Un’inverno a Lesbo nel campo profughi Moria

Dal blog https://left.it/

ortei e le proteste per le condizioni disastrose del campo profughi di Moria, nell’isola di Lesbo, in Grecia, stanno diventando sempre più frequenti. Richiedenti asilo e abitanti del posto si sono riversati sulle strade dell’isola greca dalla fine di gennaio al grido di “libertà”, per chiedere uno sblocco delle richieste di asilo e una soluzione per il sovraffollamento del campo. Quello di Moria è diventato un inferno di tende e lamiere, un luogo dove la mancanza di diritti e della possibilità di accedere al minimo necessario per condurre una vita sana e dignitosa, stanno trasformando un centro per profughi in una bomba ad orologeria. Originariamente questi campi nelle isole greche, secondo gli accordi tra l’Unione europea e la Turchia di Erdogan, avevano l’obiettivo di bloccare i flussi migratori. Erano degli “hotspot”, ossia servivano a ospitare i migranti nei confini del campo, per identificarli, raccogliere le loro richieste di asilo e, in parte, respingerli in Turchia. Come del resto si legge sul sito dell’Ue: «In seguito all’accordo raggiunto tra l’Unione europea e la Turchia, dal 20 marzo 2016 tutti i nuovi migranti irregolari in viaggio dalla Turchia verso le isole greche dovranno tornare in Turchia».

Questa strategia ha provocato un afflusso enorme di persone dentro i campi, costrette ad attendere mesi, se non anni, una risposta dall’Ue. Il campo, adibito per accogliere 3mila persone, oggi ne ospita più di 19mila. Tra gli uliveti circostanti sono iniziati ad apparire labirinti di abitazioni fittizie, fatte di tende, plastica, rami d’albero, rottami e pallet di legno. Due terzi delle persone che abitano nel campo-lager sono interi nuclei familiari. Complessivamente, il 34% sono bambini, scappati da guerre e conflitti armati, che da anni mettono in ginocchio la Siria, l’Afghanistan e l’Iraq. In questo campo si trova una piccola struttura che funziona da clinica, gestita da due Ong. Un’infermiera volontaria, una amica, partita insieme all’associazione Medical volunteers international, mi ha raccontato attraverso email, foto, video e tanti messaggi su Whatsapp la situazione disastrosa nella quale si trovano 19mila anime, prima traumatizzate dalla guerra, poi dalla noncuranza europea. Questa è la sua testimonianza.

«C’è sempre un vento gelido qui. Sempre più spesso vedo persone in ciabatte, con sandali aperti o infradito. Anche bambini piccoli. Non hanno scarpe. A volte nemmeno calzini. A tanti manca un sacco a pelo. Dormono avvolti da una coperta sottile sul pavimento freddo della tenda. Non hanno niente se non i loro vestiti. Tanti pazienti della clinica dove lavoro si lamentano di dolori diffusi su tutto il corpo. Non c’è da stupirsi, visto che passano 24 ore su 24 al freddo, costretti a dormire per terra. La maggior parte non si può nemmeno riscaldare con una tazza di tè caldo perché non hanno modo di bollire l’acqua». E ancora, a proposito delle condizioni igieniche: «In tutto il campo vi sono pochissimi impianti igienici. Tanti non hanno la possibilità di lavarsi i vestiti, se non a mano e con acqua fredda». L’infermiera mi racconta in che stato si trovano i servizi igienici: «Nel campo ci sono delle latrine, contenenti un bagno alla turca e un tubo dell’acqua fredda che funge da doccia. Tutto in un unico ambiente, non più grande di uno sgabuzzino. Lo scarico e la serratura della porta sono rotti e il pavimento pieno di escrementi. Qui si dovrebbero fare la doccia? E lavare i propri bambini?».

«In queste miserabili condizioni igienico-sanitarie si è diffusa la scabbia. Ogni giorno vengono circa dieci pazienti con questa malattia, i quali dicono che nella loro tenda ci sono altre 4-5 persone che soffrono della stessa patologia. Non possono neanche essere trattati adeguatamente perché l’istituzione sanitaria statale addetta posticipa regolarmente gli appuntamenti dei pazienti, in quanto carente di risorse materiali e umane. Il forte prurito che provoca la scabbia causa ulteriori ferite sulla pelle dei migranti. Per via delle cattive condizioni igienico-sanitarie, le ferite si infettano facilmente e si possono diffondere su tutto il corpo. Così, oltre al prurito, hanno delle ferite con pus dolorosissime. È terrificante!».

Le condizioni di grave disagio e lo stress psicologico che i migranti sono costretti a vivere hanno portato a un’escalation di violenza nel campo-lager di Moria. La volontaria continua a descrivermi ciò che pensavamo non potesse mai accadere in Europa: «Mi ricordo in particolare di una sera. Un ragazzo con molteplici lesioni da arma da taglio venne portato da noi, nella clinica. Era stato accoltellato da altri cinque uomini, con la sorella costretta a guardare la scena e che subì, subito dopo, un attacco di panico. Durante questo turno, ho assistito tre pazienti con lesioni e tagli da arma, un adolescente con tagli autoinflitti su tutta la pancia, un uomo con sangue dal naso a causa di una rissa. Tutto in poche ore». Il racconto continua: «Nel campo è difficile proteggere quel poco che si ha dal furto, le violenze sessuali avvengono con impunità, non esiste una pattuglia di polizia nel campo». Autolesionismo e tentati suicidi sono all’ordine del giorno. A queste persone non è dato nemmeno il diritto di protestare. La polizia fa uso sproporzionato di gas lacrimogeni contro manifestanti pacifici. L’infermiera mi ha raccontato di quante volte ha dovuto sciacquare gli occhi arrossati di donne e bambini colpiti dai gas durante le manifestazioni. Avvengono arresti arbitrari di chi scende in piazza e l’uso del manganello non è cosa rara.

Così che la pagina vergognosa europea possa continuare. Dove ha lasciato l’Europa il suo premio Nobel per la pace? Se l’Ue fosse veramente unita, i 27 Paesi che ne fanno parte, ridistribuirebbero i 19mila migranti del campo Moria, facendone così diventare 685 per ogni nazione. Non considerando il fatto che pochi anni fa erano molto meno numerosi. L’opportunismo, la mancanza di collaborazione e di unione di intenti, mostrano sempre di più, purtroppo, i loro effetti distruttivi: provocano realtà infime, parallele alla vita della comunità. Nascono nuovi problemi e luoghi fin troppo simili a un campo di concentramento.

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