LIBERTINAGGIO PAROLAIO. LE “PAROLE D’ORDINE” PER COSTRUIRE IL CONSENSO…

Dal blog https://gerardopecci.wordpress.com/

Di Gerardo Pecci (storico) 15/06/2019

Stiamo assistendo a una curiosa invasione di acronimi e di parole “d’ordine”, magiche, ad uso e consumo di tutti, ad uso e consumo della burocrazia, sempre più…burocratizzata e burocratizzabile: per imbrogliare meglio, per confondere idee e opinioni, per mettere in difficoltà l’intelligenza e per affermare correnti di opinioni e pensieri che spesso travisano la realtà e inficiano la stessa capacità di pensare. Il mondo della scuola ne costituisce un esempio lampante, con tutta una serie di comiche e curiose, ma soprattutto penose, sigle che mettono in difficoltà gli stessi “operatori” scolastici e chiunque voglia solo tentare di capirci qualcosa. 

Ci sono troppi dirigenti “Azzeccabarbugli”, povere vittime, anche loro, della burocrazia politicante, e troppi servi disposti a ubbidire ciecamente, acriticamente. Troppo spesso è difficoltoso districarsi in mezzo a questo cespuglio di ordini e contrordini, di parole e terminologie confuse, spesso senza capirne il senso e l’utilità. Si utilizzano paroloni altisonanti e slogan per affermare frequentemente il nulla. Così oggi vi è una parola magica che viene infilata… dappertutto: competenza, scambiandola per… cetriolo, per lattuga, per limone, finanche per conoscenza!

Ma l’opinione politicante corrente è che la competenza deve essere separata dalla conoscenza! Separata e disgiunta dai saperi, dai saperi disciplinari. La si usa a sproposito, per indicare il tutto e il suo esatto contrario. Si usa questa parola magica per sottolineare la logica di una scuola come dispensatrice di competenze disciplinari, dove non si deve bocciare, guai a farlo! Come se bocciare fosse una punizione e non, come invece è, un momento di riflessione educativo per riflettere sugli errori commessi: i saperi disciplinari sembrano essere diventati fuorilegge e se li si ignora non fa nulla… E miseramente si abbassa sempre più la soglia dei saperi minimi, sfiorando drammaticamente l’analfabetismo.

Quindi, si parla di scuola delle competenze, ma non di deve parlare di scuola dei saperi disciplinari, delle conoscenze… Perché i politicanti vogliono non una scuola di qualità, basata sui saperi, che educhi i cittadini, liberi di pensare con la propria testa, liberi di giudicare perché conoscono, liberi di criticarli e di metterli di fronte alle loro responsabilità e di fronte ai loro misfatti, ma una scuola che deve sfornare servi ignoranti, da tenere sotto stretta sorveglianza. E la scomparsa del tema di storia dagli esami di Stato conclusivi del ciclo di istruzione secondaria di secondo grado è un segnale che va proprio in questo senso.

I politicanti non vogliono una società di cittadini colti e liberi, ma una massa amorfa di servi pronti a ubbidire e a servire. Parlano di politica e fanno il contrario di ciò che dovrebbe fare la buona politica, è evidente non hanno mai visto né riflettuto sugli affreschi di Lorenzetti sugli “Effetti del buon governo” e quelli del “Cattivo governo” nel palazzo civico di Siena e pretendono di parlare di  “educazione civica”, ma non ne conoscono il valore e la portata politica; parlano di patrimonio culturale, ma non lo conoscono e contribuiscono a nasconderlo e a massacrarlo, tagliando le già poche ore di storia dell’arte nelle scuole superiori e negando alla storia dell’arte il valore politico ed educativo altissimo che possiede, per la sua stessa natura di disciplina umanistica; parlano di storia, ma non la conoscono, confondendo vergognosamente eventi, uomini e fatti, date; parlano di educazione alla tolleranza, ma non conoscono il significato di questa parola; parlano di cittadinanza, ma di fatto la negano.

Cosa vogliamo di più?

Oggi si parla per slogan, per improbabili e inaccettabili “parole d’ordine”, e la cassa di risonanza di queste scellerate azioni sono soprattutto i social network, dove ognuno si arroga il diritto di possedere in tasca la verità “vera”, e assoluta, incontrovertibile, dove non si è disposti ad accettare le critiche. La storia ci insegna che dove ci sono troppe “parole d’ordine” il senso stesso della democrazia è in pericolo. Sappiamo che i totalitarismi utilizzano proprio i meccanismi della propaganda e delle parole d’ordine. La costruzione del consenso passa attraverso immagini, parole, slogan semplici e “accattivanti” dove l’ignorante può specchiarsi, ma non la persona di cultura.

Perché i saperi, e la cultura che ne deriva, fanno paura ai politicanti. I saperi mettono in crisi, smascherano, criticano, smontano tesi e preconcetti di chi è attaccato alla poltrona, con il sedere ben incollato ad essa. E i politicanti non sono certo disposti a mollare. I politicanti hanno bisogno perversamente di depotenziare il ruolo della scuola e dei saperi, fare in modo da non nuocere ai potentati e alle consorterie politiche ed economiche: per loro è indispensabile controllare il pensiero, depotenziare i cervelli pensanti.

La scuola deve essere addomesticata. E lo si fa attraverso parole d’ordine che scorrono in un fiume che le trasporta, depotenziando il senso stesso dei saperi. Ecco che allora si vogliono confondere le conoscenze con le competenze, creando una scuola delle competenze, ma senza le conoscenze: una scuola senza volto, senza identità, anonima, per creare una serie di robot, pronti a ubbidire e a servire. Così nasce un linguaggio politico che non esito a definire come “libertinaggio parolaio” dove il senso delle parole viene distorto e massacrato, dove il nero diventa bianco e viceversa, dove si banalizza la morte, la sofferenza, dove i saperi sono da bandire, in favore di un’ignoranza “funzionale” al potere e a chi lo possiede e gestisce, in modo imbecille, arrogante e soprattutto criminale.

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