Il futuro anti pandemia è il “non ospedale”

Dal blog https://www.huffingtonpost.it/

04/04/2020 
By Giuseppe Fantasia

L’architetto Massimiliano Fuksas rivela in esclusiva ad HuffPost il suo nuovo progetto: “Un sistema di sanità che parte dalla propria casa in cui l’obiettivo sarà di non mandarci più nessuno di noi”

“Questo lockdown? Ci sta insegnando che si può lavorare con la metà della metà delle persone, non per fargli perdere il lavoro, ma per farli lavorare meglio, in un altro modo. Questo lavoro da remoto, questo smart working è più incisivo, i rapporti sono più chiari e più immediati. Anche i miei clienti dicono che con queste video conferenze hanno avuto le migliori riunioni della loro vita”.

Ci parla dalla sua casa di campagna in Toscana Massimiliano Fuksas, l’architetto che tutto il mondo ci invidia e che – con sua moglie Doriana e il suo team di quasi duecento persone nelle tre sedi a Roma, Parigi e Shenzhen – lo ha impreziosito e continua a farlo con creazioni/costruzioni innovative e originali relazionando al meglio l’uomo, la natura e l’architettura. “In queste giornate sto lavorando come non mai”, racconta all’HuffPost l’archistar amata da Giorgio Armani e non solo che a Roma, la città dove è nato 76 anni fa, ha realizzato luoghi cult come La Lanerna e La Nuvola. “Sono in contatto con tutto quello che il mio studio ha fatto o sta facendo, ad esempio con Dubai dove stiamo costruendo un grosso complesso e con la Cina dove due cantieri sono rallentati, ma gli altri progetti sono in corso. In entrambi i casi, come per Parigi e Roma dove gli studi invece sono chiusi e si lavora da casa, ci salvano le video conferenze. Si riescono a collegare e a connettere più persone, cosa che era molto più difficile prima”. “Facciamo riunioni di continuo e in una di queste abbiamo avuto un’idea rivoluzionaria nella quale abbiamo coinvolto anche l’assessore alla Sanità della Toscana e presto un grande medico, un cardiochirurgo del San Raffaele, che ci dirà la sua”. “In questo momento – ci dice in esclusiva – stiamo lavorando ad un’ipotesi di un “non ospedale”, una ricerca che parte da tre livelli di sanità: uno interno alla propria abitazione, uno che è di quartiere o di aggregato sociale e l’altro che è un qualcosa che si installa ai margini degli ospedali stessi per evitare quello che è successo”.

Può spiegarci meglio cos’è questo “non ospedale”?

“Si tratta di un sistema di sanità in cui l’obiettivo non è mandare uno al pronto soccorso dell’ospedale, ma proprio di non mandarcelo”.

Da dove partirete?

“Il primo presidio è l’abitazione. Alla fine, l’hanno capito tutti che il luogo di difesa è proprio l’abitazione, però come è adesso non funziona. Deve avere qualcosa di familiare, una scatola su cui si basa. Come primo elemento fondamentale ci sarà il termometro e come secondo ci sarà il misuratore di saturazione di ossigeno, importantissimi perché da lì si capisce che capacità respiratoria si ha, e poi di seguito tutti gli altri. Bisogna ripensare alla casa”.

In che modo?  

“Per anni abbiamo pensato che le case migliori fossero delle piccole case individuali in cui ognuno viveva da solo. Adesso si è scoperto invece che il problema è anche l’isolamento all’interno di una casa che può avere un gruppo familiare o un gruppo di amici che ci vive. Non c’è solo una famiglia, ma ci sono anche i fuori sede ad esempio, che devono convivere in un luogo in cui sarà necessario che si possa lavorare da tre postazioni differenti. La prima cosa da aggiungere è quindi anche la possibilità di avere postazioni tecnologiche in modo che la gente possa comunicare e continuare a fare il tele lavoro e il tele studio e tutto quello che esiste attualmente. Sappiamo che c’è la tele medicina che è una delle cose a cui noi aggregheremo questa dimensione di casa. Abbiamo bisogno di un professionista che a distanza vada a monitorare quello che succede”.

Questo cosa comporterà?

“Ci sarà così il superamento della fase del medico di famiglia e poi quella fase in base alla quale questa sanità sembra essere diventata qualcosa di davvero complicato. L’abbiamo visto. Non si è riusciti né a farsi fare i tamponi né a farsi ricoverare nel caso in cui uno stesse male. In più, nostro obiettivo sarà quello di non andare ad intasare i luoghi di pronto soccorso e ospedali che sono diventati luoghi della massima concentrazione dell’infezione”.

Seconda fase?  

“Si dovrà avere un modulo, un’assistenza, un presidio che sia in prossimità. È quello che deciderà se devi passare alla fase successiva che è quella dell’essere protetto”.

Chi deve essere protetto per primo?

“Per primi, assolutamente i medici e gli ingermieri. Attualmente però vediamo che il paziente è completamente libero e il medico è incaricato per dieci/dodici ore di seguito. Lo studio che stiamo facendo è vedere come si possa operare dall’esterno direttamente in uno spazio interno e protetto che è per chi ha contratto il virus. Stiamo pensando già a un modulo. Vorremmo fare un prototipo entro la fine del mese”.

Terza e ultima fase?

“Dopo di questo, c’è la fase successiva che è la costruzione di moduli aggregabili. Nel caso in cui l’epidemia diventi importante come lo è stato a Bergamo – l’esempio che mi è più dolorosamente caro – dovrebbero essere aggregati delle unità che non si possono descrivere però per telefono, ma che sono un progetto a cui stiamo pensando”. 

Questo vostro progetto ha già un nome?

“Il fine primario sarà quello di proteggere i malati e di salvarli, ma prima ancora il fine è di salvare i medici e gli infermieri. L’assistenza al malato sarà fatta a distanza, pertanto, mi ci lasci pensare… io direi di chiamarlo Smart Hospital”.

Quando le nostre case diventeranno dei “Smart Hospitals”?

“Non so quando, come le ho detto ci stiamo lavorando. La la prima cosa che bisogna fare è far sì che tutte le persone che ragionano, si mettano a riflettere. Noi stiamo riflettendo da soli, nessuno è nostro cliente, ma abbiamo deciso di dare un nostro contributo. La ricerca si fa così. Io non credo troppo a questa ricerca fatta dal sistema burocratico. La ricerca è gente che lavora in un altro modo, profondamente, in laboratori e nei centri di ricerca. Non sono dei burocrati. Sono stanco di vedere in televisione tanti burocrati che raccontano tutto il giorno delle cose quasi sempre ovvie. Pensi che l’unica cosa interessante che ho scoperto è un ordine che mi dava già mia nonna quando era bambino, quindi si figuri!”.

Qual è?

“Lavarsi le mani prima di andare a mangiare”.

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