioni, ma alla fine la crisi economica del 2008 ha raso al suolo il sistema tradizionale dei partiti irlandesi. La Grande recessione ha alimentato una domanda popolare di cambiamento che la vecchia classe politica non è stata in grado o non ha voluto soddisfare. L’8 febbraio l’ordine costituito è crollato sotto la spinta dello Sinn Féin, che ha superato elettoralmente i due partiti di centrodestra che erano stati fino a questo momento dominanti in Irlanda e che hanno visto scendere i loro consensi al minimo storico.

In una fase in cui i partiti di sinistra in Europa hanno perso terreno rispetto ai rivali di destra e di centro, le elezioni irlandesi sembrano un’eccezione. Qualunque sia la prossima mossa dello Sinn Féin, bisogna riconoscere che quello irlandese è stato senz’altro un voto a sinistra. I sondaggi mostrano chiaramente che i temi della salute e del diritto all’abitare sono di gran lunga le questioni più importanti per gli elettori: due terzi degli irlandesi chiedono che gli investimenti nei servizi pubblici diventino prioritari rispetto ai tagli alle tasse e il 31% è d’accordo con l’affermazione «l’Irlanda ha bisogno di una svolta radicale».

È possibile che questa opportunità di cambiamento venga sprecata, ma in questo momento il vento della politica irlandese soffia verso sinistra, e i partiti conservatori tradizionali sono in svantaggio. Le elezioni che avrebbero dovuto pacificare la turbolenta situazione politica vissuta dal paese nell’ultimo decennio hanno avuto invece l’esito opposto.

La scommessa di Varadkar

Niente di tutto questo era nei piani del leader del Fine Gael, Leo Varadkar, quando ha indetto le elezioni anticipate a gennaio. Il partito di Varadkar ha passato gli ultimi quattro anni a governare in collaborazione con il suo tradizionale rivale Fianna Fáil per rispondere al forte logoramento subito da entrambe le formazioni nel post crisi. Nel 2016 la somma delle loro percentuali di voto è scesa per la prima volta sotto il 50% (nel 2007 era del 69%), così l’unico modo per i partiti conservatori di rimanere al potere, escludendo il Sinn Féin, è stato formare un’inedita grande coalizione. Fianna Fáil non ha preso ministri, ma i suoi voti sono stati necessari per mantenere Leo Varadkar in sella come premier.

I due partiti vedevano questo accordo come innaturale e volevano tornare alla loro routine consolidata di alternanza tra un governo di centrodestra e un’opposizione sempre di centrodestra. Varadkar pensava di avere un messaggio convincente da portare agli elettori: un’economia con un tasso di crescita tra i più alti dell’eurozona, un accordo sulla Brexit finalmente concluso con il governo britannico e la promessa di stabilità dopo anni di sconvolgimenti. Il risultato medio di Fine Gael nei sondaggi del 2019 era del 29%, dunque al partito sarebbe bastato crescere solo di qualche punto percentuale per avere i numeri per formare un governo senza Fianna Fáil.

Le elezioni locali ed europee dell’anno scorso sembravano aver spianato la strada a questo progetto di Varadkar. Né lui, né il leader del Fianna Fáil, Micheál Martin, volevano fare un accordo con il Sinn Féin, quindi sono stati felici di vedere il partito perdere due dei suoi tre deputati e quasi la metà dei suoi consiglieri. Inoltre, con un exploit inedito il terzo classificato era risultato il Partito verde irlandese, un partner di coalizione molto più digeribile. Lo Sinn Féin sembrava alla deriva e in fase di stallo. La performance del partito nel 2016 (14%) era stata la migliore dagli anni Venti del Novecento, ma rappresentava comunque una delusione rispetto ai dati dei sondaggi dell’anno precedente. Comunque, tutti ritenevano che sarebbe stato quello il suo picco elettorale più alto.

Aria di cambiamento

L’esito delle elezioni politiche di febbraio è stato uno shock anche per Sinn Féin. La direzione del partito aveva infatti organizzato una campagna di resistenza, difensiva, che mirava a mantenere i seggi attuali. Ma prima di guardare allo Sinn Féin nel dettaglio, bisogna chiedersi come mai si sia verificata in Irlanda una spinta così forte e così diffusa per un cambiamento politico.

Tanto per cominciare, la tanto decantata ripresa economica non è mai stata all’altezza delle aspettative. Il dato del Pil irlandese è pdel tutto inaffidabile, in quanto le multinazionali usano l’economia irlandese come camera di compensazione dove far transitare i fatturati per pagare meno tasse. Le statistiche ufficiali nel 2015 parlavano addirittura di una crescita del Pil del 26%. Nessun ministro del governo si è azzardato a vantarsi di questo «successo», palesemente assurdo, ma lo hanno comunque fatto quando le stesse discutibili statistiche davano cifre lievemente più plausibili. La crescita irlandese non è tutta fittizia, ma è passata totalmente sopra la testa della maggioranza della working class. Nei sondaggi condotti l’8 febbraio è stato chiesto agli elettori se avessero percepito i benefici della ripresa economica: il 63% di loro ha risposto di no.

I più giovani hanno messo in primo piano la questione dell’edilizia abitativa: quasi due quinti degli under 34 hanno dichiarato di ritenerlo il fattore più importante per decidere come votare. L’impennata dei prezzi delle case, infatti, ha reso impossibile per la maggior parte delle persone di questa fascia d’età comprarsi una casa, mentre gli affitti a livelli esorbitanti e lo spazio per l’edilizia residenziale è fagocitato dalla costruzione di alberghi.

Quando l’economia irlandese è crollata nel 2008, i governi guidati da Fianna Fáil e Fine Gael hanno speso decine di miliardi di euro per salvare le banche e i costruttori, che erano i responsabili della recessione. Il sistema finanziario e quello immobiliare sono stati salvati con il denaro pubblico, ma non è stato chiesto nessun cambiamento strutturale come contropartita, e certamente non è stato fatto nessun tentativo di ripristinare il settore dell’edilizia pubblica come alternativa all’edilizia privata.

Ora, le stesse banche che sarebbero andate a fondo senza il sostegno dello Stato fanno pagare tassi di interesse ben al di sopra della media dell’eurozona, mentre politici come Leo Varadkar ringraziano i fondi speculativi statunitensi per il «prezioso contributo» al mercato immobiliare. È difficile dare la colpa della carenza di alloggi a prezzi accessibili a forze di mercato impersonali, quando le persone che hanno preso le decisioni portano nomi e facce conosciute da tutti.

Il passato alle spalle

Lo Sinn Féin è risultato il partito preferito da chi ha voluto esprimere un voto di protesta. A differenza del Partito laburista e dei Verdi, lo Sinn Féin non era stato al governo durante la recessione e non si è assunto la responsabilità del salvataggio delle banche o dei tagli ai servizi pubblici. Il partito ha potuto anche contare su una base di attivisti molto più ampia rispetto ai gruppi di sinistra radicale irlandesi, il cui sostegno è concentrato nelle grandi città. Il suo boom era stato anticipato dai primi exit poll e gli scrutini definitivi hanno confermato le previsioni.

Oggi lo Sinn Féin è il principale partito irlandese per quantità di voti (24,5%) ed è a pari merito con il Fianna Fáil in numero di seggi (37 ciascuno, anche se il Fianna Fáil può contare su un seggio in più perché lo speaker della camera viene automaticamente rieletto). Il risultato sarebbe stato ancora peggiore per i partiti conservatori se lo Sinn Féin si fosse reso conto prima che il vento soffiava dalla sua parte: il sistema elettorale irlandese ha circoscrizioni multi-seggio, e il partito avrebbe potuto ottenere seggi extra in diversi distretti se avesse corso con più di un candidato.

Non appena i partiti di centrodestra si sono resi conto che lo Sinn Féin li stava raggiungendo, hanno scagliato contro il partito una raffica di accuse incentrate sui suoi legami con l’Ira, passati e, presumono, presenti. Nessuna di queste armi sembra aver funzionato, per varie ragioni.

Innanzitutto, lo Sinn Féin ha oggi una generazione più giovane di leader che sono diventati maggiorenni nell’ultimo decennio e non hanno alle spalle un passato di legami con l’Ira: sono Mary Lou McDonald, Pearse Doherty, Eoin Ó Broin. Era più facile associare lo Sinn Féin all’Ira quando tutti sapevano che il presidente del partito, Gerry Adams, il predecessore di McDonald, era stato per decenni una figura centrale nei vertici dell’organizzazione armata. McDonald può non piacere, ma nessuno può accusarla di aver partecipato direttamente alla guerriglia, così profondamente impopolare nel sud dell’Irlanda.

Questa strategia ha indebolito anche gli argomenti dei politici e dei commentatori ostili allo Sinn Féin, perché ogni volta che invocavano lo spettro della memoria delle atrocità dell’Ira, il pubblico percepiva un implicito addendum, che suonava come: «Ed è per questo che bisogna sopportare affitti a tassi da racket e un servizio sanitario scadente».

Ovviamente il discorso non va generalizzato a tutti i media irlandesi. Suzanne Breen del Belfast Telegraph, per esempio, scrive da diversi anni sul caso di Paul Quinn, un giovane della contea di South Armagh picchiato a morte dai membri dell’Ira nel 2007. L’omicidio Quinn è stato tra i temi politici centrali durante la campagna elettorale di quest’anno, e Breen avrebbe tranquillamente potuto sostenere che lo Sinn Féin doveva farsi un esame di coscienza, che avrebbe potuto agire molto prima per ritrattare e scusarsi per i commenti di Conor Murphy, una delle figure di spicco del partito in Irlanda del Nord, che aveva suggerito che Quinn fosse coinvolto in attività criminali. Ma non l’ha fatto.

Troppo spesso i politici irlandesi hanno strumentalizzato tragedie come quella di Jean McConville. Politici, peraltro, che risultano molto meno ansiosi di parlare del passato quando si tratta dei loro rapporti con Londra all’epoca dei troubles e della macabra storia di atrocità commesse dalla macchina statale britannica durante il conflitto. Il fatto che questi politici applichino cinicamente due pesi e due misure rende più facile per lo Sinn Féin smontare gli argomenti che potrebbero causargli difficoltà reali.

«Totalmente politico»

L’altra principale linea di attacco dei suoi detrattori sostiene che lo Sinn Féin non sia un’organizzazione realmente democratica, in quanto la sua leadership seguirebbe ancora gli ordini del Consiglio dell’esercito dell’Ira. Le risposte a questa affermazione tendono a essere fortemente polarizzate: la gente o la prende molto sul serio, o la respinge a priori. Per rispondere vale la pena citare un rapporto del 2015 della Independent Monitoring Commission (Imc) del governo britannico, in cui si esamina l’attività dei gruppi paramilitari irlandesi:

«Le strutture della Pira [Provisional Irish Republican Army, nome completo dell’Ira nell’Irlanda del nord, ndt] continuano a esistere in forma molto ridotta. Essa include una dirigenza di alto livello, il Provisional Army Council (Pac) e alcuni ‘dipartimenti’ con responsabilità specifiche. A un livello inferiore esistono alcune strutture di comando regionali […] I membri del Pira ritengono che il Pac presieda sia al Pira che allo Sinn Féin, adottando una strategia globale. Noi riteniamo che questa strategia abbia un orientamento totalmente politico. I membri del Pira hanno ricevuto l’ordine di sostenere attivamente lo Sinn Féin all’interno della comunità, incluso in attività come la campagna elettorale e il volantinaggio. Alcuni membri del Pira sono coinvolti nella raccolta di informazioni di interesse per il gruppo, compresi i dettagli sulle attività dei Dr [Dissident Republicans, nome collettivo con cui vengono identificati i gruppi scissionisti dall’Ira contrari agli accordi di pacificazione nel Nord dell’Irlanda, ndt] e il tentativo di identificare gli informatori dell’intelligence britannica (Covert Human Intelligence Sources, Chis). Un piccolo numero è coinvolto nel controllo dei depositi di armi residui al fine di prevenire che entrino in possesso dei Dr. I singoli membri della Pira sono tuttora coinvolti in attività criminali, come il contrabbando su larga scala, e si sono verificati episodi isolati di violenza, compresi alcuni omicidi […]. La Pira dell’era dei Troubles è ormai un vago ricordo. La nostra ferma valutazione è che la leadership del Pra rimanga vincolata al processo di pace e al suo obiettivo di raggiungere un’Irlanda unita attraverso mezzi esclusivamente politici. Il gruppo non è coinvolto nel prendere di mira o nel condurre attacchi terroristici contro lo Stato o i suoi rappresentanti».

Il parere delle agenzie di sicurezza britanniche a cui attinge la Imc non va preso come il vangelo, ma le sue conclusioni coincidono con le informazioni che abbiamo ricavato da altre fonti. La frase «I membri del Pira credono che il Pac controlli sia il Pira che lo Sinn Féin con una strategia globale» è volutamente ambigua e potrebbe benissimo darsi che siano i membri del Pira a essere stati ingannati dai vertici, come sono stati ingannati sulla questione del disarmo all’inizio degli anni 2000. Ma in ogni caso questa ipotetica «strategia globale» è riconosciuta come «totalmente politica» e orientata a «realizzare un’Irlanda unita attraverso mezzi esclusivamente politici». Insomma, l’Ira che ha combattuto contro le forze di sicurezza britanniche negli anni Settanta, Ottanta e Novanta è ormai «un vago ricordo».

Nessuno si aspetta seriamente che figure come Tom Murphy, storico leader del Pira della contea di South Armagh, o l’ex comandante di Belfast Brian Gillen tornino dalla pensione per ricostituire l’Ira come forza combattente per muovere guerra allo Stato britannico. Quando le autorità irlandesi hanno accusato Murphy di evasione fiscale nel 2015 è stato un chiaro segnale che non lo consideravano più una minaccia. Il Sinn Féin ha certamente maggiori possibilità di raggiungere l’unità dell’Irlanda con mezzi politici che con la riapertura di una guerra persa.

I critici dello Sinn Féin accusano anche il partito di pianificare lo smantellamento del Tribunale penale speciale (Scc) presumibilmente su mandato dei capi dell’Ira. Originariamente istituita per lottare contro le organizzazioni sovversive, la Special Criminal Court (Scc), tribunale senza giuria, ha in seguito esteso il suo mandato anche ai reati di tipo malavitoso. Amnesty International e il Consiglio irlandese per le libertà civili ne hanno chiesto l’abolizione.

La questione del Scc è un terreno perfetto per valutare la presunta dipendenza della leadership dello Sinn Féin dagli ordini dell’Ira. Il partito dice di voler nominare un pool giudiziario di alto livello per determinare se il tribunale è ancora necessario e conferma che si atterrà al suo parere, qualsiasi esso sia. Per farlo, il Sinn Féin dovrebbe prima negoziare un accordo di coalizione con gli altri partiti, per arrivare a un’inchiesta indipendente, poi l’inchiesta dovrebbe concludersi con la raccomandazione di abolire lo Scc oppure no. Gli ostacoli da affrontare sono almeno due, e poco contano gli eventuali ordini del Consiglio dell’esercito dell’Ira, visto che il partito non potrà evitare di seguire l’iter politico democratico stabilito.

Il centro in attesa

Lo Sinn Féin non era l’unico partito a contendersi il voto di sinistra. I suoi rivali possono essere divisi in due grandi categorie: il centrosinistra e la sinistra radicale. Il partito laburista irlandese domina la prima di queste nicchie politiche, ma ha ottenuto un risultato terribile, meno del 5% dei voti. La sua migliore performance risale al 2011, quando ha presentato una piattaforma anti-austerity che, però, ha subito rinnegato entrando in coalizione con il Fine Gael e alienandosi tutti i suoi nuovi sostenitori. Cinque anni dopo, ha perso 30 dei suoi 37 seggi e da allora non si è più ripreso, entrando in un costante declino.

È difficile dire che fine farà il Labour irlandese. Il partito attualmente sembra privo di una visione politica e la formazione dei Socialdemocratici, gruppo costituito da due dissidenti laburisti, ha ottenuto lo stesso numero di deputati e presenta volti freschi e più convincenti. Inoltre, le politiche proposte dai Socialdemocratici sono molto simili a quelle del Labour, tanto che ci si può addirittura attendere un’acquisizione al contrario del vecchio Labour da parte del nuovo partito di centrosinistra, se i laburisti continueranno ad annaspare come adesso.

Ai Verdi è andata meglio, con il 7% dei voti e 12 seggi, ma rispetto all’exploit delle elezioni europee dello scorso anno il risultato è stato molto deludente. Quel risultato rifletteva un maggiore senso di urgenza sul cambiamento climatico, soprattutto tra i giovani, ma i Verdi si sono rivelati profondamente inadeguati a rappresentare questo sentimento: i partiti irlandesi della sinistra radicale hanno ottenuto molti più risultati di loro sulle questioni ambientali.

Sentendo parlare Eamon Ryan (leader dei Verdi irlandesi) nei dibattiti televisivi non si poteva fare a meno di notare la notevole discrepanza tra la precisione della sua diagnosi della crisi climatica e della crisi della biodiversità, da un lato, e le soluzioni modeste e moderate che proponeva, dall’altro. I Verdi irlandesi non propongono niente di simile agli ambiziosi programmi ecologisti sviluppati recentemente dalle forze di sinistra in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

La sinistra radicale

Più a sinistra, l’alleanza chiamata Solidarity–People Before Profit ha mantenuto cinque dei sei seggi ottenuti nel 2016, e hanno tenuto duro anche gli indipendenti di sinistra come Thomas Pringle e Joan Collins, con un risultato migliore di quello che sembrava probabile dopo le elezioni locali dello scorso anno. Si tratta di piccoli successi ottenuti con margini minimi, e anche se per ora la sinistra radicale ha mantenuto una posizione nella politica nazionale, la prossima volta potrebbe non essere così fortunata. Diciamo che più che altro ha un po’ di ossigeno per avviare una necessaria riflessione sulle cose su cui ha avuto ragione e su quelle su cui si è sbagliata nell’ultimo decennio.

A ogni modo, il vero peso delle forze della sinistra radicale irlandese si è visto fuori dal parlamento, nella politica di base. La sinistra radicale è stata molto attiva nella lotta contro l’aumento del prezzo dell’acqua, il più importante movimento anti-austerità dopo il 2008, che ha mobilitato un numero enorme di lavoratori e lavoratrici e ha costretto il governo a fare marcia indietro. I partiti di sinistra radicale sono stati anche gli unici attori politici a presentare una piattaforma coerente a favore del diritto all’aborto, prima che l’attivismo delle femministe rendesse opportuno anche per i partiti più grandi saltare su quel carro. Sia sul movimento per l’acqua che sul diritto all’aborto lo Sinn Féin ha inizialmente assunto una linea evasiva ed equivoca, e la pressione che ha sentito sul suo fianco sinistro ha avuto un impatto reale sulle scelte che alla fine ha preso. Lo si vede anche dall’elezione di candidati di sinistra a Dublino e a Cork, basata su anni di attivismo di base a sinistra dello Sinn Féin, dentro comunità che erano state ignorate e abbandonate dalla politica mainstream.

Sul fronte del debito, tuttavia, la frammentazione organizzativa ha reso più difficile per la sinistra radicale sviluppare un’identità e una piattaforma politica coesa. Nel 2011 è stata formata una coalizione di vari gruppi radicali chiamata Alleanza della Sinistra Unita (Ula), che però si è dissolta nel giro di un paio d’anni. Una delle componenti dell’Ula, il Socialist Party, si è poi presentato alle elezioni con la sigla Alleanza Anti-Austerità, mutata in seguito in Solidarity. Un andirivieni di sigle e alleanze che è risultato molto confuso anche a chi segue la politica da vicino.

Un conduttore televisivo ha chiesto a Ruth Coppinger di Solidarity come si aspettava di costruire un movimento socialista di massa quando il suo partito non era riuscito a tenere a bordo neanche uno dei suoi tre deputati eletti nel 2016 (un colpo basso, forse, ma che riprendeva una critica nota). Il problema di fondo è la mancanza di una cultura organizzativa plurale, in grado di evitare che le divergenze politiche tendano a produrre spaccature. Questa volta questi problemi di fondo non si sono rivelati fatali, ma non bisogna adagiarsi sugli allori: se ci saranno nuove elezioni nel prossimo futuro, il Sinn Féin mirerà a massimizzare la sua quota di seggi e proverà senz’altro ad accaparrarsi voti alla sua sinistra. 

La sinistra radicale irlandese ha un contributo vitale da dare, non da ultimo nello sviluppo di un programma eco-socialista, che vada oltre il timido approccio dei Verdi e integri le richieste economiche dei lavoratori e delle lavoratrici con un piano di decarbonizzazione, sempre più necessario con l’aggravarsi della crisi climatica. È molto importante, dunque, che mantenga una voce in capitolo sul piano politico nazionale.

Obiettivi primari

Tornando allo Sinn Féin, cosa farà di questo mandato senza precedenti? Le scelte tattiche del partito scaturiranno dal suo carattere politico di fondo. Uno dei protagonisti della campagna elettorale di quest’anno è stato Eoin Ó Broin, già capogruppo in parlamento, eletto in una circoscrizione di Dublino ovest. Prima di essere eletto deputato, Ó Broin ha scritto un importante libro intitolato Sinn Féin and the Politics of Left Republicanism (2009), dove esaminava i vari tentativi condotti durante il secolo scorso di fondere il repubblicanesimo con l’ideologia di sinistra.

Ó Broin metteva in evidenza come il suo partito aveva una chiara gerarchia di obiettivi politici, dove la riunificazione nazionale è prioritaria rispetto al socialismo. Ciò significava, per il Sinn Féin, rimandare una politica di sinistra «a un momento futuro della lotta, condannandola a rimanere in secondo piano di fronte alle esigenze più immediate della questione nazionale». Nel suo libro Ó Broin esorta lo Sinn Féin a «porre fine alla gerarchia di obiettivi implicita nell’ideologia, nella politica e nella strategia del partito», mettendo il socialismo democratico allo stesso livello dell’unità d’Irlanda. Ma il suo appello non è servito e la gerarchia degli obiettivi strategici è tuttora saldamente in auge.

Intendiamoci, non c’è niente di reazionario o di indesiderabile nell’idea di un’Irlanda unita. L’accordo di divisione degli anni Venti del Novecento è stato un fiasco ed è perfettamente legittimo che il Sinn Féin voglia cambiarlo. Gli accordi del venerdì santo prevedono anche un meccanismo concordato per farlo: il referendum. Nel contesto attuale, peraltro, i cambiamenti demografici e la Brexit fanno sembrare l’idea di un voto a favore dell’unità irlandese molto più plausibile di quanto non fosse al momento della firma degli accordi del venerdì santo.

Ma la «gerarchia degli obiettivi» che Ó Broin ha descritto significa che il referendum è prioritario sulla decisione di puntare a destra o a sinistra dell’arco parlamentare per ottenerlo, a seconda del vantaggio del momento. Lo Sinn Féin è un partito nazionalista di sinistra per il quale il nazionalismo viene prima di tutto, e questo è in definitiva ben più significativo del fatto che il suo programma elettorale per il 2020 sia meno radicale rispetto a quello del Partito laburista britannico (che conteneva proposte più ambiziose di cambiamento strutturale attraverso l’estensione della proprietà pubblica).

Esposizione al sud

Nell’Irlanda del nord, il periodo di governo dello Sinn Féin non ha portato a grandi riforme socialdemocratiche, eppure il partito non ha pagato un prezzo elettorale significativo. Ma le cose andranno molto diversamente al sud, se il Sinn Féin non soddisferà il desiderio di cambiamento che ha alimentato la sua ascesa.

Nell’Irlanda del nord lo Sinn Féin è principalmente un partito nazionalista, la cui funzione è quella di rappresentare una comunità che ha sofferto molti anni di esclusione politica. Finché difenderà gli interessi di questa comunità, promuovendo l’obiettivo a lungo termine di un’Irlanda unita, avrà una solida base di sostegno a cui attingere, per quanto poco sviluppata sia la sua agenda economica di sinistra, che non è mai stata al centro degli obiettivi del partito. E poi potrà sempre dare la colpa alla mancanza di poteri: l’Irlanda del nord è ancora una regione del Regno Unito, non uno Stato con un bilancio nazionale proprio.

Nella Repubblica d’Irlanda lo Sinn Féin non potrà godere degli stessi margini di manovra: o manterrà almeno una parte delle promesse, oppure i suoi elettori andranno in cerca di una nuova casa, proprio come l’elettorato laburista dopo il 2011. La volatilità della politica elettorale irlandese è un’arma a doppio taglio.

La riforma più importante promessa dal Sinn Féin durante la campagna elettorale è stata la piattaforma per il diritto all’abitare, sviluppata da Eoin Ó Broin, che prevede un congelamento d’emergenza dei prezzi degli affitti, un tetto ai tassi d’interesse dei mutui e la costruzione di alloggi pubblici su una scala che non si vedeva da decenni. Se realizzata, questa piattaforma avrebbe un impatto duraturo sulla qualità della vita di un gran numero di persone (e probabilmente blinderebbe i consensi dello Sinn Féin, proprio come accadde negli anni Trenta e Quaranta con il programma di edilizia pubblica del Fianna Fáil).

Ma il piano, come del resto ogni politica di tipo socialdemocratico, va contro gli interessi di tutti coloro che beneficiano dell’attuale sistema, comprese le banche e i grandi attori dell’industria edile irlandese. E contro di loro le forze conservatrici mobiliteranno anche l’Unione europea, usando le sue regole di bilancio come un ostacolo insuperabile da frapporre contro qualsiasi agenda economica progressista.

L’idea di poter portare avanti riforme significative dentro un’alleanza con il centrodestra è una pura chimera. Tanto più che i partiti di centrodestra saranno ansiosi di sgonfiare lo Sinn Féin, facendo impantanare i suoi progetti e associando il suo nome a misure impopolari. L’affinato pragmatismo politico che caratterizza il partito nazionalista irlandese potrebbe essere sufficiente a metterlo al riparo da questa decisione, anche se sulla carta la sua ideologia di riferimento non si oppone a questa ipotesi. In ogni caso, una cosa è certa: la stabilizzazione conservatrice della politica irlandese che piace tanto ai grandi interessi politico-economici (lo stake in the country people, come la chiamava lo storico leader di Sinn Féin Liam Mellows) ancora una volta è stata evitata.

*Daniel Finn è editor di Jacobin. Ha scritto One man’s terrorist: a political history of the Ira. Questo articolo è uscito su Jacobinmag.com. La traduzione è di Riccardo Antoniucci.

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