Dopo il coronavirus, si profila un’epidemia di depressione

Dal blog angolodellapsicologia.it

Posted: 14 Apr 2020 

La vita che conducevamo prima non era forse perfetta, ma aveva un ingrediente essenziale che ci dava sicurezza: la normalità. Ora quell’ingrediente è sparito. Ci siamo ritrovati a vivere in una sorta di limbo in cui attendiamo – più o meno impazientemente – il ritorno a quella normalità.

Ma pensare che la pandemia di coronavirus e questo infinito periodo d’isolamento che ha capovolto il nostro mondo non lascerà dietro di sé un danno psicologico è semplicemente ingenuo. La realtà postcoronavirus non è esattamente rosa, quindi dovremo prepararci ad affrontare un futuro incerto nel miglior modo possibile.

Fase deludente: tristezza e vuoto dopo l’impatto del trauma

Pensare che supereremo questo trauma collettivo e individuale senza pagare un conto psicologico implica riprendere la cattiva abitudine di chiudere gli occhi davanti ad una prospettiva che non ci piace o ci spaventa. “L’uomo dice a sé stesso che la piaga è irreale, che è un brutto sogno che passerà. Ma non succede sempre, e di brutto sogno in brutto sogno, sono gli uomini che passano”, avvertiva Albert Camus.

Quando attraversiamo una situazione traumatica, come catastrofi e pandemie, passiamo tutti attraverso quella che si conosce come la “fase della delusione”. In questa fase, l’illusione che tutto sarebbe andato bene svanisce. Gli slogan ottimisti lasciano il posto alla triste realtà. E gli arcobaleni che ci animavano si nascondono dietro nuvole nere. L’ottimismo iniziale che ci ha permesso di resistere e combattere lascia il posto allo scoraggiamento e al pessimismo.

Lo stress, che ci ha dato la forza necessaria per sopportare tutto, inizia a presentarci il conto. Entriamo in una fase di apatia e anedonia. L’esaurimento fisico mette radici. E il mondo inizia a sembrare in salita, molto in salita.

Molti di questi cambiamenti hanno una spiegazione fisiologica. Sono dovuti all’iperattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che dapprima ci fornisce l’energia quasi sovrumana di cui abbiamo bisogno per combattere la minaccia, ma poi ce la toglie, facendoci precipitare nella depressione, come ha rivelato uno studio del King’s College London.

Certo, non tutto dipende dalla nostra fisiologia. Nella fase di disillusione – sia le comunità che gli individui – si rendono conto dei limiti dell’assistenza. Il divario tra la necessità di aiuto e la scarsità dello stesso inizia a crescere, il che di solito genera una dolorosa sensazione di abbandono.

“L’esplosione di compassione”, tipico della fase eroica di fronte alle grandi catastrofi, “e le manifestazioni frenetiche di pubbliche relazioni dei politici mitigano per un po’ l’effetto del trauma e forniscono un sollievo temporaneo alle persone gravate da vecchi debiti che erano state improvvisamente private del reddito. Ma tutto ciò si rivela essere una tregua di breve durata”, scrive Zygmunt Bauman, riferendosi al modo in cui la nostra società tende a gestire le catastrofi.

Più tardi, quando i gruppi di aiuto se ne vanno, i media spostano i riflettori su altre notizie, i politici riprendono l’abitudine di discutere di banalità e le banche iniziano a reclamare i debiti, la disperazione e la sensazione d’abbandono cresceranno nella popolazione, specialmente nei più vulnerabili.

Mentre il mondo riprende il suo ritmo e molte persone ritornano alla tanto anelata normalità, altri resteranno indietro. O perché hanno perso il lavoro o perché stanno subendo le conseguenze psicologiche. Sono quelli dimenticati del sistema. Quelli che scivolano via attraverso le fessure della società. E quelle persone diventano candidati perfetti per un’altra pandemia: la depressione.

La “tempesta perfetta” che il coronavirus si lascerà alle spalle

Ci sono persone che, in questo momento, stanno guardando tutto attraverso lenti grigie – e hanno ragione. Di fronte a un’emergenza sanitaria che sta erodendo anche la nostra economia e che ha fatto saltare in aria i pilastri che ci davano sicurezza, è inevitabile avvertire il tocco della vulnerabilità e dell’insicurezza.

Stiamo attraversando una tempesta che ci attacca da tutti i fronti. C’è chi lavora sotto una pressione inaudita, esponendosi giorno dopo giorno al contagio e alla possibilità di morire. E ci sono quelli che hanno perso il lavoro e avvertono il dolore dell’instabilità economica. C’è chi ha perso i propri cari, senza potergli dire addio, condannati a soffrire il proprio dolore in completa solitudine.

Tutte queste persone stanno sperimentando, una dopo l’altra, le componenti emotive che portano a una “tempesta perfetta” che causa la depressione: tristezza, irritabilità, stanchezza e sensazione di vuoto.

Anche essere isolati a casa non aiuta. Il confinamento può innescare la depressione, specialmente nelle persone completamente sole. La solitudine imposta, quella che non scegliamo, ha dimostrato di essere un fattore di rischio per la depressione.

In effetti, uno studio recentemente pubblicato su The Lancet ha rivelato che gli effetti secondari più comuni della quarantena sono lo stress post-traumatico e la depressione. E non è così facile sbarazzarsene: i sintomi possono mantenersi fino a tre anni dopo l’esperienza.

Anche la perdita del supporto economico porta alla depressione, come ha dimostrato uno studio pubblicato sulla rivista Neuropsychiatrie. La profonda insicurezza sociale generata dalla brusca perdita di reddito, aggiunta alla disperazione, alimenta uno stato mentale negativo che può farci toccare il fondo emotivamente e dal quale non è facile uscire.

Cosa possiamo fare per prevenire la depressione – individualmente e come società?

“Per prevenire una catastrofe, devi prima credere nella sua possibilità. Dobbiamo credere che l’impossibile sia possibile. Che la possibilità si nasconda sempre, instancabile, dentro il guscio protettivo dell’impossibilità, in attesa di irrompere.

“Nessun pericolo è così sinistro e nessuna catastrofe colpisce tanto quanto quelle considerate una probabilità irrisoria; concepirle come improbabili o ignorarle completamente è la scusa con cui non si fa nulla per evitarle prima che raggiungano il punto in cui l’improbabile diventa realtà e improvvisamente è troppo tardi per mitigarne l’impatto, ancor di più per scongiurarne l’apparizione. Eppure, questo è esattamente ciò che stiamo facendo, o piuttosto ‘non facendo’, quotidianamente, senza pensarci”, avverte Bauman.

Vale la pena chiarire che in questo momento, il livello di stress, ansia o tristezza che sperimentiamo è una reazione perfettamente normale agli eventi che stiamo vivendo e non deve essere confusa con un disturbo psicologico. La depressione non si presenta dall’oggi al domani. Ed è proprio questo che ci lascia un margine d’azione per impedire che diventi la prossima epidemia, come sembra accadere in Cina, dove il 16,6% delle persone riporta già segni di depressione moderata o grave, secondo uno studio. della Chinese Psychological Society.

A livello individuale, dobbiamo imparare a gestire lo stress e assumere la solitudine come un’opportunità per stare da soli con noi stessi e riconnetterci con i nostri sentimenti. Questo è un buon momento per apprendere le tecniche di meditazione trascendentale e approfondire la filosofia buddista perché ci aiutino a gestire i tempi incerti mantenendo il nostro equilibrio mentale. La filosofia e la psicologia, ora più che mai, possono diventare i nostri migliori alleati.

Tuttavia, non possiamo aspettarci che l’individuo combatta da solo contro i problemi strutturali e sistemici che sono già endemici e pesano sulla nostra società. “Non è mai piacevole essere malati, ma ci sono città e paesi che ci sostengono nelle malattie, paesi di cui, in un certo senso, ci si può fidare. Un paziente ha bisogno di tenerezza intorno a lui, ha bisogno di appoggiarsi a qualcosa”, spiegava Camus.

Se una società e un sistema non offrono questo, non si preoccupano di sostenere i più vulnerabili, sia fisicamente che psicologicamente ed economicamente, spingeranno alcuni dei loro cittadini alla depressione più profonda. Abbiamo bisogno di sapere che non siamo soli. Che non ci hanno abbandonato. Che possiamo contare non solo su altre persone ma anche su una rete di supporto istituzionale. Questo ci conforta e ci permette di recuperarci prima e lavorare insieme per ricostruire i nostri sogni.

Abbiamo bisogno di riconoscere che il piano iniziale è fallito. Ci siamo già lasciati alle spalle migliaia di persone, quelli hanno perso il bene più prezioso: la loro vita. Ora dobbiamo assicurarci di non lasciarci alle spalle le nuove vittime della crisi sociale. E se il sistema che abbiamo non ci consente di farlo perché è troppo rigido per permettere che entri un po’ d’umanità, dovremo cambiarlo. Senza scuse. O saremo condannati a ripetere gli stessi errori.

Fonti:

Brooks, S. et. Al. (2020) The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. The LancetS0140-6736(20)30460-8.

Cooper, B. (2011) Economic recession and mental health: an overview. Neuropsychiatr; 25(3): 113-117.

Pariante, C. M. & Lightman, S. L. (2008) The HPA axis in major depression: classical theories and new developments. Trends Neurosci; 31(9): 464-468.

Bauman, Z. (2007) Miedo líquido. Barcelona: Ediciones Paidós.

Cacioppo, J. T. et. Al. (2006) Loneliness as a specific risk factor for depressive symptoms: Cross-sectional and longitudinal analyses. Psychology and Aging; 21(1): 140–151. 

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