Caravaggio e il valore della testimonianza. Qualche considerazione sugli autoritratti dell’artista.

Dal blog https://gerardopecci.wordpress.com/

26/02/2020 di Gerardo Pecci

Dal Bacchino malato nella Galleria Borghese al Martirio di san Matteo in San Luigi dei Francesi, dal giovane che tende una lampada nell’estremo tentativo di illuminare la scena nella Cattura di Cristo di Dublino al volto di Golia nel David con la testa di Golia nella Galleria Borghese a Roma, fino ad arrivare all’estremo dipinto, il Martirio di Sant’Orsola, ora a Napoli al Palazzo Zevalos Stigliano, si può notare la presenza della raffigurazione di un volto ricorrente. Si tratta di autoritratti di Caravaggio che, in certa misura, potrebbero essere quasi considerati come la firma di paternità delle opere dipinte visto che in tutta la sua non lunga vita il pittore ha firmato un solo quadro con il proprio nome, a Malta, nel sangue sgorgante dal collo di San Giovanni Battista.

La presenza dell’artista nell’opera d’arte non è sicuramente una novità. È un elemento piuttosto ricorrente nelle opere pittoriche e scultoree già prima di Caravaggio, che successivamente. In certo qual modo, la presenza del volto di Caravaggio vuole renderci partecipi di una testimonianza “in presa diretta” dell’evento pittoricamente narrato. Si tratta di una sorta di teatro della verità che si manifesta in modo icastico proprio con la presenza del pittore come testimone diretto dell’avvenimento e nello stesso tempo vuole essere un invito alla riflessione sull’agire umano, sui perché e sulle ragioni che ogni azione, visivamente narrata, ci trasmette. D’altra parte il linguaggio visivo e la poetica della pittura del Merisi sono notoriamente improntati dalla rappresentazione della realtà naturale, dove anche l’evento storico si riattualizza, diventando teatro del reale e garanzia di verità accaduta, con tutte le implicazioni iconologiche che ne conseguono, ai fini di una sempre più attenta e corretta lettura delle opere d’arte viste anche come testi narratologici.

L’esperienza lombardo-veneta che concerne la cultura giovanile pittorica di Caravaggio, forse ancora non del tutto indagata in maniera esaustiva, affonda le radici sia nella lezione di Giorgione e di Tiziano, mediata attraverso la lezione di Simone Peterzano, sia anche nella pittura lombarda del Cinquecento, attraverso l’indagine naturalistica, tesa a evidenziare la realtà dell’uomo e la religiosità umile, propria di pittori come il Moretto, Savoldo, Campi e Lotto. È chiaro che con queste premesse l’artista fu naturalmente instradato verso l’osservazione della vita quodidiana. La scelta di modelle e di modelli tratti dalla strada, dai vicoli di Roma, dai postriboli e dalle osterie, diventò per Michelangelo Merisi una scelta obbligata per la messa in posa dei suoi attori e delle sue attrici ed egli stesso si sentì, per questo, attore coinvolto nella libera e rivoluzionaria messa in scena di episodi sacri, visti come parti integranti del proprio personalissimo teatro del sacro, dove anche le prostitute potevano diventare sante, come la Maddalena penitente, o addirittura Madonne, come nella Morte della Vergine. Caravaggio dunque diventa anch’egli attore recitante, non una semplice comparsa. Con la propria presenza nei dipinti vuole avallare la verità e la realtà del racconto mentre si svolge, davanti ai nostri occhi. Ed eccolo Caravaggio: ora come testimone, oppure come attore protagonista come, ad esempio, nella tragica e disfatta testa decollata di Golia nella Galleria Borghese di Roma. L’artista diventa protagonista, è attore di storia e di verità, con la consapevolezza della partecipazione nella testimonianza che rende anche gli episodi religiosi attuali, contingenti, concreti e veri.

Caravaggio, autoritrato, part. dal martirio di san Matteo
Caravaggio, Bacchino malato
Caravaggio, part. autoritrato in S. Orsola confitta dal tirano
Golia-Davide-con-la-testa-di-Golia-dettaglio
Particolare-autoritratto-Caravaggio-martirio-san-matteo

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LA STORIA DELL’ARTE È STATA SUICIDAT

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